Il rifugiato Tesfai: “Dal Covid al razzismo, quanto lavoro”

02.06.2020 - Alessandra Fabbretti - Agenzia DIRE

Il rifugiato Tesfai: “Dal Covid al razzismo, quanto lavoro”
(Foto di agenzia Dire)

Arriva dall’Eritrea, si è laureato a Bologna: “Raccolta fondi per aiutare l’Italia”.

“Le immagini della morte di George Floyd hanno fatto stare male tutti. Ma a molti eritrei rifugiati in Italia come me, ci ha spinto a chiederci come sarà il nostro futuro“. Abraham Tesfai è un rifugiato di origine eritrea di 31 anni. Vive e lavora a Bologna, dove da poco ha conseguito la laurea triennale in Agraria. Mentre decide se proseguire gli studi iscrivendosi alla magistrale, collabora con una associazione, il Coordinamento Eritrea democratica, che raduna i rifugiati eritrei con l’obiettivo di fare rete con le altre comunità per migliorare i diritti e favorire l’armonia sociale.

L’uccisione di Floyd a Minneapolis, che sta generando un’ondata di proteste negli Stati Uniti, è l’occasione per guardare più da vicino anche al contesto italiano: “Noi continuiamo a chiamare gli americani neri ‘afroamericani’ sebbene vivano lì da secoli– dice il giovane all’agenzia Dire- Molti sono nipoti degli schiavi portati con la forza, che hanno fatto la loro parte nello sviluppo dell’America. Eppure, oggi, i nipoti devono lottare per la sopravvivenza. E in Italia siamo addirittura più indietro”.

Il neolaureato osserva che nel nostro paese “gli africani non sono né in Parlamento né in altri posti-chiave del paese. Anzi, li vediamo raccogliere i pomodori, sfruttati e insultati, vittime di pregiudizi”. Ma in Italia, le persone di origine africana possono dirsi al sicuro? “Io sono un rifugiato politico” risponde Tesfai. “Dieci anni fa sono dovuto fuggire dall’Eritrea, dove c’è la dittatura. Sono sopravvissuto al viaggio nel deserto e attraverso il mare, quindi in Italia mi sento di non correre pericoli. Tuttavia, quando sento gli insulti razzisti verso gli stranieri, ammetto di avere paura”.

Per questo è tanto importante secondo il giovane “fare rete con le altre comunità straniere: così possiamo conoscere i nostri diritti, per vivere bene e raggiungere l’uguaglianza. C’è ancora tanto lavoro da fare”.

Tramite i social network, si incontrano persone provenienti da Mali, Tunisia, Egitto, Burkina Faso, Marocco, Gambia, Guinea, Costa d’Avorio, residenti da nord a sud dello Stivale. “Ogni paese ha la sua cultura- dice Tesfai- quindi per prima cosa ci conosciamo. Ognuno poi espone i suoi problemi, ci confrontiamo, e se vediamo che una città o una regione hanno risolto un certo problema in maniera efficiente, facciamo in modo di suggerirlo alle altre”. Perché i diritti “spesso vengono violati, ma se siamo in tanti a chiederli, è più facile ottenerli”.

Uno sforzo che non lascia fuori la realtà italiana: “Quando è iniziata l’epidemia di Covid-19, ci siamo chiesti in che modo avremmo potuto fare la nostra parte” ricorda il ragazzo. “Molti rifugiati eritrei che ora vivono in altri Stati europei sono stati accolti prima di tutto dall’Italia”. Da qui la decisione di lanciare una raccolta fondi online: “Abbiamo raccolto quasi 6.000 euro (5.731, per la precisione), che poi abbiamo donato alla Protezione civile. E’ stato il nostro modo di dimostrare il nostro amore verso questo paese, anche se purtroppo- denuncia il rifugiato- oggi molti migranti che arrivano via mare vengono rimandati nelle mani dei criminali libici“.

 

Categorie: Africa, Diritti Umani, Europa, Interviste
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