CPR, Alda Re: la situazione in periodo di pandemia

27.04.2020 - Redazione Torino

CPR, Alda Re: la situazione in periodo di pandemia
CPR di Torino (Foto di repertorio di Fabrizio Maffioletti)

Qual’è la situazione dei CPR e in particolare di quello di Torino durante la pandemia? Lo abbiamo chiesto ad Alda Re di LasciateCIEntrare.

 

Qual è la situazione attuale dei rimpatri per quanto riguarda i trattenuti nei CPR italiani?

Da che è nata l’emergenza i rimpatri sono stati completamente bloccati, non c’è stata più notizia di alcun rimpatrio rispetto a nessuna nazione, se non un unico caso peraltro recentissimo.

Questo caso ha prodotto tra l’altro delle forti rivolte all’interno del CPR di Palazzo San Gervasio (PZ), perché hanno tentato di portare via da lì delle persone motivando questo allontanamento come un rimpatrio verso la Nigeria, unica meta di tutti i rimpatri di cui non abbiamo piena certezza della chiusura dei confini.

Sappiamo che i confini rispetto all’Italia sono chiusi dagli altri Stati con in quali ci sono accordi di rimpatrio, come Tunisia, Marocco, Albania, Serbia, Niger ecc..

Riguardo alla Nigeria abbiamo dei dubbi, perché risulterebbe che anche dalla Germania, in questo periodo, gli unici rimpatri che sono stati effettuati dai centri di permanenza per i rimpatri tedeschi siano avvenuti proprio verso la Nigeria.

Tuttavia su queste vicende non abbiamo una verifica stringente su quello che sta succedendo, ci risulti comunque che i rimpatri siano ormai praticamente bloccati da circa due mesi.

Questo implica che le persone che arrivano in un CPR, lì rimangono, senza alcuna destinazione di sorta (viene meno quindi la permanenza per il rimpatrio, n.d.r.).

I CPR, a Suo avviso e per ciò di cui è a conoscenza, possono essere considerati focolai di contagio?

Sicuramente sì: il CPR esprime tutte le criticità che vive una comunità quando si verificano situazioni emergenziali come quella che stiamo vivendo.

Di sicuro non è possibile mantenere il metro di distanza, è altrettanto sicuro che dispositivi di protezione individuali non siano mai stati forniti nonostante ci risulti che siano stati erogati dallo Stato dei finanziamenti specifici a favore dei CPR, proprio per supplire a queste carenze di DPI (dispositivi di protezione individuale, n.d.r.), siamo altresì sicuri che non siano mai state sanificate le zone.

Siamo anche sicuri che non siano state neanche gestite le quarantene (correttamente effettuate) per le persone nuove, le quali sono via via entrate nei CPR dopo il varo delle norme emergenziali.

Ad esempio gli ingressi nei CPR sono continuati ad avvenire nonostante l’emergenza in corso, con persone provenienti anche da altre regioni, anche da regioni del nord.

Come qualsiasi comunità in cui non è possibile applicare ciò che lo Stato impone come normativa a tutela della salute pubblica, il CPR rappresenta un fattore di rischio molto elevato.

Ad oggi noi conosciamo, tra i trattenuti nei vari CPR italiani, pochissimi casi di malati Covid-19 che sono stati formalmente denunciati, tuttavia ci manca una conoscenza esauriente e verificata della casistica.

Non ci risulta che siano stati fatti tamponi a tutte le persone venute in contatto con i trattenuti Sars-CoV-2 positivi, purtroppo come sempre l’oscurità che regna sulle informazioni riguardanti i CPR è totale.

Di recente anche il Garante Nazionale per le Persone Private della Libertà ha fatto delle domande specifiche a tutti i CPR italiani per conoscere quali fossero le condizioni, sia sanitarie, che “detentive”.

Non ha ricevuto risposta da parte dalla struttura torinese.

A parte il CPR di Torino, la GEPSA gestisce altre strutture detentive carcerarie sul territorio europeo, il che lascerebbe intendere che si ponga in una condizione abbastanza particolare: mi viene da pensare al fatto che abbia, o ritenga di avere, un potere contrattuale molto elevato, tale da sentirsi in potere di esimersi dal rispondere a determinate domande.

