Martinho Lutero ci ha lasciato, in un ospedale di San Paolo, broncopolmonite….

Oggi piangeranno centinaia e centinaia di persone che hanno cantato pendendo dal movimento del suo braccio e della mano, dal suo sguardo, dal suo sorriso. Era capace di mescolare musiche, stili, autori, strumenti. Aveva unito i suoi cori Luther King e Cantosospeso a Miriam Makeba, agli Inti Illimani, aveva fatto cantare canti indigeni e Bach, aveva spostato i suoi cori nei continenti, aveva fatto cantare gruppi immensi alle aperture dei Social Forum. La sua serietà e fermezza erano proporzionali alla sua capacità di sorridere e ridere. Piangeranno migliaia di persone che hanno assistito ai suoi concerti, alle loro entrate dal fondo, cantando l’inno dell’Afrika.

L’ultima volta a Milano l’ho sentito allo IULM, un concerto straordinario. Feci quello che non avevo mai fatto in vita mia davanti a nessuno, quando lo incontrai fuori, tra il serio e il faceto: mi inginocchiai davanti a lui. Lo ringraziai commosso. Lui rideva. Era un bene prezioso dell’umanità, era un benefattore per i cuori fortunati che assistevano ai suoi concerti. L’ultima volta è venuto a sentire in Torchiera quando raccontavamo di Leonard Peltier e mi aveva subito proposto di dedicare a lui i due prossimi concerti a Milano. Dovevano essere l’1 e il 2 marzo. Non si fecero. Lui restò in Brasile.

In tanti ti abbracciamo, ci mancherai.

Unisco a questo articolo le parole dell’amico comune Andrea Rivas, cileno, che condivideva con lui e con Del Royo e Tagliaferro la storica trasmissione di Radio Popolare sull’America Latina: “Los aretes que le faltan a la luna”.

È morto Martinho Lutero.
Maledetto coronavirus.
Oggi non voglio scrivere di borse o di politica.
È morto Martinho Lutero.

“Poeta, poetinho vagabondo, sei un cattivo esempio per la gente come noi. A fare come te si può scoprire che vivere non è cercare dei perché, ma aprire la bocca, gli occhi e il cuore”, scrisse Chico Buarque per celebrare Vinicius de Moraes.

Ti ricordo a Milano, brillante allievo di Luigi Nono che si guadagnava la vita copiando spartiti per la Ricordi.
E ti ricordo sul palco dirigendo il tuo coro dei due mondi.
So, dai racconti e foto di Felisa, che è stata anche la tua ultima attività nella tua Sao Paolo

Ho avuto la fortuna di rivederti al Torchiera, un paio di mesi fa, in una serata dedicata a Leonard Peltier. Mi aggiornasti sul Brasile in mano alle cavallette scatenate dal Bolso e agli astrologi innalzati al rango di ministro.

Cavallette e astrologi che confondono cultura con coltura e che, come il loro predecessore Joseph Goebbels, tendono automaticamente a estrarre la pistola dalla fondina quando qualcuno pronuncia quella parola maledetta.

Pensando a cosa potrei dedicarti stamane, guardo cadere il nevischio.
Penso che ti sarebbe piaciuto vederlo, magari canticchiando qualcosa di malinconico.
E allora ti dedico la pioggia, le nuvole oscure, la pioggia ed il nevischio di questa fine marzo confinata.
A Sao Paolo, presumo, splenderà il sole.

Come il Pedro Rojas del peruviano Cesar Vallejo, vorrei scrivere in aria, col pollice, “Evviva i compagni” firmando, appunto, Pedro Rojas

Aggiungerei “Ciao compagno Martinho. Eu so sozinho, muito sozinho”.
D’ora in avanti faticheremo di più a ritrovare il ritmo.