Il Teatro Cultura Artistica ospitava orchestre, solisti, e musica da camera dedicata alle composizioni del XX secolo, da Schoenberg a Steve Reich, da Stravinsky a Pierre Boulez. Quest’ultimo venne personalmente a dirigere l’Ensemble Intercontemporain in una serie di concerti memorabili dedicati proprio alla sua musica. I grandi solisti brasiliani riservavano sia nella sala principale che nel ridotto le esecuzioni, a volte in prima assoluta, di composizioni dei più importanti compositori latinoamericani e brasiliani contemporanei. La facciata del teatro interamente coperta da un mosaico di un gigante dell’arte brasiliana: Di Cavalcanti, pittore di donne e sogni tropicali. Rimase intatta. La facciata si salvò, il resto del teatro morì in un incendio devastante. Ancora oggi al suo posto vi è un cantiere di ricostruzione.

Passò una manciata d’anni e fu il Teatro del Memorial da América Latina, a bruciare. Un complesso di edifici e piazze concepito dal genio assoluto di Oscar Niemeyer e composto da un museo, una sala di esposizioni, una biblioteca, il Parlamento Latino Americano ed infine un grandissimo teatro il cui palco centrale era visibile da ogni punto del salone. Non è l’angolo retto che mi attrae né la linea retta, dura inflessibile creata dall’uomo. Quello che mi attrae è la curva libera e sensuale, la curva che incontro nelle montagne del mio Paese, nel corso sinuoso dei suoi fiumi, nelle onde del mare, nelle nuvole del cielo, nel corpo della donna amata. Di curve è fatto l’Universo. L’Universo curvo di Einstein. Dice il Poema della Curva scritto dal grande architetto. E di curve vive era fatto il suo teatro. L’incendio risparmiò l’involucro ma distrusse il suo interno, ornato dai colori fluttuanti di Tomie Ohtake, artista giapponese radicata in Brasile, colori fluttuanti che sembravano seguire le molli formi delle pareti, curve infinite nell’universo curvo di Einstein. Il Teatro, per ragioni di beghe burocratiche, continua chiuso. Su quel palco gli idoli della musica popolare brasiliana, i maestri del jazz, spettacoli per grandi e piccini, cerimonie ufficiali. Dopo un lungo restauro il palco continua muto.

La Estação da Luz, Stazione della Luce è uno degli edifici storici più importanti della città. Costruita nel 1865 permise che la produzione del caffè arrivasse al porto di Santos, e che le merci proveniente da tutto il mondo potessero arrivare dalla costa al nuovo centro industriale che stava nascendo, la città di São Paulo. Costruita dagli inglesi con materiali provenienti esclusivamente dall’Inghilterra, serve ancora oggi come svincolo ferroviario dei treni urbani in arrivo dalle periferie, per riversare in centro migliaia di lavoratori che a fine pomeriggio si ritrovano sulle banchine per il percorso inverso. Sotto di lei, due stazioni di metrò. Di fianco a lei un bellissimo parco, la Pinacoteca Nazionale e la più grande sala da concerto delle Americhe. Sopra di lei, all’ultimo piano dell’edificio articolato sui i binari, tra cupole di vetro, in uno stile architettonico che ricorda la volta della galleria di Milano, il Museo della Lingua Portoghese. Il primo museo del mondo ad essere dedicato esclusivamente ad una lingua. Pannelli interattivi fanno viaggiare il visitatore tra le diversità e le peculiarità di questa lingua antica, parlata dall’Europa all’America del Sud, dall’Africa occidentale a quella orientale, dall’India all’Oceania. Un museo con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro. Un museo distrutto dal fuoco che come castigo divino, consumò la struttura, ma non il contenuto virtuale, tutto salvo in potenti servitori elettronici. Ancora chiuso, la città aspetta la riapertura di uno degli spazi culturali più amati e frequentati.

È già bruciato tutto, cosa vuoi che faccia? rispose ai giornalisti l’allora candidato alla presidenza, Jair Bolsonaro. Gli si chiedeva una dichiarazione sull’incendio del Museo Nazionale di Rio de Janeiro. Cosa vuoi che faccia? Questa frase dimostrava il suo cinismo e la sua totale mancanza di sensibilità davanti al disastro che bruciava secoli di storia brasiliana e mondiale. Affreschi di Pompei lato a lato di ceramiche marajoara, arte amerindia e statue greche, vestigio di civilizzazioni e di città fantasma. Tutto in fiamme.

Incuria, disinteresse, abbandono.

La prima misura amministrativa presa dal governo golpista che depose la presidente Dilma Rousseff, fu quella di estinguere il ministero della cultura. Bolsonaro formò una segreteria speciale che affidò a suoi fedelissimi: il primo fu costretto a dare le dimissioni quando usò come suo un intero discorso di Goebbels. Il secondo, non riuscì a durare più di qualche settimana. Il terzo, un infelice ex fotomodello, continua ad usare il suo tempo per condannare l’arte degenerata e marxista che secondo lui infesta il paese.

Un anno fa i tecnici della Cinemateca Nazionale vengono dimessi in massa. Innumerevoli richieste di aiuto bombardavano la segreteria speciale dell’ex-fotomodello. La mancanza di fondi non poteva garantire la manutenzione della memoria audio-visuale, del cinema, dei documenti storici, di immagini importantissime sulle spedizioni di esploratori e antropologi verso il cuore amazzonico e il contatto con etnie sconosciute; film, provini, sceneggiature, negativi, copie uniche…

Oggi la Cinemateca Nazionale brucia tra le fiamme altissime di un incendio mostruoso. Brucia come il Teatro Cultura Artistica, il Memorial dell’America Latina, la Stazione della Luce, il Museo Nazionale. Vittima della politica genocida di un governo assassino, la Cinemateca Nazionale brucia. Come la Foresta Amazzonica, come il Pantanal, come le campagne brasiliane, brucia l’identità della nazione, la sua memoria, la sua cultura. Brucia il Brasile intero.