Donne che costruiscono il Futuro: Pía Figueroa

02.05.2021 - Juana Pérez Montero

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Donne che costruiscono il Futuro: Pía Figueroa
Immagine di Pressenza IPA

A Donne che costruiscono il futuro abbiamo conversato con Pía Figueroa, codirettrice e forza trainante di Pressenza, che ha collaborato anche a questo progetto di interviste a donne che stanno lavorando per una cultura nonviolenta.

Pía scommette sulla possibilità di una nuova civiltà planetaria e sul ruolo che il giornalismo può svolgere «per attivare visioni che aprano le porte a un futuro diverso».

Pía Figueroa è una siloista di lungo corso, scrittrice, interessata alla parte profonda dell’essere umano e anche ai cambiamenti sociali. Pensa che sia già stato detto molto riguardo alla crisi nella quale siamo immersi e scommette sul futuro. La cosa interessante è la possibilità che si sta aprendo, dice. «Da un grande fallimento emergono grandi visioni. È alla fine di una civiltà, da un tale fallimento, che nascono le nuove visioni. E io spero che diano luogo a una nuova civiltà planetaria».

Rispetto alla pandemia che stiamo vivendo, nota come tutta l’umanità abbia avuto lo stesso atteggiamento, «abbiamo sentito la necessità di abbracciarci, di ascoltarci l’un l’altro, di stare dentro il proprio intimo…»

In massima parte il nostro incontro ha ruotato intorno al futuro al quale aspira e che «sta nel cuore di ciascuno… Quello che sta arrivando è ciò che interessa davvero».

E sul ruolo del giornalismo ha proseguito nella medesima direzione: «la testimonianza di un giornalismo informato può stimolare visioni che aprano le porte a un futuro differente».

Trascrizione dell’intervista

 

Juana Peres Montero: Buongiorno Pía

Pia Figueroa: Buongiorno, buongiorno Juana

J: Bene, non ti dico benvenuta in Pressenza, è la tua casa…

P: Siamo qui, siamo qui…

J: …né a Costruttrici di Futuro… di cui facciamo parte entrambe

P: Eccoci… Che bella, che bella questa raccolta di interviste Juana, mi complimento, veramente molto bello il lavoro che è stato fatto

J: È un piacere, davvero, incontrarci, e anche incontrarci ogni giorno in Pressenza con l’intento di costruire un po’, di aggiungere un granello di sabbia al futuro a cui aspiriamo, no?

P: Eh sì, sì

J: Siamo con Pía Fugueroa. Per chi non la conosce è una siloista di ampio e lungo corso, è stata vice ministra nel primo governo dopo la fine della dittatura di Augusto Pinochet e ha vissuto in vari paesi, si è dedicata alla costruzione di gruppi umani, a partire dal Nuovo Umanesimo Universalista ed è stata co-creatrice di questa agenzia che è già arrivata a dodici anni, Pressenza, ma ne parleremo più tardi, parleremo più tardi di Pressenza e del giornalismo. Pía, dopo aver attraversato paesi, aver lavorato in molti campi, aver investigato il mondo interiore dell’essere umano ma anche gli avvenimenti di ogni giorno, abbiamo molta voglia di parlare con te per vedere se puoi aiutarci a fare un’analisi del momento attuale. Questo momento così paradossale e così complesso nello stesso tempo, no? Come vedi il momento attuale, il tuo sguardo come lo analizza?