Il CPR di Torino come sta gestendo la propria attività di trattenimento in questo periodo di emergenza sanitaria?

In un primo tempo tutti i CPR non hanno adottato misure cautelative per la salute dei detenuti, ci sono stati continui ingressi in tutte le strutture attive distribuite sul territorio.

Abbiamo però notato che il numero di ingressi a Torino era molto alto rispetto agli altri CPR italiani.

La struttura torinese, (sita in via Maria Mazzarello 31) dispone di 6 aree (suddivise da grate alte 3/4 mt circa, che rendono ogni area simile alla gabbia di uno zoo, n.d.r.), più la zona chiamata “ospedaletto” che sappiamo essere una zona d’isolamento le cui caratteristiche non sono previste dall’Ordinamento Legislativo.

Attualmente 2 di queste aree, più una parte di una terza, sono ancora in fase di ristrutturazione: la capienza totale è attualmente di 96 posti letto.

In questo periodo siamo arrivati alla cifra di 102 trattenuti, questo è avvenuto in controtendenza alle altre strutture italiane, nelle quali il numero di persone trattenute non ha mai superato la capienza totale.

Questa anomalia torinese riguardante la quantità d’ingressi ci è parsa evidente fin da subito e naturalmente ci siamo chiesti il motivo per il quale ciò stesse avvenendo.

Dati i flussi di arrivi, sia al CPR, che al carcere Lorusso Cutugno (Le Vallette, n.d.r.), ci stupirebbe che non si sia diffusa, nelle Questure nazionali, una certa consapevolezza sul fatto che a Torino ci sia una certa tendenza a convalidare tutti i fermi.

Dato l’elevato numero di persone provenienti da altre regioni, è difficile non arrivare alla conclusione che ciò non dipenda dal fatto che, per chi voglia essere sicuro che la persona senza documenti fermata sul territorio venga trattenuta in un CPR, la cosa migliore da fare sia trasferirla a Torino, di fatto gli ingressi nella struttura torinese sono stati continuativi.

Parliamo addirittura di persone fermate durante dei “rastrellamenti” notturni effettuati a Bolzano: parliamo di persone senza fissa dimora, quindi impossibilitate ad osservare le norme emergenziali.

Tra i fermati c’erano ovviamente alcune persone senza documenti: le hanno portate a Torino, parliamo del 17 marzo, nonostante Gradisca d’Isonzo (GO) fosse il CPR “di zona”.

Ci risulta che gli ingressi si siano finalmente interrotti il giorno primo Aprile, in cui tutti i CPR italiani hanno dichiarato di non accettare più nuovi ingressi e i monitoraggi che effettuiamo confermerebbero che le dichiarazioni, ad oggi, non siano state disattese.

Fino al primo di aprile però gli ingressi ci sono stati,  sono avvenuti in una situazione di mancanza di salvaguardia, in assenza di un periodo di quarantena reale ed efficace, risulta che i nuovi entrati fossero tenuti separati per un paio di giorni e poi immessi nelle sezioni con gli altri trattenuti.

Da gennaio, momento in cui è iniziato il sistematico sequestro di tutti i telefonini personali agli immigrati, abbiamo notizie che riceviamo dai parenti dei trattenuti, che a volte, per disperazione, ci contattano.

E’ chiaro che nell’impossibilità di effettuare rimpatri il CPR diventa una contraddizione in termini, essendo la sua ragion d’essere espressamente finalizzata a questo scopo.

Uno dei motivi, tutt’altro che banale, per cui le famiglie si mettono in contatto con noi è per cercare di capire le ragioni per le quali le persone, impossibilitate a rimpatriare, vengano trattenute in attesa di rimpatrio.

Torino rappresenta certamente un’anomalia, su 7 CPR italiani attualmente attivi abbiamo fortunatamente, allo stato attuale, un ridotto numero di trattenuti: 259, di cui però 89 sono al CPR di Torino.

