Don Fabio Corazzina: la nonviolenza è un modello sociale, ma anche una forma di spiritualità

02.03.2021 - Andrea De Lotto

Don Fabio Corazzina: la nonviolenza è un modello sociale, ma anche una forma di spiritualità
(Foto di Facebook)

Don Fabio Corazzina l’ho sentito più volte parlare a Radio Onda d’Urto, radio “antagonista” bresciana, di campagne contro il nucleare e contro la spesa militare. I giovani della radio lo intervistavano, ascoltavano e condividevano le sue parole di denuncia, la sua passione. Lo chiamo e mi faccio raccontare…

Parlaci della tua storia

Sono nato sessant’anni fa nel bresciano, ho vissuto da bambino gli anni ’60 e da adolescente gli anni ’70. Sono figlio di contadini, ho fatto il liceo classico, in quegli anni la violenza fascista e brigatista era tanta, a Brescia nel ’74 è scoppiata la bomba in Piazza della Loggia (io facevo la prima liceo), ma non solo. Mi interrogavo, ero inquieto. Nel bresciano parlare di armi significava parlare di lavoro; le fabbriche di armi erano moltissime, in famiglia eravamo cacciatori e io stesso ho sparato da bambino e ragazzino con mio padre. Vicino a casa mia c’erano la Valsella e la Meccanotecnica, che fino al ’97 hanno progettato e prodotto mine antiuomo. Altrettanto vicino c’era e c’è ancora Ghedi, aeroporto militare di portata nucleare. Da Ghedi sono partiti i cacciabombardieri per la Serbia, il Kosovo, la Bosnia, la Libia, l’Iraq … . Poi ci sono la Beretta col suo indotto, la Breda che fabbrica cannoncini per blindati. Non ho voluto fare il servizio militare; alla visita di leva chi si dichiarava obiettore di coscienza veniva inviato dallo psicologo e dallo psichiatra, poi ti mandavano a casa i carabinieri per chiedere ai tuoi genitori se eri a posto, se avevi problemi…

Sono stati gli incontri, le letture, le storie che mi hanno portato sempre più verso la scelta della nonviolenza. La mia diocesi negli anni ’70-’80 aveva un migliaio di persone sparse in tutto il mondo, come cooperanti, missionari, volontari. C’era una tradizione bellissima: tutti i lunedì nel centro missionario chi rientrava o era di passaggio da un angolo remoto del mondo veniva e raccontava. Ho imparato tantissimo. Ascoltavi tante esperienze, qualcuno raccontava di guerre, scoprendo magari che alcune armi usate in zone remote erano fabbricate da noi ed erano targate Brescia.

A 23 anni sono diventato sacerdote. Essendo diocesano sono rimasto nel bresciano, ma ho sempre avuto un respiro mondiale. Poi ci sono stati gli incontri con Pax Christi, Beati costruttori di pace, Operazione Colomba, l’attenzione verso il Medio Oriente e la guerra nei Balcani, l’incontro con le chiese dell’America Latina e le loro lotte per la liberazione. Sono stato in Iraq diverse volte. Ho conosciuto la resistenza nonviolenta in Messico, in Guatemala, in Palestina, in Bosnia. Ho ascoltato le preoccupazioni di chi era in bilico tra la difesa armata e la resistenza nonviolenta dal basso. Ho letto gli scritti di Danilo Dolci, don Mazzolari, don Milani, Thomas Mann, Gandhi, Pablo Richard, Ivan Illic, Johan Galtung, Aldo Capitini, Martin Luther King, Norberto Bobbio, Nelson Mandela, Alberto L’Abate, Giuliano Pontara, Simone Weil, Gene Sharp, Etty Hillesum, Vandana Shiva, Desmond Tutu, Jean Marie Muller, Hildegard Goss Mayr, Alex Langer, Tonino Bello e soprattutto il Vangelo di Gesù. Incontri, esperienze e letture che hanno confermato il mio impegno per la pace e la giustizia, approfondendo le tecniche della nonviolenza.

Con chi sei andato in Iraq e in Messico?

