Vittoria popolare in Bolivia: una lezione di coraggio e dignità

21.10.2020 - Javier Tolcachier

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Francese, Tedesco, Portoghese, Greco

Vittoria popolare in Bolivia: una lezione di coraggio e dignità
(Foto di Trabajadores (Cuba))

I settori popolari della Bolivia hanno dato una nuova lezione al mondo. La vittoria schiacciante del Movimento al Socialismo-Strumento Politico per la Sovranità dei Popoli (MAS-IPSP) non lascia dubbi sulla volontà maggioritaria del suo popolo.

Le difficili circostanze in cui è stata fatta questa scelta rafforzano il coraggio di chi non si è lasciato intimidire. Alle persecuzioni e alla detenzione per motivi politici, alle gravi violazioni dei diritti umani, di fronte alle intimidazioni e alle aggressioni, i boliviani hanno risposto con dignità e convinzione, senza retrocedere né cedere alle pressioni al fine di recuperare la democrazia.

È necessario ricordare i diversi rinvii delle elezioni, che finalmente si sono realizzate grazie alla determinazione nella mobilitazione attiva delle comunità e alla fermezza dei dirigenti e dei parlamentari, che hanno impedito che il regime di fatto si perpetuasse.

Nonostante la disastrosa gestione della pandemia da parte del governo, coinvolto da alcuni mesi in gravi fatti di corruzione, i boliviani sono andati a votare, pacificamente e consapevoli del fatto che era in gioco il loro destino.

L’ampio margine di oltre 20 punti percentuali con cui la coppia Luis Arce e David Choquehuanca ha superato il secondo, Carlos Mesa, rappresentante del neoliberismo e delle ambizioni di ricolonizzazione straniera, ha un doppio effetto.

Da un lato, dissipa ogni dubbio sul carattere di colpo di Stato avvenuto a novembre sulla base dell’accusa di una frode inesistente. Un colpo di stato che porta il marchio cospiratorio del Dipartimento di Stato americano attraverso il suo braccio di controllo “emisferico”, l’OSA e il suo segretario generale.

Un colpo di stato le cui responsabilità riguardano anche settori del potere economico – soprattutto quelli legati all’oligarchia di Santa Cruz – e a multinazionali con appetiti verso le risorse naturali nazionalizzate.  Il colpo di stato ha avuto come necessari attori i media privati, di proprietà di questi stessi conglomerati, le chiese cattolica e pentecostale e anche molte organizzazioni non governative euro-dipendenti, rimosse dalla loro funzione assistenziale dalle politiche pubbliche del governo rivoluzionario di Evo Morales. Un colpo di stato in cui la responsabilità diretta è ricaduta sugli alti comandi delle Forze Armate e della Polizia, una questione di rilevanza strategica che il nuovo governo di Arce dovrà senz’altro affrontare.

La vittoria indiscussa, d’altra parte, opera il miracolo di ostacolare ogni tentativo di frode elettorale – questa volta altamente possibile, essendo l’apparato istituzionale nelle mani di un regime di fatto – o la riedizione violenta di colpo di stato, tagliando alla radice in questa occasione ogni parvenza di legalità o di legittimità.

Anche se le ombre oscure della resistenza alla consegna del potere politico possono ancora aleggiare nella mente di qualche agente straniero, funzionario o militare, le dichiarazioni pubbliche sono state praticamente unanimi nel convalidare la chiara volontà del popolo, chiudendo la strada a possibili disperate avventure della destra.

Le ragioni del trionfo

Il malgoverno di fatto ha fatto tutto ciò che poteva per seppellirsi. L’obbligo contratto con le forze che ne hanno tirato i fili ha fatto sì che si pretendesse smantellare in pochi mesi la costruzione del Processo di Cambiamento, soprattutto sotto l’aspetto economico e geopolitico. E questa è stata la sua rovina.

Il razzismo manifesto distillato dall’amministrazione Añez ha toccato il nervo storico della comunità di nazioni che dopo secoli ha raggiunto il rispetto, un importante grado di autodeterminazione e di apprezzamento culturale e sociale. Di fronte a ciò, si è levato il profondo clamore della ribellione contro la violenza installata, riuscendo ancora una volta a consolidare l’unità che aveva cominciato a disgregarsi nell’ultimo periodo di governo della Rivoluzione Democratica e Culturale.

