Sole Sun: “Siamo Cinesi, non un virus”

11.02.2020 - Murat Cinar

Quest'articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo

Sole Sun: “Siamo Cinesi, non un virus”

A causa della grande paranoia che ha generato il Coronavirus proveniente dalla Cina si stanno scatenando numerosi episodi di razzismo e violenza nei confronti dei cittadini cinesi in diversi paesi del mondo. L’orrore generato da un incognito virus mescolato con la diffusa sinofobia (sentimento anti-cinese) colpisce in generale le persone con gli “occhi a mandorla” che sono nostri concittadini.

Ho conosciuto Sun, circa 18 anni fa, a Siena, all’università. Si faceva chiamare Sole; ragazzo veramente solare, giovane e brillante. Sun fu oggetto di un’aggressione razzista durante la famosa epidemia del virus Sars. Oggi vive a Shangai e ci racconta con le sue parole cosa vuol dire essere vittima di una paranoia collettiva e come è importante saper apprezzare il cuore delle persone non definendole come una minaccia, oppure semplicemente come un virus.

Nel 2003 c’era la SARS, vivevo a Siena e avevo 20 anni. A dire il vero non ero molto attento a ciò che accadeva intorno, perché a quel tempo mi concentravo solamente su me stesso. All’epoca studiavo e contemporaneamente lavoravo la sera facendo consegne a domicilio per un ristorante cinese. Solo il dover andare avanti ogni giorno mi comportava una grande stanchezza. 

Tutto accadde una sera quando staccai dal lavoro. Un gruppetto di ragazzi in città cominciò a gridare verso di me: “SARS! Cinese vai via!”. Ero giovane, e come fanno molti giovani ho risposto con parolacce, ma quel che accadde dopo fu qualcosa che andò oltre le mie aspettative. Immaginavo che al massimo ci saremmo insultati a vicenda, ma che sarebbe finita in fretta. Purtroppo non fu così. Venni circondato, erano sei o sette persone e cominciarono a picchiarmi. Mi rialzai frastornato, ero uno contro tutti loro, cosa potevo fare? E quindi mi rialzai con l’intento di allontanarmi e tornare a casa. Ma loro non avevano nessuna intenzione di lasciarmi stare. Mi seguirono sghignazzando, deridendomi e umiliandomi con brutte parole. Mi arrabbiai. E feci una cosa di cui mi pento fino ad ora. Tornai in casa e accecato dalla rabbia presi un coltello dalla cucina. Sceso in strada mi avventai con quel coltello verso il ragazzo che per primo mi aveva picchiato. Per mia grande fortuna non lo colpii, ma si creò una bruttissima rissa, dove ad un certo punto vidi coinvolto il mio coinquilino, anche lui cinese, che cercava di aiutarmi. Poi arrivò la polizia; mi resi conto che ero senza scarpe e i miei vestiti erano completamente strappati. Ci portarono tutti quanti alla stazione di Polizia.

Io ero ammanettato in un corridoio, quei ragazzi invece erano davanti a me, vicino alla macchina del caffè e discutevano. Cominciai ad avere paura, mi ero messo veramente nei guai. Erano davanti a me e continuavano a minacciarmi, mi dicevano che una volta usciti ne avrei viste delle belle. Io li guardavo e pensavo: ‘Questi avranno la mia età, anzi forse sono anche più giovani’. Cominciai a vergognarmi di me stesso. Ero stanco, mi sentivo ferito e scoppiai. Dissi loro ciò che stavo pensando: “Voi avete ogni giorno vostra mamma che vi cucina, qualcuno che vi lava i vestiti e che ve li piega, voi non vi dovete preoccupare di niente! Ho circa la vostra età, vado ogni giorno all’università, faccio corsi di italiano, devo lavorare per poter vivere qui in Italia, ogni mese mi preoccupo per come pagare il prossimo affitto, ogni giorno devo stare attento a quanto spendere per il mangiare… Cosa ho fatto io che vi dà fastidio? Il fatto che sono cinese?” Quando finii di parlare, rimasero zitti. Poi uno di loro, un ragazzetto biondo, si avvicinò e fece qualcosa per cui lo ringrazierò sempre. Mi chiese scusa. Mi disse: “Ti chiedo scusa a nome di tutti, ma tu non dovevi prendere il coltello. Hai esagerato. Comunque ti prometto che dopo nell’interrogatorio diremo come sono andate veramente le cose.”

