L’11 agosto si è svolta dinanzi all’Alta Corte di Londra la prima udienza d’appello riguardo alla richiesta di estradizione di Julian Assange avanzata dagli Stati Uniti. In gennaio la giudice Vanessa Baraister aveva negato l’estradizione basando la sua decisione sulle condizioni di salute mentale di Assange e sul rischio di suicidio, se avesse dovuto affrontare il durissimo isolamento a cui sarebbe stato sottoposto negli Stati Uniti.

I giudici incaricati di esaminare il ricorso americano hanno accolto le argomentazioni presentate a nome delle autorità di Washington e in particolare l’accusa rivolta alla giudice Baraister di essersi lasciata sviare dalla perizia di un esperto, giudicata poco attendibile e hanno fissato la decisione in merito al 27-28 ottobre.

Durante l’udienza i sostenitori di Julian Assange hanno manifestato fuori dalla corte. Tra loro erano presenti la compagna di Assange Stella Morris e Jeremy Corbyn, l’ex leader del Partito Laburista britannico, con un cartello che affermava: “Il giornalismo non è un crimine”.

Alla vigilia dell’udienza, Amnesty International aveva rinnovato la sua richiesta al presidente Biden di annullare le accuse.

“Il tentativo degli Usa di spingere il tribunale di Londra a rovesciare la sua decisione, sulla base di nuove assicurazioni diplomatiche fornite da Washington, non è altro che un trucco di prestigio legale. Dato che il governo degli Usa si è riservato il diritto di tenere Assange in una struttura detentiva di massima sicurezza e di sottoporlo a misure amministrative speciali, su quelle assicurazioni non si può fare affidamento”, ha dichiarato Nils Muižnieks, direttore di Amnesty International per l’Europa.

“Questo appello, presentato con malafede, dev’essere respinto e il presidente Biden deve cogliere l’occasione per annullare accuse politicamente motivate che mettono a rischio la libertà di stampa e la libertà d’espressione”, ha aggiunto Muižnieks.

Il presidente Obama aveva aperto l’indagine su Assange, Trump ha portato avanti le accuse e ora tocca a Biden fare la cosa giusta e porre fine a questa farsesca persecuzione che non avrebbe mai dovuto iniziare”, ha sottolineato Muižnieks.