Allo stesso tempo, la figura di Luis Arce, il principale responsabile dell’attuazione della crescita economica con Evo Morales come leader politico, ha proiettato la possibilità di raggiungere una nuova stabilità in mezzo alla tempesta pandemica e all’incerto futuro.

D’altra parte, la formula della sostituzione e dell’unità è stata un grande successo, unica tattica possibile di fronte alla proscrizione e alla persecuzione contro il leader storico. La stessa strategia è stata sperimentata in Brasile con Fernando Haddad, in Argentina vittoriosamente con Alberto Fernández ed è la prospettiva che mobilita la ricostruzione di un blocco progressista in Ecuador attraverso la candidatura di Andrés Aráuz.

Nel caso boliviano, la vicepresidenza di un leader indigeno di statura storica come David Choquehuanca, che accompagna Arce, simboleggia ancora una volta il tentativo di unire i due versanti del Processo di Cambiamento, la visione del Buon Vivere e la sinistra sviluppista, sotto l’obiettivo comune della sovranità del popolo di fronte a un avversario pericoloso e senza cuore.

Ma al di là degli argomenti congiunturali, il 53 percento o più di Lucho Arce rappresenta un ringraziamento al Processo di Cambiamento guidato da Evo Morales Ayma. Un periodo di quasi quattordici anni in cui è stato intrapreso un percorso di sviluppo economico basato sul recupero delle risorse naturali al fine, tra molti altri, di generare miglioramenti sociali senza precedenti nella riduzione della povertà, nell’eliminazione dell’analfabetismo, nell’accesso alla salute e all’istruzione per tutti, nella protezione degli anziani e dei bambini.

Insieme alle conquiste sociali, il Processo di Cambiamento ha prodotto mutamenti innovativi e rivoluzionari nell’immaginario e nella pratica politica. All’interno del quadro strutturale di una società plutocratica e razzista, è riuscito a rendere manifesto un mondo che vuole nascere e a cedere il passo alla multiculturalità e alla plurinazionalità in contrapposizione all’altro decadente e morente, che favorisce solo un gruppo di suprematisti privilegiati, eredi delle colonie.

Il Processo di Cambiamento, un percorso che la Bolivia riprenderà ora in un nuovo ciclo creativo, ha reso possibile l’emergere di culture ignorate e soggiogate per secoli, dando loro protagonismo politico e dignità identitaria, ha promosso la crescente partecipazione e i diritti delle donne, ha rimpiazzato un’istituzionalità repubblicana escludente, trasformandola in una democrazia partecipativa.

Con il loro voto, i boliviani hanno valorizzato la Nuova Costituzione politica raggiunta con grandissimo sforzo nel 2009, che rende effettiva una nuova visione dello Stato, pluriculturale e plurinazionale, laico, pacifista, umanista, riscattando le rivendicazioni e consacrando nuovi diritti per tutti i settori sociali trascurati.

È un voto necessario, giusto e storicamente consapevole.

Il significato della victoria popolare per l’America Latina e i Caraibi

Ancora una volta, l’unità dei settori sfruttati è riuscita a sconfiggere ampiamente la meschinità degli opulenti. Come già accaduto con le primarie in Argentina, i risultati hanno superato di gran lunga le previsioni dei sondaggi. Nonostante le direttive del Nord, che costrinsero Áñez a rinunciare alla sua candidatura, e l’irrilevanza di Tuto Quiroga, che fece lo stesso, l’ala destra si è divisa. Questo ribadisce un chiaro precedente. In tempi di angoscia e di frammentazione, l’unità del movimento popolare è essenziale, anche con alcune contraddizioni.

Gli spiriti emancipatori dell’America Latina e dei Caraibi hanno accolto l’esito elettorale con speranza e infine con sollievo e gioia, intravedendo già la possibilità di rafforzare il blocco di Paesi che come il Messico, il Venezuela, l’Argentina, Cuba, il Nicaragua e diverse nazioni caraibiche, difendono l’integrazione, la sovranità e la solidarietà tra i popoli come bandiera.

Senza dubbio, la presidenza di Luis Arce apre la possibilità di riattivare il cammino verso l’unità sudamericana attraverso una versione forse ridotta dell’UNASUR, che con il tempo e l’inversione dei rapporti delle forze politiche in Ecuador, Cile, Colombia o Brasile, potrebbe essere completata, questa volta con un maggiore inserimento delle forze vive della società civile.