Per questa sua azione, evitai tre anni di carcere. Alla fine decidemmo di fare un accordo al di fuori del tribunale, che mi costò comunque tremila euro di spese legali. Al tempo per me che guadagnavo quindici euro al giorno era una disgrazia. Non dissi mai questa cosa ai miei genitori, da una parte per non spaventarli, ma dall’qltra anche per non farli star male. Io non sono uno che solitamente piange, ma durante la prima telefonata con mio padre successiva a quell’accaduto ricordo che mi mordevo le labbra per non fargli capire che piangevo mentre gli dicevo che tutto andava bene come sempre. 

Negli anni successivi, lavorai duramente per potermi pagare quelle spese legali, trascurando parecchio gli studi. Nel frattempo il mio coinquilino, quello che per colpa mia finì nella rissa, era tornato in Cina. Mi disse che quel fatto scaturito dal mio impulso,lo aveva portato a un cambiare i suoi progetti. Non l’ho mai più rivisto. Ma la cosa che mi ha profondamente fatto imparare una lezione è stato quando dopo due anni da quel brutto episodio, ho traslocato in una zona dove abitavano, guarda caso, anche quei ragazzi! Spesso quando uscivo li incontravo e ogni volta che li vedevo pensavo che era per colpa loro se ogni giorno dovevo risparmiare e lavorare per pagarmi i debiti. Li odiavo

Ricordo ancora quella mattina d’estate. Mentre uscivo di casa per andare a lavorare, vidi intorno all’entrata della chiesa della zona tanta gente vestita di scuro. Quando passai davanti alla chiesa, accadde quello che poi cambiò definitivamente il mio modo di vedere le cose. Nella chiesa c’era la foto stampata in grande di un ragazzo. Era quello della rissa, quello che avevo odiato fino a quel momento. Ma in quell’istante mi sentii vuoto e perso. In quell’attimo, la confusione sostituì il mio sentimento di odio. Quel ragazzo aveva appena compiuto 19 anni e aveva perso la vita a causa di un incidente stradale. Io sapevo di odiarlo, ma quando vidi quella foto dentro la chiesa, ho pensato solamente: “Conosco quella persona, ma ora non c’è più… una vita che dovrebbe essere appena iniziata e già non c’è più”. Mi venne spontaneo pensare per assurdo di fare un’altra rissa con lui, perché per lo meno sarebbe stato ancora vivo. In quel momento in cui mi trovavo di fronte a una morte, mi è sembrato che tutto il resto fosse diventato insignificante. Da quel giorno iniziai ad apprezzare ogni persona che si era presentata davanti a me. Forse li conosciamo durante eventi felici, o forse in quei momenti in cui dobbiamo essere modellati e levigati. Perlomeno da quel giorno non ho più desiderato la morte di nessuno, perché quella sensazione di vuoto è stata troppo brutta. 

Sono passati 17 anni, in Cina si è diffuso il Coronavirus. In tanti posti, si stanno ripetendo quelle azioni poco amichevoli verso i cinesi, che mi hanno ricordato quella fase della mia vita. Ancora oggi continuiamo a portarci addosso quelle etichette, io sono cinese, lui è italiano, i cinesi sono così, gli italiani sono così, non abbiamo questo in comune, lui sta dalla parte del torto, non si possono accettare queste usanze etc… ma ci scordiamo che siamo tutti esseri umani. Pregi e difetti, momenti in cui mostriamo bontà e momenti di cattiveria, a volte siamo amorevoli, a volte detestabili… Questo ci rende umani e questo ci accomuna: abbiamo gli stessi sentimenti. Il virus ovviamente fa paura, ma se il mondo perde quel sentimento di senso comune e si dimentica di dare amore, allora si che c’è da avere paura. Spero con tutto il cuore che dopo questa disgrazia, non si risanino soltanto i nostri corpi, ma anche i nostri cuori possano rianimarsi dall’insensibilità.”

 

Categorie: Asia, Diversità, Migranti, Nonviolenza, Salute, Umanesimo e Spiritualità
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