Nel frattempo nelle altre strutture hanno liberato diverse persone, alcune delle quali però liberate a fronte della firma di un decreto di allontanamento volontario dal territorio italiano entro 7 giorni.

Ovviamente sono chiari da una parte l’assurdità della situazione (è totalmente impossibile attraversare il confine), dall’altra gli enormi buchi normativi in materia di gestione dell’immigrazione, buchi normativi nei quali, come vediamo in questo semplice esempio, non c’è via d’uscita.

L’altro enorme buco normativo risiede nel fatto che il trattenuto viene giustamente rilasciato, ma che in tempo di quarantena, in assenza di una precisa assistenza, può venire trasformato in buona parte dei casi in un senza fissa dimora non in grado di osservare la normativa, viene quindi messo in condizioni di delinquere, di commettere un reato penale ex Art. 650 C.P.

Torino, che si è distinta insieme a tutto il Piemonte per numeri francamente imbarazzanti per quanto riguarda la gestione di questa pandemia, ha assunto linee di comportamento opposte agli altri centri per il rimpatrio.

Diversi tentativi da parte degli avvocati di far rilasciare trattenuti che, avendo familiari regolari residenti i quali si sono offerti di ospitarli, avrebbero potuto osservare le norme del DPCM 11 marzo e successivi, hanno ottenuto un secco niet dalle istituzioni cittadine preposte.

Gli attivisti di LasciateCIEntrare continuano a denunciare violenze ai danni delle persone senza documenti, di cosa si tratta?

I tentativi di richiamare l’attenzione su se stessi sia in termini personali che in termini di gruppo, diciamo quindi ribellioni da parte del singolo piuttosto che di gruppo, ci risulta vengano sempre sedati tramite cariche da parte delle squadre delle Forze dell’Ordine che operano congiuntamente all’interno dei CPR.

Ci sono diversi motivi per cui avvengono le violenze, ma soprattutto possiamo parlare di “spazi”, di luoghi, o meglio “non luoghi”, nei quali le persone prive di documenti hanno probabilità di subire atteggiamenti violenti.

Mi riferisco a “luoghi di prossimità” che rispondono ad un allargamento del concetto del CPR, che risiedono in prossimità di un “confine”: mi riferisco ad una stanza in zona aeroportuale, o ad una stanza in un’area adibita alle Forze dell’Ordine vicino al confine di Stato.

Queste sono le nuove zone dove, previsto anche per norma di legge, una persona può essere posta in stato di fermo per un periodo fino a 5 giorni: parliamo, di fatto, di uno stato detentivo.

In queste situazioni specifiche, in queste “zone”, il livello di violenza può essere molto elevato, parliamo di persone appena entrate in Italia – le aree sono prospicienti ai confini – che non conoscono e non capiscono ciò a cui sono sottoposte, mancando in questi “luoghi”, nella stragrande maggioranza dei casi, un mediatore culturale.

Molto spesso queste persone reiterano con insistenza richieste d’intervento di un avvocato, la possibilità di telefonare per segnalare la propria situazione, visto che vengono i sequestrati i telefonini.

Abbiamo denunciato più e più volte casi di violenza operata ai danni di queste persone in stato di fermo.

Ricordo il caso di una donna che era stata appunto fermata all’aeroporto di Malpensa e rinchiusa in una stanza, ha continuato ad insistere per riavere il proprio telefono e per poter comunque telefonare all’avvocato.

Fortunatamente la situazione è stata segnalata, cosa che ha permesso alla rete degli attivisti di mettersi in moto, sono intervenuti gli avvocati e la donna e stata rilasciata, purtroppo con evidenti segni di percosse.

Secondo quanto riportato da Linea D’Ombra, Associazione di Trieste, le persone respinte al confine subiscono un livello di violenza totalmente ingiustificato, stiamo ancora parlando di “territori” di confine.

Gli argomenti dei quali stiamo parlando sono praticamente assenti dal dibattito civile e politico italiano. Vengono “confinati” e abbandonati all’area antagonista, è d’accordo?

