“La storia che è stata scritta nel 1945, ’46 e ‘47, in cui sicuramente una parte politica aveva anche una forza culturale abbastanza notevole, è come se non si potesse più ritoccare. È congelata. Il fatto che i comunisti abbiano partecipato alla stesura della Costituzione – non erano gli unici – fa sì che la storia che loro hanno scritto in quegli anni sia intoccabile. È questo che io contesto”.

Queste le vergognose parole della politologa Sofia Ventura in risposta a Tomaso Montanari sulla questione delle Foibe, intrise di pasticci ed errori in mala fede. Secondo la politologa, quella forza politica che aveva “forza culturale abbastanza notevole” erano i comunisti perché avevano combattuto contro il fascismo, scritto la Costituzione e, di conseguenza, quello che loro hanno scritto sarebbe rimasto “intoccabile”: una semplificazione intuibile da parte di una intellettuale vicina alla destra di Gianfranco Fini.

Peccato che la storia ci abbia mostrato un’altra realtà completamente opposta. La narrazione dei “comunisti vincenti” è estremamente recente e ha preso piede negli ultimi trent’anni con la fine della Prima Repubblica e l’inizio del ventennio berlusconiano, per il quale il nemico immaginifico da sconfiggere e estirpare erano “i comunisti”, anche se ormai pochi e disgregati.

Eppure dal 1945 fino ad arrivare alla fine degli anni Settanta la narrazione comune era completamente diversa. Nonostante il governo di unità nazionale (1945 – 1946), il panorama politico non era dei migliori e vigeva molta divisione sul piano sociale. Come scrisse lo storico e partigiano Claudio Pavone, la Resistenza fu una guerra civile la cui elaborazione fu molto difficile tra fascisti a antifascisti italiani. In quegli anni i neofascisti, i veri sconfitti dalla Resistenza, discutevano già di questa contraddizione con il fine di rafforzare la loro identità politica. Nella narrazione comune, la Resistenza era vista come corpo estraneo all’idea di “nazione”, dando adito a interpretazioni revisioniste.

Le riflessioni dei partigiani comunisti rivoluzionari sulla Resistenza tradita iniziarono a maturare proprio quando, tra il 1945 e il 1946, anni in cui la pubblica sicurezza era gestita dai partigiani (cosa non tollerata dagli Stati Uniti soprattutto se questi erano comunisti), si iniziò a porre il problema del reinserimento dei reduci partigiani. Molti vennero perseguitati e visti dall’opinione pubblica come un vero e proprio pericolo sociale e politico. A differenza di quanto si possa pensare oggi, la maggior parte degli italiani non si riconosceva nei motivi e nei valori della Resistenza antifascista e molti combattenti dell’esercito della Repubblica Sociale italiana, ultima branca del fascismo collaborazionista, erano considerati legittimi combattenti dalla “parte sbagliata”, mentre i partigiani non avevano avuto questo riconoscimento ed erano stati processati dalle istituzioni democratiche italiane, che loro stessi aveva contribuito a creare, per fatti di guerra risalenti al periodo tra 1942 il 1943. Ci furono espulsioni, allontanamenti e marginalizzazioni dei partigiani anche da parte delle amministrazioni dello Stato, che causarono una forte frustrazione. Il partigiano “Fanfulla” Leone Mutti, combattente della 56esima Brigata Garibaldi e tra i liberatori della Valle Calepio e del Sebino, dopo la liberazione, in quanto partigiano comunista, non riuscì a trovare lavoro e venne accusato ingiustamente di vari furti. La vita gli fu resa talmente impossibile che fu costretto ad espatriare in Francia per sfuggire alla persecuzione giudiziaria. E come lui molti altri.

I partigiani, una volta proclamata la democrazia, pensavano di gettarsi alle spalle vent’anni di regime fascista, ma in realtà, come ha affermato anche lo storico Guido Panvini dell’Università di Bologna, si ritrovarono a essere una minoranza vittoriosa vivendo in una condizione di perdenti.

Il reducismo partigiano fu un vero e proprio problema politico totalmente ignorato dall’opinione pubblica.

