Sessant’anni fa l’indipendenza di un gigante africano, la Nigeria – Parte I

12.10.2020 - Tolosa, Francia - Olivier Flumian

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Francese

Sessant’anni fa l’indipendenza di un gigante africano, la Nigeria – Parte I
La Repubblica Federale della Nigeria (Image credit: Book 'Nigeria' di Amzat Boukari-Yabara. Collezione: Mondo arabo/musulmano (diretta da Mathieu Guidère). Editore: De Boeck. Bruxelles, ottobre 2013. pag. 25).

Oggi economia leader in Africa in termini di PIL, la Nigeria è anche lo Stato più popoloso del continente. La sua indipendenza è contemporanea a quella delle ex colonie francesi e dell’ex Congo belga. La sua storia è stata segnata da episodi di violenza politica, da un’alternanza tra regimi civili e militari, a fare da sfondo lo sviluppo di un’economia petrolifera e il forte aumento delle disuguaglianze sociali e territoriali.

Pressenza ha intervistato Amzat Boukari-Yabara, dottore in storia dell’EHESS (École des hautes études en sciences sociales) e attivista panafricanista, per fare il punto su questa evoluzione. Oggi ci descrive il contesto dell’indipendenza e gli anni che l’hanno vista nascere.

Il contesto dell’indipendenza

La Repubblica Federale della Nigeria ha ottenuto l’indipendenza dal Regno Unito il 1° ottobre 1960. In quale contesto prende forma questa indipendenza? SI tratta di un’indipendenza apparente come per le colonie francesi?

Alla fine del XIX secolo, i principali stati, regni, repubbliche e città-stato della zona del Delta del Niger passano sotto il dominio coloniale. Gli inglesi si impadroniscono di questo vasto territorio di 928.000 chilometri quadrati, circondato da colonie francesi a nord, est e ovest e affacciato sull’Oceano Atlantico. È dalla foce del fiume Niger, che scorre attraverso l’omonima colonia francese, che viene il nome di Nigeria (area del Niger). Nel 1914, nasce ufficialmente la colonia della Nigeria per poi conquistare la sua indipendenza nel 1960.

Il periodo coloniale, piuttosto breve, ha avuto corso nel quadro di un sistema di amministrazione indiretta inventato dal governatore Frederick Lugard. Mentre stabiliva un duplice regime fiscale, legale, sociale e culturale, Lugard intesseva rapporti con i capi tradizionali di etnia Hausa del nord islamizzato. Nel sud, invece, cerca con più difficoltà l’appoggio delle élite cristianizzate di origine Yoruba e nel sud-est, dove dominano le popolazioni animiste e acefale di origine Ibo, il sistema ha difficoltà a permeare a causa dell’assenza di circoscrizione territoriali. Dopo l’istituzione di un raduno panafricano negli anni ’20, negli anni ’40 nascono i primi partiti politici nigeriani con il Consiglio nazionale del Camerun e della Nigeria di Namdi Azikiwe e Herbert Macaulay, il Gruppo d’azione di Obafemi Awolowo e il Congresso dei popoli del Nord di Talefa Balewa. La vita politica è modellata sulle etnie e sulle regioni, e il potere coloniale riveste il ruolo di arbitro.

In realtà, il vero arbitraggio politico è quello delle donne. Le organizzazioni femminili avranno un ruolo centrale nel cammino verso l’indipendenza, con l’Associazione delle donne del mercato di Lagos, creata nel 1920 da Alimotu Pelewera, e la rivolta delle donne di Aba contro la politica fiscale e coloniale nel 1929. Nel 1944, è l’attivista femminista Funmilayo Ransome-Kuti a fondare l’Unione delle donne Abeokuta. Le 20.000 donne che riunisce lavorano e sostengono il partito di Azikiwe e, come gli studenti nigeriani con sede in Inghilterra, danno vita un impulso di indipendenza.

Negli anni ’50, un processo costituzionale viene avviato dai leader britannici e nigeriani. Dopo le elezioni locali seguite dall’autonomia, la Nigeria diventa indipendente nella notte tra il 30 settembre e il 1° ottobre 1960. Il Paese si unisce al Commonwealth britannico sotto la presidenza della Regina d’Inghilterra, mentre Nnamdi Azikiwe, di origine Ibo, detiene il potere esecutivo e centrale.

