Tragedia a Bogotá: la polizia spara sui manifestanti

21.09.2020 - Bogotà - Redaccion Colombia

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Tragedia a Bogotá: la polizia spara sui manifestanti
Immagine di Estephania Aldana Cabas

“Non è la prima volta che membri della Polizia Nazionale fanno uso della forza e delle armi che hanno in dotazione”, ha detto la sindaca di Bogotá, Claudia Lopez

Nel corso delle proteste che hanno avuto luogo nei giorni 9, 10, 11 settembre a Bogotá e Soacha, comune limitrofo alla capitale colombiana, sono morte 14 persone e altre 178 sono state ferite. I fatti si sono svolti a seguito alla morte di Javier Ordoñez, un avvocato di 42 anni, colpito e brutalmente torturato in una terribile operazione di polizia.

Di fronte a questi eventi, accaduti nel corso della settimana, la sindaca di Bogotá Claudia López aveva deciso di realizzare la scorsa domenica, 13 di settembre, un gesto simbolico per chiedere perdono ai famigliari delle vittime, a seguito della responsabilità istituzionale da parte della Policía Nacional nella morte di 14 persone, per la maggior parte giovani tra i 17 e i 27 anni. A questo atto era stato invitato il Presidente Iván Duque, il quale però alla fine non ha partecipato, sostenendo la concomitanza di altri impegni assunti in precedenza. Malgrado abbia detto di aver avvisato, attraverso alcuni collaboratori, della sua mancata partecipazione a questo atto ufficiale, una sedia vuota segnata con il suo nome è rimasta sul palco durante tutto lo svolgimento dell’evento, fatto duramente criticato sulle reti sociali, tanto da chi ha pensato che fosse un atto di opportunismo politico da parte della sindaca, quanto da chi è convinto che l’assenza di Duque Márquez sia il segno della sua indifferenza.

Durante il suo discorso López ha chiesto perdono ai famigliari e agli amici delle persone decedute e, ha aggiunto, “nonostante tutte le istruzioni (date) non si è potuto evitare questa tragedia. (Per questo motivo) è necessario un processo di riforma, di riconoscimento e di miglioramento istituzionale (della Policía Nacional)”. Inoltre, la rappresentate della capitale colombiana, ha ribadito quello che aveva già chiesto negli interventi fatti durante la settimana precedente: che la Policía venga convertita a organismo civile, senza attività né competenze militari.

Nel corso dei tre giorni in cui i cittadini della capitale colombiana e di Soacha si trovavano in strada a protestare contro la violenza della polizia, gli agenti della Policía Nacional hanno violato i protocolli riguardo l’uso delle armi in dotazione e hanno aperto il fuoco indiscriminatamente contro i manifestanti, residenti e passanti, che si muovevano nell’area in cui si stavano verificando i disordini.

Duque ha avallato la Policía Nacional

Il Presidente Duque, dopo essersi scusato per non aver assistito alla cerimonia di domenica, la notte del 15 settembre si è recato presso i Comandi di Azione Immediata – CAI [1], praticamente distrutti dai manifestanti. Ha visitato i quartieri Castillas, Ferias, la stazione di Polizia di Kennedy e la Metropolitana di Bogotá. Lì ha confermato pubblicamente agli agenti che “hanno l’appoggio del suo governo, mentre svolgono il loro dovere”. Nel frattempo, i famigliari delle vittime stanno ancora aspettando che Duque spieghi ciò che è accaduto durante la proteste in cui i loro cari sono stati uccisi o feriti.

Da parte sua, il Ministro della Difesa Carlos Holmes Trujillo, alla luce delle prove fornite dalla sindaca al Presidente della Repubblica, Iván Duque, e alla rinnovata richiesta di riforma della Policía, ha dichiarato che “la Policía Nacional continuerà a essere ascritta al Ministero della Difesa e che gli agenti coinvolti nei fatti che si sono conclusi con la morte di cittadini saranno indagati” e, in questo modo, ha respinto categoricamente la riforma proposta dalla sindaca.

