Cosa pensiamo noi donne dell’area mediterranea e cosa vediamo nei nostri diversi quotidiani e soprattutto cosa abbiamo voglia di raccontare al mondo, urlando o sottovoce, a mo’ di manifesto?

L’occasione per indagare in questo mare è stata la 7ͣ edizione dell “Olhares do Mediterrâneo. Women’s film festival”, (Gli occhi delle donne del Mediterraneo), che si è tenuta a Lisbona dal 23 al 29 novembre 2020, di cui Silvana Lanzirotti, ex insegnante di Milano nonché cinefila per passione e impegnata in un percorso personale e professionale di ricerca del cinema indipendente e femminile e di canali di distribuzione, è stata testimone, partecipando al festival, un focus sugli sguardi e le visioni di registe dell’area del Mediterraneo, e che qui ci racconta.

” Nato nel 2014 ad opera di Antonia Pedroso de Lima, Sara David Lopez e Silvia Di Marco, tre professioniste e amiche, il festival cinematografico ha avuto come obiettivo la divulgazione di film di registe donne che vivono e lavorano sulle due sponde del Mediterraneo: Libano, Palestina, Israele, Marocco, Egitto, Francia, Turchia, Balcani, Italia, Spagna, Portogallo ed altri ancora, i paesi scrutati. Ispirandosi al Films Femmes Méditerranée, creato nel 1979 a Marsiglia, le organizzatrici hanno fortemente voluto dare una risonanza ulteriore al circuito dei film festival femminili e lo hanno significativamente chiamato Olhares do Mediterrâneo, dove gli ‘occhi aperti del Mediterraneo’ sono quelli delle donne mediterranee con la loro straordinaria capacità di guardare e di raccontare con una profonda ricchezza creativa, tanto maggiore quanto più grande è il loro bisogno di uscire allo scoperto, di essere estratte dal buio oscuro in cui sono eternamente relegabili, anche nella cultura liquida contemporanea, purtroppo”.

Risulta dunque importante poter riparlare del festival nella giornata dell’8 marzo, United NationsDay for Women’s Rights, ricorrenza internazionale dedicata alla Donna, da sempre a metà tra la festa e la conta di numeri e nomi delle vittime. Giornata simbolica ma anche narrativa del lungo cammino, continuamente minato, ostacolato, interrotto, delle donne verso una sempre maggiore condizione di diritto nelle società che abitano.

“Infatti ma, sebbene la vocazione di Olhares è dare spazio, visione e platea a queste voci” – continua a raccontarci Silvana Lanzirotti – “tanto da diventare, sin dalla sua apertura, un importante appuntamento culturale a Lisbona, quasi un osservatorio per gli addetti ai lavori (le donne), quasi una tradizione familiare, per un affezionato pubblico di ogni età e sesso, a causa della situazione Covid 19, quest’anno le tre organizzatrici sono riuscite a proiettare solo alcune delle pellicole in gara per l’Award, nelle belle sale déco dello storico Cinema São Jorge, al centro di Lisbona, rendendoli però visibili sulla piattaforma di Filmin Portugal. I film sono stati 28 suddivisi in lungometraggi e i corti, e hanno spaziato poliedricamente attraverso poesia, neorealismo, fantasia surreale o crudo reportage, aprendo insolite scoperte sulle nostre esistenze. Tra questi, 8 film documentari della sessione “Travessias”, che hanno incrociano temi strettamente correlati alle problematiche più calde dell’attualità mediterranea, (immigrazione, viaggi della speranza, le morti in mare) e infine 17 corti, anche di animazione, destinati al pubblico delle scuole, quindi di carattere educativo, che però quest’anno non hanno potuto presenziare dal vivo alla manifestazione. Per me è stato particolarmente sorprendente, proprio il primo giorno, assistere alla proiezione di due opere di due registe italiane, Emanuela Zuccalà e Benedetta Argentieri. Il primo La scuola nella foresta, ambientato in Liberia, dove la mutilazione genitale femminile è legale. E scopriamo che viene praticata come rito di iniziazione dalla società segreta femminile “Sande”, attiva in 11 dei 15 distretti del Paese. Considerata custode della tradizione e della cultura degli antenati, la società segreta è intoccabile. Dando voce a tre attiviste liberiane per i diritti delle donne, questo film si unisce alla loro dolorosa e appassionata denuncia. Il secondo, invece, I Am the Revolution, racconta la storia di tre rivoluzionarie del Medio Oriente, leader nella lotta per la libertà e l’uguaglianza di genere. Sono l’afgana Selay Ghaffar, attivista politica perseguitata dai talebani, la curda Rodja Felat che è comandante dell’Esercito Democratico Siriano, e l’irachena Yanar Mohammed, considerata dalla BBC, nel 2018, una delle 100 donne più influenti al mondo. Due pellicole forti e istruttive, che hanno tenuto sveglio il pubblico, incredibilmente, senza pesantezza e, soprattutto, due realtà da divulgare assolutamente.

Alla fine, l’Award 2020 al lungometraggio vincente è stato aggiudicato dalla Giuria del festival a Laetitia Mikles, regista francese, per il suo film “Que l’amour”. Titolo tratto da una canzone di Jacques Brel, Quand on n’a que l’amour, (quando l’amore è tutto ciò che hai), perché il protagonista, Abdel, un giovane Franco-Algerino, scoprendo le interpretazioni del grande cantautore belga, sarà catturato da una passione travolgente che gli trasformerà la vita, diventando lui stesso un interprete di questo repertorio e, attraverso le canzoni popolari, ritrovando sé stesso insieme al desiderio e la volontà di riavvicinarsi al suo paese d’origine”.

Superflua e priva di senso diventa a questo punto la domanda se e qual è il segreto di tanto successo che ogni anno riscuote il festival, ma Silvana Lanzirotti, preferisce comunque precisare.

“Questi sguardi sono un evento ogni anno unico in Europa per il loro doppio carattere: cinema femminile e cinema di uno specifico bacino culturale, dove la storia europea, da sempre, nasce e affonda in questo mare e, in questo continuo rullio di onde che vanno e vengono, le registe di Olhares do Mediterrâneo mettono a fuoco, accanto alle nostre vicende quotidiane, comiche o drammatiche, le ingiustizie, le tragedie delle migrazioni e dei conflitti armati, ancora e eternamente presenti, come semplicemente l’amore”.

sito del festival: https://www.olharesdomediterraneo.org/

Alida Parisi