All’epoca della sua indipendenza, la Nigeria sembrava essere sulla buona strada. Paese ricco e prospero – con circa cinquanta milioni di abitanti all’inizio degli anni Sessanta, più di duecento popolazioni diverse, un’élite economica e intellettuale e una diaspora potente e organizzata – la Nigeria gode anche di un reale potenziale agricolo, nonostante la sua geografia irregolare. Corrispondenti ai tre principali gruppi etnici, ciascuna delle tre regioni ha un proprio governo e una propria assemblea, nonché servizi amministrativi, finanziari e giudiziari. Un governo centrale si occupa delle questioni di sovranità monetaria, militare e politica, con un parlamento federale, un governo centrale e un governatore generale che funge da capo di Stato. L’equilibrio è fragile e la vita politica è molto turbolenta, tanto che il governo centrale si vede costretto a creare un quarto Stato nel 1963.

A differenza delle colonie francesi, che formavano due blocchi federali dipendenti dalle decisioni prese a Parigi, le colonie britanniche erano tutte già autonome, con una propria vita politica indipendente dalla vita politica britannica. La presenza britannica era rimasta abbastanza discreta e la Nigeria conquistava rapidamente la sovranità politica, monetaria e militare. A parte gli accordi legati al Commonwealth, l’indipendenza era molto più completa e concreta di quella dei suoi vicini francofoni. Tuttavia, il suo modello politico rimaneva molto influenzato da quello del Regno Unito e degli Stati Uniti. Soprattutto, il Paese era attraversato da problemi complessi a tutti i livelli: economico con forti disuguaglianze, religioso con il maggior numero di musulmani e cristiani di tutta l’Africa subsahariana, culturale con difficoltà nella costruzione della nazione.

Governatore generale e poi primo presidente della Nigeria nel 1963, Nnamdi Azikiwe è un nazionalista e panafricanista. Avvocato, giornalista e attivista politico, formatosi negli Stati Uniti, ha una visione che include le differenze etniche, nazionali, continentali e internazionali. Lotta duramente per democratizzare l’istruzione ed estendere il suffragio universale. È importante sottolineare che, pur essendo di origine Ibo, si oppone alla propria etnia rifiutando la secessione del Biafra alla fine degli anni Sessanta. Anche se c’è una certa rivalità, Azikiwe è vicino al presidente ghanese Kwame Nkrumah. Come lui, è convinto che l’Africa debba unirsi. Ne è tanto più convinto quando vede che il suo Paese, la Nigeria, è ricco di risorse petrolifere che rischiano di trasformarsi presto in una maledizione. Per preservare le risorse e proteggersi dai predatori, Azikiwe valuta la proposta di un’unione doganale africana.

Questo è molto importante perché diverse tesi sulla storia dell’integrazione africana considerano che la Nigeria svolga per l’Africa lo stesso ruolo che la Germania svolge per l’Europa. Entrambi i Paesi hanno lo stesso modello federale, costruito sul principio dell’unione doganale, e integrano il loro spazio continentale attraverso la propria unità. Tuttavia, la Nigeria è soggetta a intense forze centrifughe che alla fine esplodono nel 1966, in un contesto di dispute etniche, discriminazione economica e crisi istituzionale, con l’entrata in gioco di un gruppo sociale che farà molti danni fino alla fine degli anni Novanta.

Composto da ufficiali generalmente addestrati in Inghilterra, con una forza che nel 1960 contava 7500 uomini, l’esercito nigeriano si forma inizialmente in una tradizione repubblicana di non ingerenza negli affari politici. Con una buona reputazione di indipendenza, 1965 non ci sono più ufficiali o soldati britannici in territorio nigeriano. Tuttavia, nel gennaio del 1966, il Paese si infiamma, entrando in un ciclo di turbolenze che, con il boom del petrolio sullo sfondo, vede un’alternanza di governi civili e giunte militari, con la presenza di ex militari putschisti tornati alla vita civile.

Il conflitto del Biafra

Tra il 1967 e il 1970 il Paese viene dilaniato dal terribile conflitto del Biafra. Qual è stata l’origine di questo conflitto e quali sono state le sue conseguenze per il successivo sviluppo del Nuovo Stato?