Ritengo che livello nazionale debbano esserci due livelli di dibattito: uno prettamente politico, legato ai diritti civili, diritti della persona e non solo, che attualmente viene svolto (esclusivamente?, n.d.r.) in campo movimentista e l’altro più strettamente giuridico/legale.

Gli attivisti sono anni che cercano di coinvolgere più realtà e persone possibili nel dibattito: a Torino lo abbiamo fatto di recente cercando di portare all’attenzione pubblica i problemi dei CPR con una manifestazione durata 3 giorni, che se non altro ha permesso a molte persone delle associazioni, della società civile, oltre quindi agli anarchici, a realtà appartenenti all’area antagonista e alle associazioni che da sempre si occupano di questo problema (LasciateCIEntrare, Legal Team, ecc…), di venire a conoscenza e di individuare fisicamente quel luogo che, ove non espressamente conosciuto, non è facilmente individuabile.

La domanda di partecipazione e supporto alla nostra attività finalizzata alla chiusura di queste strutture, la portiamo avanti da anni, ma in tutta sincerità non abbiamo trovato una grossa sensibilità in tutta una serie di realtà.

Mi riferisco anche ad Amnesty International (di cui abbiamo pubblicato un’articolo, n.d.r.), organo che per elezione avrebbe voce in capitolo, di cui abbiamo visto finalmente un comunicato da parte di Amnesty Piemonte in quest’emergenza Covid-19.

Il problema dei trattenuti nei CPR è però un problema che c’è 365 giorni all’anno, tra l’altro da molti anni.

Occorre che sia chiaro lo stato di abbandono nel quale stiamo lasciando intere categorie di persone.

Ritengo quindi che da parte dei grandi Organismi internazionali garanti dei Diritti Umani, penso anche all’UNHCR, non ci sia stata la necessaria attenzione alle denunce che via via continuiamo a fare.

Per quanto riguarda la parte giuridica/legale: non è un caso che nonostante i continui episodi di ribellione, singoli o collettivi, più o meno intensi, nessuno venga mai denunciato.

Stiamo parlando di ribellione al mantenimento dello status quo all’interno dei CPR: perché spesso vengono appiccati dei fuochi?

I CPR si trovano in luoghi spesso isolati ma ancora più spesso sconosciuti ai più.

Il fuoco produce fumo, ancor più ora che i telefonini vengono sequestrati e i trattenuti non hanno mezzi per attirare l’attenzione sulla propria condizione, il fumo indica un segnale, certamente atavico, di allarme, una richiesta di aiuto urgente a coloro che sono fuori e con i quali i trattenuti non possono comunicare.

Le motivazioni di richiesta di aiuto di volta in volta possono essere diverse, ma quello è proprio il modo con il quale chiedono aiuto.

Perché a fronte di mesi e mesi di continue ribellioni, com’è successo ad esempio qui a Torino, i trattenuti a fronte di reati commessi, non vengono portati a processo, come ci si aspetterebbe, data la durezza con cui lo Stato – come sempre riscontro – si comporta nei loro confronti?

(Anche e soprattutto giuridicamente, data l’obbligatorietà dell’azione penale, tutto questo non sembra reggere, non sembra coerente con l’Ordinamento, n.d.r.).

E’ successo solo una volta che ci sia stato un processo in cui il CPR è stato coinvolto, processo nel quale, ad esempio, scoprimmo che il Rivotril, un farmaco anti-epilettico, scorreva “a fiumi”, ampiamente somministrato ai trattenuti.

Il CPR è una struttura detentiva dedicata solo ad alcune categorie di persone e non ad altre, un “non luogo” che di fatto spacca la società in due, tra chi ci può finire e chi no, questo esclusivamente per la propria condizione e non per aver commesso reati.

A mio parere si vuole assolutamente evitare che insieme al trattenuto, inevitabilmente vada a processo anche il CPR.

Il CPR non deve entrare nelle aule dei tribunali, deve rimanere sconosciuto, un “non luogo”, una “terra di nessuno” dove non c’è Stato di Diritto.

Categorie: Diritti Umani, Europa, Interviste, Migranti
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