Paesaggi Balcanici: il patrimonio intangibile, il futuro della comunità, la costruzione della pace

02.12.2019 - Gianmarco Pisa

Paesaggi Balcanici: il patrimonio intangibile, il futuro della comunità, la costruzione della pace
Uno splendido esempio di artigianato artistico: Krushe, Kosovo (Foto di Gianmarco Pisa)

Alla vigilia (5 dicembre) della Giornata Internazionale del Volontario per lo Sviluppo, istituita con risoluzione 40/ 212 (1985) dall’Assemblea Generale dell’ONU, una riflessione sul valore delle culture per lo sviluppo e per la pace.

È possibile delineare, nel percorso dell’«itinerario di itinerari», un tragitto multiplo, attraverso i luoghi del patrimonio e i beni intangibili, alternando edifici, musei e mausolei in grado di evocare o riflettere elementi della cultura universale, in un senso per cui la cultura può diventare terreno di comprensione comune e l’espressione artistica può assurgere a veicolo di comune appropriazione, per «un Kosovo per tutti e tutte».

In questa “linea culturale”, punto di partenza è il Museo Nazionale del Kosovo, con le sue ambivalenze e le sue contraddizioni. Il Kosovo è un luogo con una storia multiforme, attraversa epoche e leggende, miti e costumi, la cui varietà si manifesta sia nelle origini storiche e nelle memorie collettive, sia nei diversi usi pubblici dei beni del patrimonio. I monumenti possono risalire, come si è visto, all’età dardanica, all’Impero Romano, all’Impero Bizantino, al Medioevo, al periodo ottomano, e attraversare poi il balcanismo e l’illirismo, le autorità serba prima e jugoslava poi, sino alle odierne vicende post-unitarie e post-belliche. I monumenti sono variamente costituiti da città antiche, scavi archeologici, castelli e torri (Kullat), moschee e monasteri.

Il pluralismo può diventare anche un veicolo per la pace; e il patrimonio culturale può servire anche a una strategia di costruzione della pace. Il Museo Nazionale del Kosovo è ospitato in un edificio monumentale in stile asburgico, proprio all’inizio del centro storico di Prishtina, di fronte alla piazza rinnovata che ospita il Monumento jugoslavo alla Fratellanza e all’Unità. Contiene beni archeologici, storici e figurativi esposti lungo i vari padiglioni; ospita mostre dedicate alla vita sociale dei vari territori; oggetti del recente periodo di guerra con esibizioni sconvolgenti e contraddittorie di oggetti di guerra dei miliziani separatisti dell’UCK.

Mentre la cultura serba delinea il tratto comune del Kosovo del Nord e dei villaggi serbi del Kosovo Interno, l’influenza ottomana ha avuto un effetto di sedimentazione nella costruzione dell’identità culturale della regione; tuttavia, oltre alle influenze turco-ottomane, la cultura kosovara è oggi influenzata da una pluralità di contenuti e di apporti identitari , bosniaci, rom, ashkali, gorani, slavi. Anche la musica e le danze fanno parte di questo mix culturale: lo strumento noto come kemenche e le danze tradizionali come la hora (turca) sono diventate parte della cultura kosovara; lo strumento noto come çifteli (turco) è ampiamente usato in Kosovo dai tempi dell’Impero Ottomano; i serbi adottarono la musica tallava , un tipo di musica folk assai ritmica, destinata a grande influenza, e le danze kolo , patrimonio UNESCO, molto diffuse nelle regioni slave.

Narrazioni e miti fungono da veicolo per la trasmissione dei valori culturali e sedimentano le acquisizioni pubbliche sui ricordi personali e le esperienze collettive, spesso con una funzione di ponte tra generazioni. Tali culture orali sono anche servite a strutturare e diffondere norme sociali e prassi giuridiche, a partire dal Kanun, consolidate negli usi sociali, tra cui la Besa , mantenute da quella istituzione sociale tradizionale che è la Oda. Non diversamente, la Slava delle comunità serbe, anch’essa patrimonio UNESCO, celebrazione del santo protettore della casa, è anche celebrazione di comunità, di condivisione e del senso della ospitalità.

La «Oda» è un simbolo della cultura del Kosovo. In senso «figurato», estensivo, rappresenta lo spazio speciale di una casa, riservato agli uomini anziani per discutere le questioni importanti della famiglia e della comunità. In senso socio-culturale, simboleggia un foro, in cui gli uomini si riuniscono per discutere e risolvere le questioni della comunità, di proprietà o di vendette. Era quindi un’importante piattaforma di vita sociale e culturale. Oggi, dopo secoli di pratica sociale, l’Oda sopravvive soprattutto nelle zone rurali.

La cultura della narrazione e l’afferenza del mito, seppure diversamente declinati, appartengono a entrambe le principali comunità, albanesi e serbi, e si dipanano attraverso leggende, miti, epopee, racconti e storie. In Kosovo, i valori consuetudinari sono molto sentiti: la dignità personale; l’onore personale; l’uguaglianza delle persone; il «rispetto della parola data» (la libertà e la responsabilità di ciascuno di agire secondo il proprio onore, nei limiti delle norme e del costume); il rispetto della Besa (la parola d’onore, che crea una corrispondenza di fiducia che non deve essere violata). La Besa è la “promessa”: in nome della Besa puoi affidare la protezione della tua vita e della tua famiglia; viceversa, la rottura della Besa provoca discredito e stigma sociale. È un «testamento morale» degli albanesi sin dalla comparsa delle prime mitologie ed epopee.

Le culture possono svolgere un ruolo nell’attivazione della riconciliazione e nella promozione della pace? Nel periodo 1990-1998, dalla dissoluzione della Jugoslavia Socialista fino alla guerra in Kosovo, i membri della élite intellettuale albanese del Kosovo hanno condotto un’ampia campagna per riconciliare le famiglie in faida e consolidare i legami comunitari. Anton Çetta, professore all’Università di Prishtina, fu tra gli ispiratori della «Campagna per la Riconciliazione» che, attraverso l’ufficio del perdono, trasformò le relazioni tra le famiglie e la società nella regione. Come riferì Mary Motes, «nel 1970 fu segnalata la più forte campagna contro la vendetta degli albanesi; si concluse con lo storico «kuvend», l’incontro degli anziani, che portano il turbante come proprio sudario, «perché un uomo deve essere sempre pronto a morire». Poi, sotto la guida di Ibrahim Rugova, fu anche un percorso di risoluzione del conflitto, attraverso la cultura: un «veicolo per la pace». Non l’unico esempio, certamente: ma una traccia, un indizio, molto importante, del ruolo della cultura per la pace.

Categorie: Cultura e Media, Europa
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