Woman in STEM è la rivendicazione delle donne a partecipare attivamente come soggetti nella scienza senza subire discriminazioni. Sono stati fatti enormi passi in avanti su questo fronte, ma che ne dovremo dire delle donne nella scienza come oggetto di studio, nelle sperimentazioni farmacologiche?

La lente androcentrica che prevede l’uomo come norma e la donna come una variabile del modello maschile, è stato per secoli lo status quo regolativo fra i sessi. Ed è su questa prospettiva che la scienza ha costruito la sua conoscenza, basandola sul solo corpo maschile, producendo conseguentemente minore conoscenza su quello femminile. Infatti, i dosaggi dei farmaci e l’individuazione degli effetti collaterali sarebbero basate su sperimentazioni che coinvolgono principalmente gli uomini adulti di 70 kg, i cui risultati verrebbero poi aggiustati per le donne.

In bioetica si parla di sottorappresentatività femminile nelle sperimentazioni, ed è un problema perché non tenere conto del sesso biologico di appartenenza non garantisce un’appropriata diagnosi e terapia.

Il paradosso consiste nel fatto che nonostante le donne consumino il 20/30% dei farmaci in più rispetto gli uomini, le sperimentazioni avvengono su base volontaria di individui sani preferibilmente maschi adulti. Ne risulta dal rapporto 2008 del CNB (Comitato nazionale bioetica) che il 57% delle segnalazioni per reazioni avverse ai farmaci, dunque più della metà sul totale, avvengono da parte di donne.

Le cause di esclusione delle donne più rilevanti riguardano ragioni economiche in primo luogo: Le case farmaceutiche preferiscono non investire sulla sperimentazione femminile per l’aumento dei costi che ne deriverebbe. Preferendo adattare i risultati ottenuti sui soggetti maschili a quelli femminili, a discapito sia di una cura di qualità per le donne sia di una minore consapevolezza delle differenze fra maschi e femmine dal momento in cui l’analisi dei dati resta indifferenziata.

Vi sono ragioni sociali legate alla forte disincentivazione delle donne alla partecipazione delle sperimentazioni, e uno scarso interesse da parte dei reclutatori stessi nell’assicurare una soglia minima di presenza femminile.

Ragioni biologiche per cui da un lato la donna è considerata un soggetto difficile a causa del suo stato di ciclicità ormonale durante la fertilità e le differenze tra condizioni di fertilità e menopausa. Queste difficoltà dovrebbero essere altresì un incentivo ad approfondire lo studio sul corpo femminile, non una causa di esclusione.

E infine, per presunta gravidanza. La donna viene obbligata dalla casa farmaceutica ad assumere un contraccettivo ormonale come condizione per la partecipazione, disincentivata per proteggere un eventuale e più metafisico feto. Ovvero: basta essere donne per esser considerate in presunta gravidanza e quindi costituire un rischio per il feto.

Tale approccio è lesivo nei confronti della libertà della donna perché non consente di scegliere il metodo di contraccezione che ritiene più adeguato, e in secondo luogo considera la donna come madre prima che soggetto, anteponendo condizioni di possibilità ai reali benefici per la donna. Un po’ come accade con l’aborto insomma.

Piccoli progressi:

In seguito la pubblicazione del documento 2008 “La sperimentazione farmacologica sulle donne” da parte del CNB in cui si incentivava un coinvolgimento più equo fra i sessi nella sperimentazione, nel 2018 con il decreto Lorenzin, legge n.3/2018 viene per la prima volta stabilita una strategia per la pianificazione e diffusione della medicina di genere a carico del Ministero della salute e l’Istituto superiore di Sanità.

La medicina di genere non è una medicina per le donne, ma una medicina attenta alle differenze diagnostiche e sintomatologiche fra i sessi al fine di proporre cure più adeguate. Arriviamo poi ai giorni nostri, quando il 21 giugno 2019 viene pubblicato dal Ministero della salute il piano per l’applicazione e la diffusione della medicina di genere. Speriamo che intorno a questa tematica si crei maggiore attenzione e dibattito pubblico per una sanità più sicura e inclusiva.

Fonti:

– “la sperimentazione farmacologica sulle donne”, 28 novembre 2008, Comitato Nazionale Bioetica

– “La sperimentazione clinica dei farmaci in Italia” 18° rapporto nazionale anno 2019, AIFA

– “Prospettive femministe: morale, bioetica e vita quotidiana”, Caterina Botti, Mimesis

– “Il fattore X” Manacorda e Gabaglio, Castelvecchi – www.gazzettaufficiale.it

 

Jessica Perra