Subito dopo la fine della Resistenza, si verificò quello che lo storico Claudio Pavone ha definito “continuità dello Stato”: non vi fu nessuna epurazione delle classi dirigenti complici del fascismo, tranne alcuni gerarchi, e nessuna rigenerazione delle istituzioni. Non vennero epurati prefetti, docenti universitari, scienziati razzisti (che avevano sostenuto il Manifesto della Razza), generali, commissari, giornalisti asserviti che avevano fatto carriera durante il fascismo e che si trovavano con lo stesso ruolo nella “nuova società democratica”. Rimasero inoltre intatte le strutture del fascismo: non si misero in discussione i Patti Lateranensi; si mantennero le leggi di ordine pubblico, il “Foglio di via”, il potere dei prefetti, i servizi segreti, le strutture militari e si riconobbe la proprietà privata dei mezzi di produzione, che era stata messa in discussione dal movimento operaio antifascista durante la Repubblica di Salò. I partigiani capirono che l’antifascismo veniva strumentalizzato dalla nuova Repubblica, la quale si identificava con le espressioni formali del fascismo: monopartitismo (per un breve periodo), militarizzazione sociale, violenza arbitraria di Stato e persecuzione dei partigiani. Queste grandi contraddizioni confliggevano con gli obiettivi, gli ideali e i valori della Resistenza che loro avevano combattuto e non potevano accettarlo.

Il “processo alla Resistenza”, riferito alle persecuzioni fisiche e giudiziarie nei confronti del reducismo partigiano fu al centro di un dibattito interno al Partito Comunista Italiano, organizzazione che più di tutte contribuì alla lotta partigiana anche dal punto di vista militare. A metà 1946, a più di un anno dalla Liberazione, il governo non aveva ancora preso alcun tipo di provvedimento per il riconoscimento dei diritti dei partigiani e delle famiglie dei caduti. Il 22 giugno 1946 Palmiro Togliatti, in veste di Ministro di Grazia e Giustizia, promulgò l’amnistia per i fascisti, non prevedendo d’inserire la proibizione, per gli ex gerarchi, di essere eletti parlamentari nella Repubblica fondata sulla Resistenza.

Il reinserimento dei partigiani, dei reduci e degli ex-internati nel mondo del lavoro, l’erogazione di pensioni alle famiglie dei caduti, il riconoscimento del periodo resistenziale ai fini del servizio militare, il risarcimento alle vittime delle rappresaglie nazi-fasciste, l’abrogazione dell’amnistia e la messa fuorilegge dei fascisti erano tra le richieste dei partigiani, soprattutto comunisti, e nessuna di queste venne esaudita.

Ritornando alle parole della politologa Ventura, di quale “forza culturale abbastanza notevole” avrebbero goduto i comunisti? Quale forza culturale avrebbe giovato ai partigiani? A livello storico nessuna… e nemmeno sulla vicenda delle Foibe. La storia della Resistenza antifascista slava fu cancellata a tal punto da essere definita da alcuni storici come “un’amnesia di Stato”. Fu cancellata non in quanto presunto “crimine comunista”, ma perché vi era una volontà politica da parte delle istituzioni dello Stato di non fare luce sulla vicenda, lasciando che diventasse uno spauracchio strumentalizzabile a uso e consumo neofascista.

A livello storico si è sempre dibattuto sulla questione delle foibe, ma il sentire comune era ancora molto influenzato dalla memorialistica neofascista.

Il contesto politico degli anni Settanta ne era una cartina di tornasole: i movimenti di estrema destra stavano sempre più radicalizzandosi e i comunisti venivano visti come un blocco unico, senza correnti di pensieri contrastanti, che doveva essere sconfitto. Dal 1947 vigeva la “conventio ad excludendum” che vietava ai comunisti di andare al governo in Italia, tranne per i governi di unità nazionale. Questo però non era del tutto vietato ai movimenti di estrema destra che, in quanto visti come pericolo minore, potevano sostenere i governi, come fu il caso del Governo Tambroni.

I comunisti sarebbero stati “la forza culturale notevole” dal 1945 in poi? Su quali basi storiche? Nessuna. Non dimentichiamoci che i partiti della sinistra persero le elezioni politiche del 1948, le storiche elezioni che videro una campagna elettorale basata sul “dominio della morale” tra DC e PCI e in cui nacque lo stereotipo del “comunista mangia-bambini” che ostacolò pesantemente il PCI.

Quindi a oggi possiamo affermare che, purtroppo, i comunisti non sono stati una forza culturale che ha contribuito a scrivere la storia ufficiale, ma purtroppo è stata soggetta a operazioni di revisionismo e di rovesciamento che non hanno mai voluto dare un degno riconoscimento a chi più di tutti si è adoperato per la liberazione dal fascismo.

Nei secoli la storia non è mai stata scritta dai vincitori, ma dagli storici che venivano influenzati dai vincitori. In un paese che si presume democratico, la storia la scrivono gli storici e non i parlamenti, i politici o lo Stato, altrimenti saremmo un paese autoritario. Per quanto la “sottocultura rossa” abbia avuto un forte impatto sulla nostra società, non si può affermare che sia stata avvantaggiata e favorita. Anzi, è stata ostacolata e mai si è fatta portavoce di un pensiero dominante, ma sempre dissidente.