Nel 2002, appena prima della seconda Guerra del Golfo, sono partito con una delegazione di parlamentari, giornalisti e rappresentanti del terzo settore, movimenti di base, nonviolenti. La delegazione è rimasta una settimana, io e don Renato Sacco di Pax Christi ci siamo fermati altri 10 giorni, ospiti delle comunità locali; è stato molto bello e i nostri rapporti con loro sono continuati. In Centro America sono andato sempre con Pax Christi; abbiamo conosciuto Samuel Ruiz e sostenuto le forme di resistenza a un imperialismo Usa che era manifesto in tutta la regione.

Come ti ponevi di fronte alle scelte di movimenti che decidevano di imbracciare le armi per difendersi?

La mia è stata ed è una scelta di metodo; non comporta un giudizio nei confronti degli altri, ma piuttosto una ricerca di confronto. Fu addirittura Paolo VI che nel ’68, nella Populorum progressio, davanti ai diritti e alla dignità calpestati si chiese se avesse senso ipotizzare una difesa armata. Anche in Bosnia ci siamo trovati di fronte a questo tremendo dilemma se usare o no le armi. Armi che hanno ucciso troppi amici con cui collaboravamo sia nei campi profughi che nella cura dei deboli e degli ultimi.

Come hai conciliato queste tue attività con la vita e le richieste della parrocchia?

Ho sempre avuto attenzione per la mia parrocchia. E’ importante lavorare sul “vicino”, sulla propria “casa” e comunità, che è quella che poi ti permette di spaziare; da chi è vicino vengono anche tanti interrogativi ed è importante ascoltarli. Attraverso il lavoro quotidiano affini la tua scelta e impari a proporre un’alternativa percorribile, gli ideali si concretizzano, diventano carne. E’ comunque un percorso evangelico, così come sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento si va da percorsi violenti a percorsi nonviolenti, fino all’apice del Vangelo che propone: ama il tuo prossimo, dona la vita e non prenderti la vita di altri.

Non è stato facile conciliare la vita parrocchiale con queste attività di pratica nonviolenta, ma a suo tempo ad esempio la parrocchia di Rovato, dove stavo io, ha fatto da segreteria per i progetti che avevamo in Serbia, Croazia e Bosnia. Avevamo trasformato quel luogo in un luogo di azione, collaborazione, accoglienza.

Hai avuto difficoltà con la gerarchia?

Diciamo che il percorso non è stato lineare e tranquillo. E’ faticoso, anche dentro la Chiesa, parlare di scelta nonviolenta; ci ritroviamo anche tra preti a discutere sui cappellani militari, sulla scelta educativa, sui metodi nonviolenti. Ho sempre insegnato in scuole secondarie superiori statali; era un modo per stare in mezzo ai giovani, ragionare con loro, studiare e comprendere la geografia e la storia delle distruzioni, della nonviolenza, i volti e le storie dei generali e anche delle figure di riferimento della nonviolenza, della giustizia, della pace e della salvaguardia del Creato. Potevano anche trasferirmi, ma io andavo avanti, ho comunque sempre avuto attenzione per le mie parrocchie ed ero tranquillo in quello che facevo. Non ho mai temuto “ripercussioni”, ho ricevuto dei richiami anche formali, ma siamo abbastanza grandi per superarli e andare oltre, all’essenziale.

Quali sono gli obiettivi a lungo, breve e medio termine per il movimento pacifista?

Innanzitutto va approfondita la scelta nonviolenta come metodo sociale, politico, educativo e anche come spiritualità. La nonviolenza è un modello sociale, un percorso politico, una scommessa educativa, ma è anche uno spirito, un’anima che ti porti dentro. E’ fatta di elaborazioni, approfondimenti, esperienze, sperimentazioni e rilancio della realtà. Senza questa base solida rischi di “morire in una campagna”. In secondo luogo si tratta di lavorare sul rapporto riarmo-disarmo: il bivio è: “Accettare di risolvere i conflitti con la violenza, o prevenirli con la nonviolenza”?

