Trump fra licenziamenti dei nemici e “giustizia” per gli amici

21.02.2020 - Domenico Maceri

Trump fra licenziamenti dei nemici e “giustizia” per gli amici

La recente assoluzione di Donald Trump da parte del Senato americano nel caso dell’impeachment è stata utile perché ha permesso di “portare alla luce del sole quelli che bisognava licenziare”. Così ha detto Donald Trump, non il presidente, ma il figlio maggiore, mentre cercava di spiegare i licenziamenti realizzati dal padre in questi giorni. Donald Jr. è incaricato di gestire l’azienda paterna, ma spesso commenta situazioni politiche per supportarlo; si crede anche che si stia preparando a entrare a sua volta in politica.

Dopo la “vittoria” in Senato, grazie ai repubblicani che hanno votato compatti per assolverlo dall’impeachment approvato in precedenza dalla Camera, Trump ha iniziato la sua “purga” colpendo quelli che a suo parere lo avevano tradito. In particolare si è concentrato su parecchi individui a lui vicini, che hanno testimoniato nelle inchieste dirette da alcune commissioni alla Camera, confermando il quid pro quo con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Questa conversazione ha scatenato l’inchiesta che ha portato al voto di impeachment alla Camera.

Il colonnello Alexander Vindman, funzionario del Consiglio di Sicurezza alla Casa Bianca, aveva testimoniato contraddicendo il suo capo, il quale lo ha bollato come traditore e accusato di mentire. C’è solo un piccolo problema. Vindman ha testimoniato sotto giuramento, dimostrando un grandissimo coraggio, mentre Trump “testimonia” con i suoi tweet senza fornire prove per le sue accuse. Pochi giorni dopo l’assoluzione del Senato, Trump ha licenziato Vindman e suo fratello Yevgeny, anche lui in servizio alla Casa Bianca. Il fratello non aveva testimoniato, ma la parentela lo avrà reso sospetto al 45esimo presidente.

Un altro “traditore” è stato Gordon Sondland; dopo aver contribuito con un milione di dollari alla Commissione di insediamento di Trump, era stato “ricompensato” con la nomina ad ambasciatore presso l’Unione Europea. Anche Sondland aveva testimoniato alla Camera confermando il quid pro quo fra Trump e Zelensky e esattamente come Vindman è stato licenziato dall’attuale inquilino della Casa Bianca.

Trump continua a dimostrare che il talento e le capacità professionali dei suoi collaboratori importano poco, optando invece per l’estrema fedeltà di chi gli sta intorno. Vuole assolutamente scegliere i suoi collaboratori senza nessun paletto e ha dimostrato grandi sospetti sul cosiddetto “deep state”, cioè a dire i funzionari di carriera nel governo che fanno il loro lavoro in maniera indipendente a prescindere di chi sia il presidente. Cinquanta funzionari del Consiglio di Sicurezza sono stati trasferiti in altri dipartimenti, allontanandoli dalla cerchia di quelli che possono sentire e “spiare” l’inquilino della Casa Bianca.

Trump è sempre più diffidente; ha dichiarato in un’intervista che in futuro ridurrà il personale che ascolta le sue conversazioni con leader di altre nazioni per evitare il guaio capitatogli con Zelensky. Non capisce però che la conoscenza di quello che lui discute non riguarda solo i suoi bisogni, ma anche gli interessi nazionali; deve quindi servirsi di esperti e prendere in considerazione i loro consigli. Mantenere tanti segreti ci fa capire che Trump vuole operare senza essere osservato ed eventualmente giudicato. Si tratta di una grande insicurezz, riflessa anche nel forte bisogno di ampliare il suo potere per punire i “nemici” e ricompensare i suoi fedeli collaboratori.

In questo senso il Dipartimento di Giustizia viene utilizzato per spingere i tribunali a scagionare o a usare la mano leggera con individui come Roger Stone, suo ex collaboratore. Va ricordato che Stone era stato condannato da un tribunale, ma proprio in questi giorni quattro dei procuratori nel caso si sono dimessi per via della direttiva di Bill Barr, Procuratore Generale, che chiedeva di alterare la richiesta di pena per Stone considerandola eccessiva. Una richiesta mai sentita. La mossa di Barr, grande servitore di Trump ma non della Costituzione americana, ha scatenato una ribellione fra ex funzionari della giustizia, 2mila dei quali hanno chiesto le sue dimissioni. Inoltre la Federal Judge Association, gruppo indipendente di giudici, ha annunciato una riunione di emergenza per discutere gli interventi e le pressioni irregolari di Trump sui processi in corso. Nonostante queste pressioni la giudice Amy Berman Jackson ha condannato Stone a tre anni di carcere, dichiarando che “i fatti sono importanti”, stoccata diretta a Trump e alle sue evidenti falsità. Non sarebbe strano che per Stone arrivasse la grazia, a dimostrazione che l’inquilino della Casa Bianca è il vero “capo” negli Stati Uniti anche nel sistema giudiziario.

Trump però sembra ignorare questi tentativi di stabilire paletti per porre limiti ai suoi poteri esecutivi. Dopo l’assoluzione al Senato si comporta come se avesse il potere assoluto. Sta esagerando, poiché sembra che anche Barr non ne possa più. Il procuratore generale in un’intervista ha dichiarato che tutti questi tweet sul suo ministero gli rendono la vita difficile, tanto che non può svolgere i suoi compiti. Si riferiva a Trump anche senza nominarlo. Da parte sua questi ha dichiarato che non intende fermarsi e vuole anche che il Dipartimento di Giustizia apra un’inchiesta su James Comey e l’Fbi per ritornare sul Russiagate, cercando di riscrivere la storia in modo a lui favorevole. Trump non ha mai digerito l’idea di avere vinto l’elezione con l’aiuto dei russi, come spiegato dal rapporto di Robert Mueller, un altro che il presidente vorrebbe vedere indagato.

Alcuni analisti hanno rilevato che l’insoddisfazione di Barr nei confronti di Trump sia in realtà una sceneggiata per creare l’illusione dell’indipendenza della giustizia dal potere esecutivo. Forse è così, ma nel frattempo Trump continua a mandare segnali riguardo ai suoi poteri immensi e senza limiti. In una recente intervista ha infatti dichiarato di essere “l’ufficiale numero uno nell’applicazione della legge”, titolo che spetta al procuratore generale Barr. Per ribadirlo ha recentemente concesso la grazia a una dozzina di criminali, alcuni notissimi, altri meno, quasi tutti condannati per frode e corruzione. Il messaggio di Trump sembra essere quello di riconoscere la fedeltà di alcuni grazie ai poteri ampliati dall’assoluzione al Senato. Trump non è il solo ad essere al di sopra della legge. Lo sono anche i suoi amici, mentre chi si oppone può aspettarsi le mazzate del leader “della legge” americana.

 

Categorie: Nord America, Opinioni, Politica
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