Nei giorni in cui l’Italia ha confermato la vergognosa collaborazione con le autorità libiche per bloccare i transiti dei migranti, dalla Grecia arriva un’inquietante notizia: il muro di recinzione metallica di 40 chilometri tirato su al confine con la Turchia, per impedire gli attraversamenti dei profughi, è completo. Dove sono tutti coloro che in Europa si sono indignati per il rilancio di Trump del muro ai confini tra Usa e Messico?

Spiace dirlo: il governo italiano e il Parlamento hanno perso un’occasione per voltare davvero pagina sulla sciagurata collaborazione con le autorità libiche nella gestione degli arrivi dal mare di profughi e migranti. L’auspicato passaggio di consegne alla Ue con l’operazione Irini-Eunavfor Med, o l’evocazione di una risoluzione dell’Onu, o le promesse di discutere prossimamente dello smantellamento dei campi di detenzione in Libia non cambiano l’approccio di fondo.

Oggi si continua a foraggiare la delega ai libici del lavoro sporco di blocco dei transiti delle persone in fuga, domani si discuterà (forse) della tutela dei loro diritti nell’instabile ex-colonia italiana: un tema peraltro su cui la maggioranza governativa è tutt’altro che unanime. Né c’è da aspettarsi molto dall’eventuale passaggio di responsabilità all’UE.

L’operazione Irini, infatti, non ha per oggetto il salvataggio di chi rischia la vita attraversando il mare, ma la retorica della lotta al traffico di armi e di esseri umani attraverso il Mediterraneo: è una missione di rafforzamento delle frontiere, non di protezione dei diritti umani.

La posizione della UE in materia di confini e diritti umani, del resto, è resa plasticamente evidente dalle notizie che giungono da un altro punto critico delle frontiere europee: il fiume Evros, che divide Turchia e Grecia. Lì è stata appena completata una recinzione metallica lunga quaranta chilometri e alta cinque metri per impedire gli attraversamenti dei profughi, provenienti in larga parte dai conflitti mediorientali e afghani.

Radar, telecamere e a quanto sembra anche cannoni sonori vengono impiegati dalle autorità greche per scovare e respingere chi cerca di attraversare il confine. Nonostante qualche occasionale distinguo sui mezzi utilizzati, la Ue da anni appoggia la Grecia nelle più dure misure di contrasto degli ingressi ‘non autorizzati’, come sono quasi sempre quelli dei rifugiati. Buona parte dell’opinione pubblica europea e italiana si è indignata per l’aggressivo rilancio di Trump del muro ai confini tra Usa e Messico, ma non si è lasciata commuovere da un muro analogo che ci riguarda più da vicino.

Né i mass-media se ne sono granché occupati. La solidarietà verso chi cerca asilo è più intensa quando altri sono chiamati ad accoglierli, mentre i muri fanno più ribrezzo quando sono lontani di quando ci riguardano da vicino. L’idea sottostante della necessità di scongiurare flussi, come si dice, incontrollati, è ancora una volta sconfessata dai dati. Lasciando da parte il banale dettaglio per cui chi fugge da una guerra, in Siria o in Afghanistan, non ha molte possibilità di ottenere un visto e di viaggiare con mezzi legali, secondo Eurostat nel 2020 le persone respinte ai confini di un paese della Ue sono state 137.800, contro 670.800 nel 2019: più di un quarto in Ungheria (36.500), un quinto in Polonia (28.100), seguite da Croazia e Romania.

Non si vede nessun assalto alle frontiere, ma solo una crescente ostilità verso migranti e rifugiati, inalberata da alcuni governi nazionali come un simbolo di sovranità nazionale a fini di consenso interno. È triste constatare che la UE di fatto segua questo modello, sebbene con toni felpati e retoricamente ineccepibili, rafforzando una politica di esternalizzazione delle frontiere e di contrasto degli ingressi ammantato da lotta al traffico di esseri umani. Ancora più triste che l’Italia, sul fronte libico, si confermi portabandiera di questa stessa strategia.

Pubblicato su Avvenire (con il titolo Questi duri muri d’Europa che non scandalizzano più) e qui con il consenso dell’autore.

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