In questo ho imparato molto da don Tonino Bello che diceva: “Se vuoi costruire un mondo di pace coniuga tre verbi: denunciare, annunciare, rinunciare. Inizia dalla denuncia, stigmatizza i percorsi violenti in modo circostanziato, preciso, comprovato, documentato, non ideologico e superficiale. Poi arriva all’annuncio: tu che cosa vuoi? Cosa proponi se vuoi meno armi e desideri un mondo di pace? Quindi avvia i processi di gestione nonviolenta dei conflitti, di disarmo, di riconciliazione. Dopo 40 anni di processi Brescia ha confermato la matrice fascista della bomba di piazza Loggia. E’ stato un lungo percorso di ricerca della verità, di ascolto, di giustizia e riconciliazione. In terzo luogo la rinuncia. “A cosa sei disposto a rinunciare tu? Che prezzo sei disposto a pagare perché qualcosa cambi?” Ogni cambiamento, dobbiamo saperlo, comporta un prezzo. Se chiudo una fabbrica di mine antiuomo avrò 120 persone senza lavoro; chi lo paga questo prezzo? Come possiamo condividerlo? Dobbiamo essere umili, cioè con i piedi ben piantati per terra per evitare voli inutili e pericolosi.

In questo ultimo periodo con OPAL (Osservatorio sulla Produzione di Armi Leggere) nato a Brescia, territorio leader di tale produzione, abbiamo studiato e approfondito le questioni in maniera scientifica e individuato proposte concrete a livello legislativo, di gestione economica di famiglie, Comuni e parrocchie, di riconversione produttiva, così come permette e promette la legge 185/90.

Questo percorso non è solo cristiano, anzi ci sono mondi differenti che hanno interrogato con maggiore radicalità il cristianesimo più di quanto questo abbia interrogato gli altri. La sfida è che diventi un cammino sempre più ecumenico e interreligioso. In questo Papa Francesco ci sta decisamente stimolando.

Comunque i governi si succedono, ma le spese militari non vengono toccate…

Tocchiamo qui il campo del rapporto con la politica; in passato abbiamo avuto parlamentari che erano “dei nostri”, emersi dal lavoro di base in gruppi e movimenti, in associazioni ed enti locali. Ora non c’è più nessuno. Il rapporto con gli eletti, con il Parlamento va costruito, tutelato, gestito; non è sufficiente andare a manifestare fuori dai palazzi. Faccio l’esempio del disarmo nucleare, sul quale stiamo lavorando in questi ultimi anni: abbiamo lanciato una campagna “#ItaliaRipensaci” per la moratoria, la messa al bando delle armi nucleari.

A Brescia abbiamo fatto un lavoro fruttuoso: 60 amministrazioni locali tra Comuni, Province, Comunità Montane (persino la Val Trompia!) hanno aderito a questa campagna, quasi duecento gruppi, movimenti, parrocchie, più di 8mila persone hanno aderito singolarmente. A questo punto incontreremo i nostri parlamentari. L’Italia comincerà a discutere del trattato per la proibizione delle armi nucleari quando riusciremo a porre dentro il palazzo la questione. Andrà costruita una maggioranza che aderisca a questo appello e spinga per la ratifica del trattato. La corresponsabilità e sensibilità del mondo politico va costruita. Il lavoro è grande, ci vuole pazienza, costanza e determinazione.

Se la proposta arrivasse in Parlamento e fosse bocciata dopo quanti anni verrebbe ripresentata?

Non possiamo arrivare a quell’appuntamento impreparati. Tutto va costruito seriamente, nulla va dato per scontato. Il 22 gennaio 2021 il Trattato per la proibizione delle armi nucleari è diventato legge internazionale, ratificato da 52 Stati. Secondo le regole ONU un trattato entra in vigore solo dopo la ratifica di almeno 50 stati, altrimenti rimane una proposta. Ma il posto dell’Italia nel tavolo della discussione era sempre vuoto. L’Italia fino ad ora non ha né partecipato, né discusso e tanto meno ratificato il TPAN. Il nostro impegno è portare l’Italia alla ratifica. Se lo ratificassimo, le armi nucleari della Nato dovrebbero andarsene. Quindi Aviano (Pordenone), dove c’è una base USA e Ghedi (Brescia), dove c’è una base Nato, dovrebbero salutare le armi nucleari che vi sono istallate. I paesi europei che “ospitano” bombe nucleari targate Usa secondo la dottrina del “nuclear shearing” sono Germania, Belgio, Paesi Bassi, Turchia e Italia. Nessuno di questi paesi ha discusso e ratificato il trattato, ma almeno in Germania e Paesi Bassi sembra ne stiano discutendo. Bisognerebbe costruire un fronte europeo libero e intelligente che ponga seriamente in discussione il nucleare.

