Cosa sta insegnando la pandemia al Venezuela

09.06.2020 - Caracas, Venezuela - Rosi Baró

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Francese

Cosa sta insegnando la pandemia al Venezuela

La condizione di pandemia mondiale, anche quando si è verificata in altre fasi della storia dell’umanità, è troppo lontana nel tempo per essere ricordata e, anche se attraverso documenti conservati in biblioteche storiche possiamo leggere di tali eventi, non è la stessa cosa che viverla oggi. È uno scenario nuovo per tutti e viverlo in Venezuela lo è ancora di più. Perciò, si verificano fatti che nessuno può prevedere, alcuni indesiderati e altri promettenti. Tutto dipende dal colore delle lenti con cui si sta guardando.

Uno di questi eventi senza precedenti è stato definito “migrazione inversa”. Riguarda quei venezuelani che fuggono dagli scoppi di contagio e dal trabocco dei sistemi sanitari nel continente. Persone che all’epoca lasciarono questa dittatura orrenda e malvagia. Che se ne andarono parlando male del Venezuela, facendo eco al sentimento di disprezzo. Doveva succedere qualcosa senza precedenti perché tornassero persino a piedi in gran numero dalla Colombia, dal Brasile, dall’Ecuador e in numero minore da altri paesi del Sud America.

Di recente, il presidente Nicolás Maduro ha riferito di aver a disposizione una flotta di 24 aerei “per andare in Cile, Perù, Ecuador e dovunque bisogna andare a cercare venezuelani, che fuggono disperatamente da quei paesi a causa del coronavirus e dalla ‘fame da corona’”.

Questa pandemia, questo virus invisibile, li ha riportati nella loro patria, dopo essersi trovati nel mezzo di un’emergenza globale, in un paese straniero e senza protezione sociale, qualcosa che non hanno mai apprezzato quando vivevano qui. È molto probabile che nessun media internazionale riporterà questa notizia: “Dal 9 aprile a oggi, 55.451 venezuelani sono tornati in patria”. Nelle interviste fatte con i rimpatriati all’arrivo nel paese, con le lacrime agli occhi, ora chiamano il Venezuela “Patria”.

La quarantena li ha lasciati senza lavoro e denaro da un giorno all’altro e quando sono finiti per la strada perché impossibilitati a pagare l’affitto per la loro casa, si sono ricordati che in Venezuela c’è la inamovibilidad laboral [un decreto che proibisce il licenziamento nel paese NdT], che la casa è un diritto e lo sfratto forzato è contro la legge. Non avere soldi per mangiare o nutrire i propri figli, ha fatto loro desiderare le latte di cibo che hanno ricevuto in questa orribile e malvagia dittatura. Il fatto che i loro figli non potessero continuare ad andare a scuola perché non c’erano soldi per quello, ha fatto loro rendere conto che in Venezuela l’istruzione è gratuita a tutti i livelli, un diritto sancito dalla costituzione.

Se ciò è senza precedenti, l’accoglienza fornita qui lo è ancora di più. Al loro arrivo, vengono accolti come fratelli, come esseri umani.

Nel mezzo della pandemia, quando si è iniziato ad accertare il massiccio ritorno dei venezuelani, il governo, nell’ambito della sua politica di protezione sociale, ha installato Stazioni di assistenza sociale integrata (PASI) in tutti gli stati di confine. L’obiettivo di questa misura è dare assistenza a coloro che rientrano in sicurezza, sia a loro che a chi vive nel paese.

Al fine di evitare la diffusione della grave pandemia di Covid-19, in tutti gli ingressi alle frontiere del paese, vengono effettuati test di screening, utilizzando i protocolli di controllo sanitario ed epidemiologico attuati dal presidente Maduro. Tutti i migranti che ritornano in patria, indipendentemente dal fatto che siano risultati positivi o no al primo test, devono rimanere in quarantena obbligatoria durante il periodo di incubazione del virus, che è stato fissato a due settimane. Sono stati allestiti degli spazi per ospitarli, prendersi cura di loro e nutrirli nei PASI senza dover pagare assolutamente nulla per questi servizi.

All’uscita, vengono nuovamente eseguiti i test di screening del virus e coloro che risultano positivi, anche se asintomatici, vengono immediatamente trasferiti ai centri di cura del virus nei diversi centri sanitari, cliniche e ospedali attrezzati per la cura del Covid-19. A chi risulta negativo dopo questo protocollo viene fornito il trasporto gratuito per tornare a casa sano e salvo. Questa accoglienza fa parte delle misure epidemiologiche attivate per contenere la diffusione del virus nel paese.

È importante notare che la pandemia ha trovato il Venezuela in una situazione molto complessa e, nonostante le misure coercitive, l’assedio diplomatico internazionale, un feroce blocco economico e attacchi con mercenari, il governo ha fatto tutti gli sforzi possibili per controllare la pandemia ed essere in grado di raggiungere i risultati ottenuti. A differenza di altri paesi del continente, dove il numero di casi è esponenziale e veramente preoccupante: USA: 1.900.000, Brasile: 651.980, Cile: 134.150, Ecuador: 41.575, Colombia: 36.635, Argentina: 21.037, Messico: 19.268. Il Venezuela ha registrato 2.134 casi positivi e 20 morti. Di quelli contagiati, il 77% sono stati importati, la maggior parte dei quali attraverso i confini con Colombia e Brasile.

Infine, voglio evidenziare la parola Patria, per come si sviluppa in questa storia. Il comandante Chavez è passato a miglior vita cantando: Patria, Patria, Patria cara, tu sei la mia vita, tuo è il mio amore. Quelle furono le sue ultime parole.

Quelli che stanno tornano, quando vedevano persone che facevano la fila pazientemente nei supermercati per scarsità di cibo, si prendevano gioco di loro gridando: Non hanno cibo ma hanno una Patria!! Forse a loro non sembra più un guscio vuoto di cui vergognarsi, forse anche per loro non è più una parola vuota. Forse ora capiscono cosa stiamo difendendo noi che siamo rimasti qui. Speriamo lo comprendano.

Traduzione dallo spagnolo di Cecilia Bernabeni

Categorie: Opinioni, Salute, Sud America
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