La furia del virus, la follia della guerra

04.05.2020 - Amy Goodman

Quest'articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Tedesco

La furia del virus, la follia della guerra
(Foto di DW)

“Tutti noi dobbiamo affrontare un nemico comune: il COVID-19,” ha affermato il segretario generale delle Nazioni Unite Antònio Guterres il 23 marzo. “Al virus non interessa la nostra nazionalità, l’etnia, da che parte stiamo e quale sia la nostra religione. Colpisce tutti, senza mai fermarsi. Contemporaneamente nuovi conflitti armati dilagano in tutto il mondo… la furia del virus ci mostra la follia della guerra. Per questo oggi chiedo un immediato cessato il fuoco in ogni angolo del globo. È arrivato il momento di gettare le armi e concentrarci sulla vera lotta che dobbiamo portare avanti.”

L’appello per il cessate il fuoco di Guterres ha sortito in parte gli effetti sperati. Infatti, al 3 aprile il Camerun, la Repubblica Africana Centrale, la Colombia, la Libia, Myanmar, le Filippine, il Sud Sudan, il Sudan, la Siria, l’Ucraina e Yemen hanno deposto le armi, come riportato dallo stesso segretario ONU. È difficile documentare dei cessate il fuoco veri e propri, visto che la “nebbia della guerra” offusca ogni tentativo intrapreso per mettere fine alle ostilità. “Per far tacere le armi,” ha aggiunto, “dobbiamo far sentire forte e chiaro le voci per la pace.”

Guterres ha sottolineato un punto fondamentale: il nuovo coronavirus è un nemico comune, in grado, come abbiamo imparato sulla nostra pelle, di uccidere migliaia di individui, indipendentemente da quale bandiera si sventoli. Neanche salire su una nave nucleare della marina dal valore di 5 miliardi di dollari può salvarci, come dimostrato dall’epidemia scoppiata sulla portaerei USS Theodore Roosvelt. I quasi 1.000 cadetti di West Point, il più recente tra i gruppi d’ufficiali d’élite dell’esercito americano, non dimenticheranno facilmente l’alta contagiosità del COVID 19. Hanno evacuato il loro storico campo d’addestramento a marzo non appena l’esercito ha dichiarato l’emergenza sanitaria pubblica. Saranno costretti a farvi ritorno a giugno, dopo che il presidente americano Donald Trump ha annunciato dal nulla che terrà il discorso di apertura durante la loro cerimonia di laurea, evento precedentemente cancellato.

Lanciando il suo appello per il cessate il fuoco, Antònio Guterres ha sottolineato come siano “i più vulnerabili – donne e bambini, i disabili, gli sfollati e chi vive ai margini della società – a pagare il prezzo più alto.”

Profughi provenienti da diversi parti del mondo sono spesso ospitati in centri affollati e non sanificati a dovere – un terreno fertile per il COVID 19. In uno dei questi campi sull’isola di Chios, in Grecia, descritto da molti come un inferno, c’è stata una protesta da parte dei rifugiati in seguito alla morte di una donna irachena con la febbre. I residenti del campo credono che sia deceduta per aver contratto il COVID-19 e che come tutti loro abbia ricevuto cure mediche inadeguate. Anche i richiedenti asilo al di là del confine tra Stati Uniti e Messico rischiano il contagio, sia negli squallidi centri d’accoglienza situati nelle città sul confine messicano, allestiti in applicazione della legge “Rimani in Messico” dell’amministrazione Trump, sia nelle prigioni per immigrati come il centro di detenzione Otay Mesa a San Diego. Quest’ultimo è una prigione privata gestita dalla CoreCivic, dove i detenuti sono stati malmenati o attaccati con dello spray al peperoncino dalle guardie, semplicemente per aver chiesto delle mascherine.

Anche nei campi profughi palestinesi a Gaza e in Libano il rischio di contagio è molto alto, una situazione ulteriormente peggiorata da diversi decenni di scarsa attenzione per le misure sanitarie, di accesso negato alle cure mediche e di costante impoverimento.

Il COVID-19 ci ha spinto a tornare a riflettere sulle pandemie del passato, inclusa quell’influenza del 1918 che ha colpito l’intero pianeta, uccidendo decine di migliaia di persone. Potrebbe addirittura aver accelerato la conclusione della Prima Guerra Mondiale, togliendo la vita indistintamente a migliaia di soldati di entrambe le fazioni. Il nome con cui è stata identificata per diverso tempo, ovvero “la Spagnola”, è errato, visto che quasi certamente non è nata in Spagna. Le notizie relative all’epidemia furono censurate in Francia, Gran Bretagna e Germania, ma non in Spagna, che divenne quindi la fonte principale di informazioni sulla malattia a livello europeo. Ecco spiegato perché le fu poi affibbiata questa denominazione. A peggiorare la situazione fu un’epidemia scoppiata quell’anno in Kansas che, contagiando migliaia di soldati statunitensi pronti a partire per la Grande Guerra, si affiancò a quell’influenza mortale.

Molto prima dell’arrivo della Spagnola ci fu un breve ma significativo cessate il fuoco durante la Prima Guerra Mondiale. Alla Vigilia di Natale del 1914 i soldati tedeschi lungo il fronte occidentale cominciarono a intonare dei canti tradizionali nelle loro trincee, seguiti poco dopo a ruota dalle truppe francesi e britanniche. Entro l’alba era stato raggiunto un accordo informale per deporre le armi. I soldati lasciarono le trincee, abbracciando i nemici nella terra di nessuno, giocando a calcio e condividendo champagne e sigarette.

Quella pandemia, quella guerra e quella “Tregua di Natale” sono ricordi ormai lontani. Abbiamo imparato davvero qualcosa? Lo capiremo osservando la nostra risposta comune al coronavirus. Il segretario generale Antonio Guterres ha lanciato il suo appello a deporre le armi il 23 marzo, quando i casi confermati nel mondo erano “solo” 300.000; da allora la cifra è aumentata esponenzialmente, superando i 3 milioni. “Mettiamo fine alla follia della guerra e lottiamo contro questa malattia che imperversa nel nostro mondo. Per prima cosa dobbiamo gettare ovunque le armi. Ora.”

Traduzione dall’inglese di Emanuele Tranchetti.

 

Categorie: Internazionale, Opinioni, Pace e Disarmo
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