I big repubblicani scaricano Trump: rielezione sempre più in salita

12.06.2020 - Domenico Maceri

I big repubblicani scaricano Trump: rielezione sempre più in salita
(Foto di archivio Pressenza)

La senatrice Lisa Murkowski, repubblicana dell’Alaska, non è sicura di votare per Donald Trump all’elezione di novembre. La senatrice ha dichiarato che “sta lottando” con questa decisione da molto tempo. La Murkowski, come Susan Collins del Maine, è tra i senatori definiti moderati, ma spesso nei voti che contano si schiera con il suo partito. Nel caso del voto sull’impeachment di Trump in febbraio, entrambe le senatrici hanno votato seguendo la linea imposta dal presidente del Senato Mitch McConnell per assolvere il presidente.

A cinque mesi di distanza dall’elezione molto può cambiare e potrebbe darsi che la Murkowski alla fine rimanga nel campo di Trump. Altri big del Partito Repubblicano invece lo hanno definitivamente scaricato. George W. Bush, il 43esimo presidente, non voterà per Trump come pure sembra anche il fratello Jeb, ex governatore della Florida. Il senatore Mitt Romney dell’Utah, già candidato presidenziale del Gop (Grand Old Party), sconfitto da Barack Obama nel 2012, seguirà la stessa strada contro Trump. Cindy McCain, vedova di John McCain (candidato presidenziale sconfitto da Obama nel 2008), ha dato indicazioni che non voterà per Trump nemmeno lei.

Al di là di questi luminari del Gop che in un modo o nell’altro sono contrari a una rielezione dell’attuale inquilino della Casa Bianca anche parecchi generali si sono schierati contro Trump. William H. McRaven, ammiraglio della Marina in pensione, noto per avere guidato il raid che ha eliminato Osama bin Laden, ha dichiarato che l’America “ha bisogno di una nuova leadership” diversa da Trump, poco importa se il presidente sarà un democratico, un repubblicano o un indipendente. Anche il generale Jim Mattis, ex Ministro della Difesa di Trump, ha espresso una pungente condanna, secondo cui l’attuale inquilino della Casa Bianca è l’unico presidente in tutta la sua carriera che “non cerca di unificare il paese e non fa nemmeno finta di provarci”. Mattis era specialmente deluso dal recente tentativo di Trump di usare le forze armate americane per affrontare i manifestanti che protestavano per l’uccisione di George Floyd.

Colin Powell, un altro ex generale repubblicano in pensione, si è aggiunto alla voce di Mattis. In un’intervista televisiva, Powell, che ha servito in parecchie amministrazioni repubblicane, da Ronald Reagan, a George Bush padre a George Bush figlio, ha persino detto che nelle prossime elezioni voterà per Joe Biden. Powell, nonostante la sua fede repubblicana, ha già votato per candidati democratici, tra cui Barack Obama e Hillary Clinton. Anche il generale Mark Milley, Capo dello Stato Maggiore Congiunto, ha preso le distanze dal suo capo. Milley ha chiesto scusa per avere partecipato al varco aperto a forza tra i manifestanti per permettere a Trump di recarsi alla St John Episcopal Church, dove si è fatto fotografare con la Bibbia in mano per uno spot elettorale. Milley ha chiarito che l’esercito non deve partecipare al controllo dei cittadini americani che protestano “per secoli di ingiustizia verso gli afro-americani”.

Trump non ha ancora commentato le parole di Milley ma le sue reazioni riguardo a Mattis e Powell non si sono fatte attendere. Il presidente ha accusato Powell, non a torto, di avere grosse responsabilità per la disastrosa guerra in Iraq scatenata dal presunto possesso di armi di distruzione di massa da parte di Saddam Hussein. Trump ha anche attaccato Mattis, definendolo un generale sopravvalutato. C’è da chiedersi perché lo abbia nominato Ministro della Difesa, ma d’altra parte si sa che Trump nomina persone e poi le licenzia quando diventano scomode perché non fanno esattamente quello che lui vuole. Powell e Mattis godono di notevole rispetto nei circoli dell’establishment repubblicano. Parecchi senatori infatti hanno recentemente alzato la voce difendendo Mattis per il suo servizio al paese.

Il fatto che Trump sia scaricato da alcuni big dell’establishment repubblicano non rappresenta un serio problema, se non per il fatto che può incoraggiare altri, specialmente al Senato, a venire allo scoperto e dire quello che pensano sull’operato e i comportamenti tutt’altro che rispettabili di Trump. In grande misura, i membri repubblicani della Camera Alta tacciono, come si è visto nel recentissimo caso del tweet disgustoso di Trump su Martin Gugino. Il 75enne attivista per la pace italo-americano, spinto violentemente da due poliziotti, è caduto a terra ferendosi alla testa. Secondo Trump si potrebbe trattare di una messinscena ed è possibile che Gugino sia un “provocatore Antifa”, il movimento antifascista e antirazzista. Parecchi senatori si sono rifiutati di commentare il tweet di Trump, asserendo di non leggere i suoi prolifici tweet. L’unico senatore che lo ha letto e commentato è stato Romney, che lo ha definito “scioccante”. Romney infatti si sta allontanando sempre di più da Trump, tanto che si recente ha partecipato alla manifestazione anti-razzista a Washington. Il senatore dell’Utah ha anche twittato una foto del padre George, che credeva nella giustizia sociale e aveva partecipato alle manifestazioni per i diritti civili a Detroit negli anni ’60.

Le reazione di Trump alla pandemia e alle manifestazioni anti-razzismo non hanno riflesso alcun tentativo  di unificare il paese. La Casa Bianca ha promesso che il presidente sta considerando un discorso sulla problematica sociale e tutto sembra far credere che l’autore principale del testo sarà Stephen Miller, le cui posizioni si possono definire di estrema destra e anti-immigranti. Nulla di buono da sperare dunque, come conferma anche il rifiuto di Trump di cambiare i nomi di una decina di basi militari con i nomi di leader degli Stati confederati protagonisti della guerra di secessione del 1861-65. Trump sembra continuare la sua marcia con il semplice piano di mantenere la solidità della sua base.

Secondo i sondaggi il 52% degli americani appoggia i manifestanti, mentre il 22% è contrario. Ancora più bui per Trump i sondaggi sulle elezioni di novembre, che lo vedono indietro di almeno 10 punti rispetto a Biden. Il più recente sondaggio della Cnn piazza addirittura Biden 14 punti davanti a Trump. Sorpreso dal distacco, questi ha incaricato uno dei suoi sondaggisti di smentirlo come fake news. La Casa Bianca ha persino richiesto una ritrattazione alla Cnn perché a suo dire il sondaggio mira a “fabbricare una narrativa anti-Trump”.

Emerge infatti la paura che la rielezione sarà improbabile e che i senatori repubblicani, specialmente McConnell, faranno un pensierino sulla loro possibilità di perdere la maggioranza al Senato. Dovrebbe preoccupare in particolar modo la situazione dei senatori Cory Gardner (Colorado), Susan Collins (Maine) e Martha McSally (Arizona) che avranno serie difficoltà a essere rieletti a novembre. Per quanto tempo continueranno questi senatori a mantenere il silenzio, supportando Trump invece di scaricarlo come hanno già fatto Bush, Powell, Romney e Mattis?

 

Categorie: Nord America, Opinioni, Politica
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