A breve termine, la Bolivia si ricongiungerà senza dubbio ad ALBA e rafforzerà il lavoro che il governo di López Obrador sta svolgendo nel CELAC. Allo stesso modo, costruendo un asse con il governo argentino, migliorerà l’attuale versione nuovamente neoliberale del MERCOSUR.

È molto importante sottolineare che l’assunzione della presidenza da parte di Luis Arce indebolisce il Gruppo di Lima e la posizione guerrafondaia e di interferenza degli Stati Uniti nella regione, contribuendo ad una posizione molto importante in difesa della pace come bene inestimabile e come risultato comune.

Il mandato: diventare migliori

All’inizio del suo mandato, Arce dovrà agire per affrontare le emergenze. La pandemia, la disoccupazione e il disastro lasciato dal malgoverno golpista non lasciano margine ad altre priorità. La prima cosa sarà quella di riorientare lo sforzo verso la protezione della gente e di affermare la certezza che ancora una volta siamo sulla strada giusta.

Tuttavia sarà necessario non solo guarire le ferite del corpo, ma anche cercare di guarire le ferite dell’anima, dopo un periodo carico di odio, vendetta e risentimento. Così il nuovo governo cercherà di costruire ponti nei confronti dei diversi settori con messaggi di riconciliazione nel quadro della forza politica che la maggioranza ricevuta nell’esecutivo e in entrambe le camere legislative gli conferisce.

Ma in termini di proiezione trasformatrice cosa significa diventare migliori? Basta avanzare nella trasformazione della matrice produttiva estrattiva? O con la sburocratizzazione e il decentramento comunitario della rivoluzione?

Il primo ciclo di quattordici anni del Processo di Cambiamento ha risposto più che bene al mandato dell’Agenda dell’ottobre 2003, di fronte al secolare debito verso la popolazione che il modello del saccheggio neoliberale ha prolungato e approfondito.

Sebbene il debito del saccheggio sia ben lungi dall’essere completamente saldato, qual è la nuova agenda per diventare migliori? Qual è il modo di accogliere le nuove sensibilità giovani emergenti, i cui paesaggi si sono formati in questo secolo, molti dei quali nel quadro della rivoluzione?

È ovvio che la rivoluzione, in quanto profonda trasformazione delle strutture socio-economiche e mentali, è l’unica via d’uscita dall’entropia generata dal rantolo di un modello sociale superato. Tuttavia, è possibile che le nuove rivoluzioni, nell’attuale momento storico, richiedano l’inclusione di nuovi temi e un approfondimento del cambio culturale educativo che favorisca la comprensione per cui ogni costruzione sociale ha bisogno di partire dall’essere umano come preoccupazione centrale e dall’intenzionalità umana come caratteristica costitutiva di ogni senso sociale evolutivo.

Il Processo di Cambiamento ha reso visibili e attuato diritti per la maggioranza, generando conquiste nel superamento della marginalità, e ha innalzato la valorizzazione delle proprie culture e le loro differenze. Sarà possibile ora fare un altro passo verso la convergenza consapevole dei diversi mondi culturali senza che questi rinuncino alla propria identità? Sarà possibile guardare alle proprie culture in senso dinamico, dove ciascuna tenda a trasformarsi conservando le proprie migliori qualità? Se guardiamo nel dettaglio, in un mondo interconnesso come quello attuale questa identità civilizzatrice in processo di sintesi è molto più vicina di quanto si pensi. In Bolivia e in ogni altro luogo.

L’obiettivo comune di questa nuova agenda, da un punto di vista umanista, deve avere come orizzonte principale il superamento di ogni forma di violenza, discriminazione ed emarginazione, non solo a livello sociale, ma anche interpersonale quotidiano, oltre che nell’atteggiamento individuale.

Potrà dunque sorgere il nuovo essere umano, specie tanto agognata dai rivoluzionari di tutti i tempi? Ciò sarà possibile solo se, parallelamente al cambiamento sociale, si presterà attenzione allo sviluppo interiore, riscattando ciò che è veramente essenziale in ogni cultura, le sue esperienze profonde, affinchè si esprima una nuova sintonia tra gli esseri umani e tra gli esseri umani e il loro ambiente.

Forse in questo modo saremo migliori. Non è da rivoluzionari accontentarsi di meno.

Javier Tolcachier è comunicatore dell’agenzia Pressenza e ricercatore presso il Centro di Studi Umanisti di Cordoba, Argentina.

Traduzione dallo spagnolo di Matilde Mirabella

Categorie: Opinioni, Politica, Sud America
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