P: Credo che si sia parlato molto del momento attuale, non solo se n’è parlato ma si è scritto molto e.. direi in tutte le ultime opere importanti che le persone stanno leggendo in tutto il mondo, o i film, o la musica stanno parlando di una crisi di civiltà. Non soltanto di una crisi qualsiasi, non si tratta di una crisi economica, o solo politica, no no, si sta proprio parlando della fine del sistema attuale, allora mi sembra che non valga molto la pena continuare a mettere insieme elementi riguardo a questa crisi. È già stata descritta, leggiti Pikkety e vedrai tutta la parte economica, Harari la mette in prospettiva storica, insomma ci sono tanti autori, lo stesso Silo ha parlato decenni fa di questa crisi e mi sembra che non valga la pena continuare ad aggiungere altri elementi alla diagnosi ma iniziare a guardare il fatto che è proprio nei momenti di grande instabilità, nei momenti di profondo fallimento… come nel poster che è alle tue spalle, in questo fendersi della terra spuntano i fiori, in questa distruzione profonda sorgono le nuove visioni che attivano la costruzione di qualcosa di diverso. Tu che sei spagnola conosci bene il caso di Colombo, che iniziò a immaginare di poter viaggiare fino in India perché una nuova visione operava in lui, orientando la sua azione fino a quelle terre a cui si avvicinò, che poi sono le mie terre. Però voglio dirti che è alla fine di una civiltà che questa aridità, questo profondo fallimento fa sì che sorgono le nuove visioni, che io spero diano origine a una nuova civiltà planetaria. Ci sono tutte le condizioni. Abbiamo avuto questa emergenza, questo avvenimento mondiale della pandemia, che per la prima volta in tutta la storia umana ha posto tutti gli esseri umani vivi di fronte alla stessa sensazione interna. Magari era diverso l’alloggio, la casa, la città, il momento in cui esattamente si è affrontato il lockdown e il confinamento, in Spagna o qui, ma tutti noi esseri umani abbiamo vissuto la medesima sensazione interiore, minacciati da qualcosa che non vediamo, che non possiamo annusare, toccare, di cui abbiamo soltanto l’idea di un virus che minaccia tutta la nostra specie. Non c’è mai stata una pandemia così globale e simultanea come stavolta. Questa condizione di stare all’interno di noi stessi, confinati nei nostri luoghi per mesi, per un anno, un lungo anno, ci ha messo tutti di fronte a una revisione rispetto a molte cose, ha portato il nostro sguardo all’interno. Ci ha condotti a riesaminare quello che abbiamo fatto con il nostro pianeta, come abbiamo agito con le altre specie, a fare i conti, e da questi conti a me sembra, o almeno scommetto, che possa sorgere un nuovo essere umano, con valori diversi, per il quale il consumo divenga un elemento utile soltanto alla soddisfazione delle necessità e non del desiderio, in cui si possa risuonare con un altro essere umano, perché abbiamo sentito la necessità dell’affetto, la necessità di un abbraccio, in questi mesi di solitudine, e la necessità della comunicazione e di ascoltarci l’un l’altro. Allora sono convinta che è ciò che sta arrivando ad essere più interessante, più della crisi in cui ci troviamo, della quale si è già parlato molto, i passi che arrivano, le riflessioni che verranno, i sentimenti che stanno iniziando a farsi strada, potranno condurci, vedi, a incontrare un nuovo orizzonte, ad avventurarci a costruire altre cose. Per esempio in economia il discorso del reddito di base di cui tu ed io, tu soprattutto, abbiamo parlato tanto nel corso dell’ultimo anno, no? La parità di genere, che è qualcosa che ancora non c’è, non si può andare avanti con la metà della popolazione in condizioni di degrado o di disvalore o subordinazione, no? Abbiamo bisogno di stabilire una parità reale, e questo lo sappiamo tutti, e dunque credo che questa sensazione, lo stare dentro noi stessi per oltre un anno, potrebbe aprire la nostra coscienza ad una condizione di vita nuova. E mi sembra che sia questo l’orizzonte più interessante di questa vicenda che è stata la pandemia.

J: Chiaro… Dunque, non abbiamo detto prima che sei anche scrittrice di libri, tuoi personali per dirlo in qualche modo e anche libri collettivi, corali e, da circa 12 anni, ti avventuri in questo mondo del giornalismo. In questa situazione – attraverso Pressenza, la creazione dell’agenzia – cosa vedi, che ruolo credi che abbia, come vedi il compito che dovrebbe svolgere il giornalismo in questo bivio, in questa fase di cambiamento, in questa possibilità di una nuova civiltà?

P: In questi 12 anni, Juana, sia io che te, perché entrambe veniamo da questi 12 anni di lavoro nell’agenzia – siamo partite insieme – abbiamo già pubblicato due libri di Pressenza, e in effetti il primo si chiamava appunto “Svolta verso il futuro”, perché si potevano osservare modalità differenti, mentre già il secondo si intitolava “La crisi globale”, perché si era già installata questa crisi globale della quale stiamo parlando tanto. E adesso stiamo scrivendo un terzo libro a più mani, le tue, le mie e quelle di altri, circa il giornalismo nonviolento, riguardo l’idea di una narrazione giornalistica che sia da fonti verificate e non certo da fake news, la narrazione di un giornalismo consapevole e fondato sul questo nuovo mondo che viene, su questo orizzonte verso cui andiamo, che può attivare visioni che davvero possano spingere in nuove direzioni. E dunque, questo giornalismo che stiamo promuovendo, nonviolento, non discriminante, sta ponendo l’enfasi, il focus, sugli effetti di ciò che apre la porta a un futuro differente. Questo è quello che stiamo provando a indicare con questo tipo di giornalismo, non altro. Cioè, ma che c’importa dei vip, che c’importa di quel mucchio di cose che in genere interessano moltissimo ai media? Quello che interessa a noi è come ad esempio una piccola comunità indigena nel nord del Perù si organizza per salvare la sua agricoltura, la sua medicina, la sua acqua, il suo proprio modo di vivere, il suo “ben vivere”, per mettere tutto questo al servizio di una cultura più grande nella regione andina, dove questo “buon vivere”, queste buone pratiche si stanno recuperando. O quello che sta accadendo riguardo all’adozione del reddito universale di base come un effetto dimostrativo di alcuni esperimenti iniziali che intendono implementare questa proposta, o quello che accade con gli studenti, con tanti gruppi che non sono gli attori principali dei grandi media, perché ovviamente non rappresentano il sistema, ma che sono, senza dubbio, gli esecutori del futuro, coloro che tengono nelle loro mani il destino umano. E allora Pressenza sta tentando di porre luce su ciò che apre al futuro. In questi 12 anni abbiamo lavorato a questo, anticipando quello che stava arrivando.