Abbiamo visto la fragilità del modello politico nigeriano, attraversato da molte scissioni, e difficile da regolare. Paradossalmente, sarà un episodio drammatico a unire la Nigeria. La guerra del Biafra è una guerra civile che dal 1967 al 1970 ha visto contrapporsi la popolazione Ibo, della Nigeria sudorientale, allo Stato federale. Gli Ibo sono stati fortemente ostracizzati a causa del loro successo economico, sociale e intellettuale.

Il 15 gennaio 1966, nel contesto di una crisi politica latente da tre anni, alcuni ufficiali Ibo scatenano un colpo di Stato assassinando molte personalità politiche, tra cui il leader nordista Ahmadou Bello e il primo ministro Talefa Balewa. Di padre Ibo e madre Hausa, il generale Ironsi viene portato al potere, ma solo per rappresaglia, e dato che il colpo di Stato sembrava essere motivato politicamente e non etnicamente, degli Ibo che vivevano nel nord del paese sono vittima di rappresaglie da parte degli Hausa. Gli Ibo fuggono dai pogrom e si rifugiano in Biafra.

Qualche mese dopo, nel luglio 1966, gli ufficiali dell’Hausa organizzano un controcolpo di Stato contro il generale Ironsi. Ironsi viene assassinato e dopo trattative particolarmente tese, il generale Yakubu Gowon, nordista, prende il potere, con grande dispiacere del tenente colonnello Ojukwu.

Nei mesi successivi, quest’ultimo decide di difendere il suo popolo ritenendo che il governo centrale non sia in grado di proteggere gli Ibo. Ojukwu emette una serie di ultimatum a Gowon e annuncia misure speciali per la regione orientale, tra cui la decisione unilaterale di decidere quanto delle entrate petrolifere sarebbe andato al governo centrale e quanto sarebbe rimasto al governo locale. L’abbondante petrolio del Biafra diviene così un mezzo di ricatto, pressione e corruzione.

Il 27 maggio 1967 il governo centrale decide unilateralmente di modificare la struttura federale, aumentando il numero degli Stati da quattro a dodici. La regione orientale si trova divisa in tre stati, e gli Ibo sono confinati in un territorio senza sbocchi sul mare e quindi tagliati fuori dai giacimenti petroliferi di Port-Harcourt, sulla costa. Tre giorni dopo, con l’accordo di un consiglio di capi tradizionali, il tenente colonnello Ojukwu proclama l’indipendenza della Repubblica del Biafra, un territorio di 75.000 chilometri quadrati corrispondenti all’antica Regione orientale, comprendente quattordici milioni di abitanti di origine Ibo e non Ibo, essendo i giacimenti petroliferi situati maggiormente in territori non Ibo.

Il presidente Gowon considera questa proclamazione secessionista come una dichiarazione di guerra. Sa che il petrolio può trasformare il Biafra nell’equivalente di un emirato e che la Nigeria non riuscirà a riprendersi dalla perdita di questa manna. All’inizio di luglio inizia il conflitto militare. I primi mesi sono principalmente costituiti da infiltrazioni da parte della polizia, poi molto presto inizia una guerra a tutto campo con l’accerchiamento del Biafra. Per un anno, durante il 1969, la guerra rimane a un punto morto, sotto forma di guerra di logoramento con numerose atrocità sulla popolazione, prima dell’assalto finale. Nel gennaio 1970, il generale Gowon annuncia la fine della guerra.

È necessario ricontestualizzare la guerra del Biafra sottolineando che in quel periodo si stavano verificando colpi di Stato in diversi paesi (Togo, Congo, Benin, Repubblica Centrafricana…) e l’esercito nigeriano aveva deciso di assumersi le proprie responsabilità. Diversi intellettuali nigeriani, come gli scrittori Chinua Achebe e Wole Soyinka, avvertono il clima di crisi attraverso i loro scritti. La corruzione era diventata sempre più forte a ogni livello gerarchico di potere. Nel gennaio 1966 viene dichiarato lo stato di emergenza e per un anno e mezzo il paese scivola nel baratro.