La Procura Generale Nazionale ha aperto un’inchiesta al fine di stabilire e individuare le infrazioni disciplinari dei membri della Policía, assegnati al settore 47 del CAI di Villa Luz, a Bogotá. Inoltre, il Procuratore Generale Nazionale, Francisco Barbosa, ha dato istruzione al Procuratore responsabile della Unidad de Vida, sezione di Bogotá, di accelerare l’indagine riguardante la morte di Javier Ordoñez.

Non è la prima volta

Non è il primo caso in cui l’abuso della forza pubblica provoca la morte di un cittadino. Dilan Cruz, un giovane di 17 anni, morì durante le proteste del 25 novembre del 2019, nel corso dello Sciopero Nazionale, a causa di un colpo di pistola da parte di un agente della Squadra Mobile Antisommossa (ESMAD). L’agente sparò con un fucile calibro 12 un proiettile di tipo “bean bang” che, colpendo lo studente alla testa, gli provocò un trauma cranioencefalico portandolo alla morte sulle strade di Bogotá. Cionondimeno, i fatti relativi all’accaduto restano materia di indagine e non sono ancora stati chiariti dalla Giustizia Penale Militare e il caso resta impunito. Secondo la stampa, l’agente coinvolto è stato assegnato a compiti amministrativi.

Un secondo caso, tra quelli segnalati, è quello di Diego Felipe Becerra, un giovane street writer che morì la notte del 19 agosto 2011, sempre a Bogotá, questa volta per mano dell’agente di pattuglia Wilmar Alarcón, il quale fece fuoco contro il minorenne. Il ragazzo, che stava dipingendo una parete, scappò all’avvicinarsi del poliziotto, che estrasse la sua arma e gli sparò.

Essendo stato informato di un conflitto a fuoco nel quale era rimasto ferito un minorenne, il Colonnello José Javier Vivas si diresse sul luogo in cui si trovavano il Sottotenente Nelson Tovar e l’agente Fredy Navarrete. Lì, tenendo conto dell’angoscia del poliziotto, si suggerì di introdurre un’arma, in modo che il crimine potesse passare come un atto di legittima difesa. Questo omicidio fu classificato l’11 giugno 2013 dal Procuratore Generale dell’epoca, Holmes Trujillo, come un “falso positivo della Policía Nacional”. Dopo i ritardi nel processo, nel maggio 2016, i membri della forza pubblica coinvolti furono rimessi in libertà.

Il caso non resterà al sistema giudiziario colombiano

La seconda commissione del Senato si è riunita giovedì 17 settembre per discutere dell’abuso della polizia e dell’uso delle armi durante una protesta, esprimendo dissenso rispetto all’uccisione, la settimana precedente, dei 14 manifestanti. In assemblea plenaria, i membri dell’opposizione hanno dichiarato di stare raccogliendo le prove per presentare il caso davanti alla Corte Interamericana dei Diritti Umani e hanno affermato che il Ministro, Holmes Trujillo, ha agito da complice, giustificando il reato commesso dalla Policía Nacional e non effettuando alcun controllo o regolamentazione di questa organismo.

Concludendo, la direttrice di Amnesty International per le Americhe, Èrika Guevara Rosas, ha condannato gli atti di tortura e l’uso eccessivo della forza pubblica e ha deplorato, per giunta, che il Ministro della Difesa “ritenga che siano atti di vandalismo le proteste della popolazione per avere giustizia e per una Policía che rispetti i diritti umani. La stigmatizzazione [che lui attua] non fa altro che incitare ulteriormente le violazioni dei diritti umani da parte della polizia contro i manifestanti”, ha dichiarato la funzionaria al sito web di questo ente.

di Stephania Aldana Cabas

Traduzione dallo spagnolo di Manuela Donati. Revisione: Silvia Nocera

Note

[1] CAI. Sono unità di polizia con una giurisdizione minore, posti strategicamente entro i perimetri urbani di municipi, villaggi o comuni, in modo da permettere una sorveglianza specifica dei settori assegnati e aventi una adeguata capacità di risposta. ̶ Tratto dalla Polizia Nazionale Colombiana

Categorie: Diritti Umani, Sud America
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