J: E come immagini tu il futuro, o a quale futuro aspiri?

P: Non è molto difficile da immaginare, è già nel cuore di ciascuno, è un futuro con bontà, è un futuro in cui tutti gli esseri umani abbiano posto, e non soltanto gli esseri umani, tutte le specie possano trovare il loro posto senza essere minacciate da nessuno, senza essere oggetto di violenza né discriminazione, e nel caso degli esseri umani poter costruire una società universale, una nazione umana universale, giusta, soprattutto giusta, dove davvero si possa nascere, vivere, svilupparsi, crescere, morire in dignità e non si abbia bisogno di combattere per anni per poter guadagnare qualche soldo e potersi mangiare una minestra. Come dire… dove si possa vivere in accordo con ciò che più profondamente motiva ciascuno, e naturalmente aspiro a un mondo in cui si metta fine al disastro ambientale e in cui si possa riparare il danno che abbiamo fatto, in cui si possa riforestare e ripopolare con le specie in estinzione, questo danno terribile che già abbiamo fatto.

J: Bene, non so se avrei dovuto farti all’inizio questa domanda che ti voglio fare adesso, ma ci interessa molto sapere cosa è accaduto, che esperienza, che ricerca ti ha portato alla militanza, alla partecipazione a un movimento mondiale, così da giovane e a restarci per decenni.

P: Stiamo parlando di un passato lontano, remoto…

J: Sì, però sei ancora qui, no?

P: Sì, sono molti molti anni ormai, tutta la mia vita ha seguito la stessa traiettoria, perché… mi accadde un evento insignificante, come sono la maggior parte delle cose che cambiano profondamente la vita se le affronti, no? Solo che attrasse la mia attenzione un bigliettino, molto piccolo, non più grande di così, che fu fatto scivolare sotto la porta dell’appartamento di mia nonna dove un giorno ero in visita, a 15 anni. E questo foglietto, insignificante, che chiunque avrebbe buttato via richiamò molto la mia attenzione perché conteneva una frase che diceva: “I miei insegnamenti non sono per i vincitori ma per coloro che hanno il fallimento nel proprio cuore”, e lo firmava un nome che io non avevo mai sentito, Silo. E leggendo questa frase, forse perché c’era un silenzio adeguato nella mia coscienza, non so perché, però mi resi conto, profondamente, che era proprio quello che io rilevavo, che ogni divagazione, ogni proiezione sul futuro per me era già un fallimento. Io non volevo essere la donna che mi stavano insegnando a essere, non volevo il mondo che vedevo, non volevo le differenze che erano evidenti tra uomini e donne, tra i grandi e i piccoli, tra i ricchi e i poveri, specialmente tra i ricchi e i poveri, e mi sentii molto motivata a cercare questi insegnamenti. E li cercai, li trovai, e mi sembrarono straordinari e li ho seguiti per tutta la mia vita. È molto tempo ormai, ma mi capita di pensare che difficilmente avrei potuto vivere una vita più interessante, una vita più piena e oltretutto insieme a persone così intelligenti, perché tutti coloro che ho incontrato in questo cammino hanno qualcosa di raro e straordinario, ed è che, presto o tardi tutti hanno sperimentato lo stesso fallimento e non hanno mai più voluto essere dentro al sistema, allora è un po’ come se avessero anticipato questa crisi in cui ci troviamo oggi. E questo incontro con persone di tutte le culture, così differenti, che non avrei mai incontrato, è stato così straordinariamente arricchente, perché nessuno è sciocco e si rende conto che questo non funziona più. Insomma sono persone molto sensibili, molto speciali e molto determinate, tutte, a fare qualcosa di diverso con la propria vita. Dunque è stato un enorme arricchimento avere partecipato a questa corrente che si chiama siloismo o umanesimo o come lo si voglia chiamare, che però è aperta alla possibilità di rendere il mondo diverso ma anche trasformare la propria coscienza in questa stessa azione. Questo cambiamento simultaneo di ciò che è fuori e di ciò che è dentro è straordinario, tu lo sai bene Juana, sai di cosa parliamo.

J: Sì. Non so se vuoi aggiungere altro…

P: Magari invitare a vedere Pressenza…

J: Per esempio…

P: Che ci veda la gente, perché lavoriamo con 9 lingue ogni giorno, non solo con interviste come questa ma anche con testi scritti, con foto, con i social e con un mucchio di cose, con traduzioni e non si riesce a star dietro a tutto, e allo stesso tempo costruiamo un ambito molto interessante di interscambio tra persone che parlano nove lingue diverse, che fanno cose differenti in tanti Paesi, cercando questo futuro su cui vogliamo fare luce. E allora sono tutti invitati coloro che vogliono unirsi, qui c’è un posto per loro. E il posto lo definisce ognuno ed è lì dove puoi fare ciò che ti piace fare, e basta, e non fare nulla che davvero non ti motivi. Così questo è l’invito.

Traduzione dallo spagnolo: Manuela Donati. Revisione: Silvia Nocera

Categorie: Cultura e Media, Internazionale, Interviste, Nonviolenza, Sud America, Umanesimo e Spiritualità, Video
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