Michel Forst, relatore delle Nazioni Unite in materia, nel febbraio di quest’anno ha affermato che la Colombia è uno dei paesi più pericolosi al mondo per la difesa dei diritti umani. E ha ragione: secondo i dati ufficiali confermati dalle Nazioni Unite, tra il 2017 e il 2019 sono stati uccisi 339 leader sociali. Secondo la Defensoría del Pueblo [l’ente incaricato di garantire la promozione, l’esercizio e la diffusione dei diritti umani NdT], dal 19 aprile 2020 altri 56 sono stati uccisi. E le morti continuano.

Queste cifre fanno male, ma non rivelano la tragedia dietro ogni singolo caso. Un gruppo di editorialisti ha quindi deciso di parlare della vita di alcune di queste persone, sfruttando il prezioso lavoro di documentazione svolto da organizzazioni come Somos Defensores o la sezione Colombia2020 del giornale El Espectador.

Maritza Isabel Quiroz Leiva aveva 60 anni quando è stata assassinata il 5 gennaio 2019 nella sua casa nel villaggio di San Isidro, Santa Marta. Aveva già subito violenze. Era di Valledupar, ma dovette trasferirsi, insieme alla sua famiglia, a Ciénaga, dove riuscirono a ricostruire le loro vite e avere successo. Ma suo marito venne ucciso. Dovette trasferirsi di nuovo e finì, con i suoi figli, a Santa Marta, in condizioni molto difficili. Ma con il coraggio che l’ha sempre caratterizzata, Maritza Quiroz ha continuato a combattere non solo per la sua famiglia, ma anche per il bene della comunità. Fece sì che i suoi cinque figli riuscissero a conseguire un titolo universitario. E si alternava tra il suo lavoro sul campo e la leadership della sua comunità, in particolare a difesa dei diritti della comunità di origine africana e delle donne rifugiate. Al momento del suo omicidio, era una supplente al Tavolo delle vittime di Santa Marta e forte sostenitrice dell’Accordo di pace. Aveva ricevuto minacce nel 2018 e la Corte costituzionale aveva richiesto misure di protezione per la sua vita, ma è stata uccisa.

Gloria Isabel Ocampo aveva 37 anni quando fu assassinata nel villaggio di La Estrella, a Puerto Guzmán, a Putumayo, il 7 gennaio 2020. Allora, era segretaria della Giunta di azione comunale e seguiva i processi di sostituzione volontaria delle coltivazioni illecite. Ha anche partecipato alla formulazione di Piani di sviluppo con un approccio territoriale (PDET), un programma nato dall’Accordo di pace per migliorare la situazione dei 170 comuni che hanno sofferto delle maggiori violenze, povertà ed esclusione. Aveva ricevuto minacce per la sua leadership, ma è rimasta impegnata per la pace e lo sviluppo alternativo. Fu uccisa nella sua casa, insieme a Eladio Moreno. Suo marito e la figlia di 12 anni sono ora vittime dello sfollamento, poiché hanno dovuto lasciare la regione.

Luis Eduardo Dagua Conda è stato trovato morto e con segni di tortura il 16 luglio 2018 a Caloto, Cauca. Era un leader contadino riconosciuto nella regione e uno dei fondatori del villaggio di El Carmelo. Era anche membro della sua Giunta di azione comunale e dell’Associazione dei lavoratori per le zone a favore della costituzione della Riserva contadina di Caloto (Astrazonacal), che fa parte di Fensuagro. Era anche membro del Processo di unità popolare del sudovest colombiano (Pupsoc) e della Marcia Patriottica, Cauca. Era un grande difensore dei diritti degli anziani. Inoltre, era il padre di Eduardo Dagua, un ex combattente delle Farc reintegrato nella vita civile.

Queste tre “storie di vita” di questi leader sono, per giocare con le parole, “storie dovute” per poter superare il dolore di fronte a questo massacro, che è terribile non solo per il dramma umano dietro ogni crimine ma anche per i suoi seri effetti sulla nostra democrazia precaria. Ogni omicidio di un leader sociale è un impoverimento della democrazia, perché senza leader sociali che possono esercitare senza timore il loro diritto di difendere i diritti non può esserci una democrazia vibrante.

Di Rodrigo Uprimny*

 

Traduzione dallo spagnolo di Cecilia Bernabeni. Revisione: Silvia Nocera

* Ricercatore al Centro Studi di Diritto, Giustizia e Società. Professore all’Università Nazionale della Colombia. Editorialista di El Espectador e La Silla Vacía. Membro del Comitato DESC dell’ONU (Comitato per i diritti economici, sociali e culturali delle Nazioni Unite).

Questo articolo fa parte di una serie di articoli scritti da giornalisti colombiani in memoria dei leader sociali assassinati nel loro paese. Leggi quelli già pubblicati su Pressenza, a questo link.