Quando scoppia la secessione nel maggio del 1967, il governo centrale sottolinea che si trattava di un conflitto interno che non doveva comportare intervento straniero alcuno. Il Paese ottiene il sostegno degli organismi africani e dell’Onu, che richiedono il mantenimento dell’unità della Nigeria e che non vi siano ingerenze dall’esterno. Tuttavia, alcuni Paesi africani come la Tanzania e lo Zambia – ma anche il Gabon e la Costa d’Avorio per ragioni più che evidenti – decidono di riconoscere il Biafra, citando in particolare il fatto che ogni Stato all’interno di uno Stato federale debba avere il diritto di staccarsi da esso. Questa posizione, che invoca la giurisprudenza della rottura dell’India con il Pakistan e il Bangladesh, o la separazione dell’Egitto e della Siria, che ha formato la Repubblica araba unita, è problematica perché nega la nozione di conflitto interno. La conseguenza è che le grandi potenze possono invocare il diritto di intervento in una secessione, mentre l’episodio della secessione katanghese in Congo è ancora fresco nella nostra memoria.

Anche il petrolio è centrale, poiché il Biafra produce il 60% del greggio nigeriano. Le multinazionali (Shell-BP, Elf, Gulf Oil…) hanno interessi enormi. La francese Elf, dietro ai concorrenti americani e britannici, spera in particolare di triplicare la sua quota nella produzione di greggio. La Francia svolgerà quindi un ruolo importante facendo leva sul diritto di intervento e sul diritto umanitario. Seguendo l’esempio del quotidiano Le Monde, che paragona il Biafra a Dachau, i media francesi allertano l’opinione pubblica parlando di un genocidio in corso nel quadro della repressione della secessione da parte del governo centrale. Per la prima volta, la televisione francese trasmette immagini di bambini smagriti per fare appello alle donazioni alla Croce Rossa, mentre Bernard Kouchner utilizza questo dramma per creare Médecins sans Frontières.

Dietro le telecamere non c’è stato alcun genocidio in Biafra, nonostante il pesante bilancio umano – fino a due milioni di vittime della guerra e delle sue conseguenze. Sono stati i servizi francesi di controspionaggio, sotto il controllo del potente Jacques Foccart, il Monsieur Afrique del generale de Gaulle, a manipolare la stampa e a sostenere la ribellione. L’obiettivo era quello di smembrare la Nigeria e fare della Francia il padrino del Biafra, che avrebbe aperto con grazia il rubinetto dell’oro nero. Per raggiungere questo obiettivo, mercenari come Bob Denard formano lo stato maggiore di Ojukwu. Oltre a un consorzio franco-libanese che, con il sostegno israeliano, permette al Biafra di acquistare armi dal Portogallo in cambio del petrolio promesso, Ojukwu è sostenuto dai suoi sponsor. Armi e munizioni vengono inviate anche ai secessionisti attraverso il Camerun di Amadou Ahidjo e il Gabon di Omar Bongo, che guarda al petrolio del Biafra. Da Abidjan, il presidente Félix Houphouët-Boigny sogna di far crollare un Paese che lo mette in ombra in Africa occidentale e così sostiene lo stato maggiore del Biafra. Dopo la guerra, al tenente colonnello Okjukwu viene concesso asilo in Costa d’Avorio.

La guerra del Biafra ha scosso l’intero paese, facendo prendere posizione a ogni abitante e a ogni gruppo. I tentativi del Biafra di ottenere il sostegno di altri gruppi etnici si sono comunque rivoltati contro i secessionisti, e la guerra dei Biafra ha costruito l’unità nazionale essendo manifesto della prova di forza della Nigeria per crescere e trovare una soluzione di riconciliazione politica rispetto suoi demoni interni.

Traduzione di Chiara De Mauro. Revisione: Silvia Nocera

Vedi anche:

Sessant’anni fa l’indipendenza di un gigante africano, la Nigeria – Parte I

Sessant’anni fa l’indipendenza di un gigante africano, la Nigeria – Parte II

Sessant’anni fa l’indipendenza di un gigante africano, la Nigeria – Parte III

Sessant’anni fa l’indipendenza di un gigante africano, la Nigeria – Parte IV

Categorie: Africa, Interviste, Opinioni, Politica
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