Il metodo è importante: possiamo anche dirci che noi vogliamo eliminare la guerra dalla storia e dal mondo, cancellare le armi, togliere di mezzo le alleanze militari, uscire dalla Nato, chiudere porti ed aeroporti militari, … va benissimo, ma rischiano di rimanere nei sogni se non si comincia passo a passo a smontare un po’ alla volta questo sistema militare, economico e politico. E’ essenziale avere un obiettivo chiaro, circoscritto e raggiungibile: in questo caso la ratifica da parte dell’Italia del TPAN. A Brescia, leader mondiale di produzione delle mine antiuomo, negli anni ’90 costruimmo una azione che, coordinata con i livelli nazionali e internazionali, portò nel 1997 all’adesione al Trattato di Ottawa per l’abolizione delle mine antiuomo. In Italia e in molti altri Stati non si fabbricano più, ma all’inizio sembrava un obiettivo irraggiungibile. Ora stiamo costruendo un percorso simile; dobbiamo ottenere l’adesione e il sostegno di università, movimenti, centri di ricerca, associazioni, parrocchie, chiunque possa dare un contributo. Stiamo inoltre monitorando i progetti delle nuove armi, per sapere verso dove ci vogliono portare e come affrontare nuove questioni che si porranno presto. Continuiamo a monitorare le banche per sapere come e dove investono e infine sosteniamo una campagna di creazione di Corpi Civili di Pace per i giovani attraverso un servizio internazionale che sia un’alternativa alla guerra e ai suoi sistemi.

Il Covid non ci ha insegnato a spendere meglio le risorse che abbiamo?

Qui nella zona di Brescia e Bergamo, dove la pandemia ha fatto migliaia di morti, la produzione delle armi non si è mai fermata; anche durante il lockdown veniva ritenuta “essenziale”. Nei momenti più difficili sul territorio lombardo c’era una sola fabbrica in grado di produrre mascherine e presidi sanitari e più di 200 che producevano armi! Quando è stata discussa la finanziaria, abbiamo chiesto una moratoria di un anno rispetto alla spesa per nuove armi; avrebbe comportato un risparmio di 5-6 miliardi di euro da investire in scuola e sanità, ma non ci hanno ascoltato. C’è ancora molta strada da fare, ma non abbiamo alcuna paura e andremo avanti.

I primi obiettori di coscienza venivano dal mondo cristiano o da quello anarchico. Vi incontrate ancora?

Sì, le storie si intrecciano: guarda le lotte sui territori come la Val di Susa, o quello che è successo a Genova, l’apice di quel movimento e come siamo stati massacrati. Io a Genova ero tra gli organizzatori e per pura casualità non sono finito in ospedale. Quello è stato un vero spartiacque. C’era allora un percorso alternativo e intelligente che doveva essere fermato. E lo hanno fatto. Nel modo più brutale possibile, con la repressione. Ma l’”Eutopia“ della pace, come la chiamava don Tonino Bello, continua ad abitare cuori, cervelli, territori, chiese, moschee, sinagoghe, templi, città, foreste, mari e popoli interi. Nessuno può fermarla.

Link utili:

www.paxchristi.it

www.opalbrescia.org

https://retepacedisarmo.org/

https://www.banchearmate.org

www.mosaicodipace.it

https://www.disarmo.org/

www.miritalia.org

www.operazionecolomba.it

www.archiviodisarmo.it

www.nonviolenti.org

www.sipri.org

www.icanw.org

www.sbilanciamoci.org

 

 

Categorie: Interviste, Nonviolenza, Pace e Disarmo
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