Cile: non sono 30 pesos, sono 30 anni

22.10.2019 - David Meléndez Tormen

Quest'articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo

Cile: non sono 30 pesos, sono 30 anni

“Non sono 30 pesos, sono 30 anni” è uno slogan che è stato ripetuto domenica su molti social network e sui cartelli dei manifestanti che hanno continuato a scendere in piazza in tutto il paese. I “30 pesos” alludono all’aumento del biglietto della metropolitana di Santiago che ha fatto esplodere la “pentola a pressione” del popolo cileno. I 30 anni si riferiscono ai decenni trascorsi dalla fine del regime militare e al tradimento dei partiti filo-democratici che hanno approfondito il modello economico imposto dalla dittatura, invece di apportare cambiamenti fondamentali.

Manifestazioni con pentole e clacson si sono tenute sabato sera in molte parti della capitale (sfidando il coprifuoco) e in numerose città del paese. A Santiago, la gente è uscita a protestare nei principali incroci, anche in settori tradizionalmente borghesi come La Dehesa o Las Condes.

Si sono inoltre verificati strani saccheggi di supermercati (Líder, Jumbo, Santa Isabel), centri commerciali, negozi (Kayser), farmacie (Ahumada, Cruz Verde), benzinai (Copec), alcuni Comuni (Lo Espejo), impianti di imbottigliamento (Coca-Cola) e caselli della capitale. Alcuni settori, come Puente Alto, hanno subito tagli all’elettricità e diminuzione della pressione dell’acqua. A Valparaíso, la stazione della metropolitana di Bellavista è stata distrutta e il primo piano del giornale El Mercurio è stato devastato dalle fiamme. La repressione è stata particolarmente cruenta in questa importante città portuale, che ospita la Marina Militare, un ramo dell’esercito tradizionalmente conservatore. Dico “strani” perché non si può escludere che questi saccheggi, almeno i più eclatanti, siano un intervento della polizia per distogliere l’attenzione e criminalizzare la protesta, che fino ad ora è stata per lo più pacifica.

Per tutta la giornata ci sono state manifestazioni in tutto il paese: il suono delle pentole e dei clacson è diventato quasi uno sfondo. Mentre in Plaza Ñuñoa a Santiago c’era un’atmosfera festosa che riuniva circa 3.000 persone (anche se verso le 21 ci sono state barricate con falò), la marcia pacifica da Plaza Italia a La Moneda ha subito una forte repressione della polizia e militare, con “guanacos” (auto dotate di idranti), “zorrillos” (furgoni blindati) e lacrimogeni; ciononostante i manifestanti sono rimasti sul posto, alcuni pacificamente e altri con barricate e lancio di pietre. Tra Alameda e Santa Rosa, accanto alla Biblioteca Nazionale, ci sono state schermaglie tra i dimostranti e le forze speciali dei Carabineros. Ci sono video di manifestazioni di massa ad Arica, Iquique, Antofagasta, Rengo, Rancagua, Concepción, Temuco, Punta Arenas e un lungo eccetera. All’avvicinarsi del coprifuoco, la polizia ha iniziato a sparare pallottole e proiettili di gomma contro i manifestanti. Ci sono segnalazioni di 2 morti per ferite da arma da fuoco nella città settentrionale di La Serena e di altri 5 in un incendio a Renca. Lo stato di emergenza è stato esteso a Comuni di diverse regioni, come Concepción, Rancagua, La Serena e Valparaíso.

Nella capitale, la maggior parte dei Comuni ha sospeso le lezioni per il lunedì. L’Associazione degli Insegnanti ha chiesto di non andare a scuola a causa della mancanza di trasporti o di garanzie minime per gli studenti e reclamato la fine dello stato di emergenza e l’adozione di un nuovo meccanismo per controllare il riequilibrio delle tariffe dei servizi di base.

All’estero, questa esplosione sociale ha ricevuto grande copertura, soprattutto dal venerdì, ma non sempre sono state trattate le sue cause profonde. Diverse persone, cilene e locali, hanno espresso il loro sostegno con manifestazioni davanti ai consolati cileni a San Paolo, Barcellona, Berlino, Monaco, Dublino, Mendoza, Buenos Aires e persino durante grandi eventi musicali, come è successo in Honduras.

L’aeroporto di Santiago ha cancellato e riprogrammato la maggior parte dei voli e diverse compagnie di autobus interprovinciali (come Tur Bus) hanno chiuso i loro servizi fino a nuovo avviso.

Fino a domenica  si sono registrati 11 morti confermati, 625 detenuti nella regione metropolitana e 91 nelle regioni e almeno 244 detenuti per violazione del coprifuoco.

L’Istituto Nazionale dei Diritti Umani (INDH) ha lanciato accuse di uso eccessivo della forza, abusi sui minori, molestie sessuali e torture contro i detenuti nelle stazioni di polizia dei Carabineros 1, 3, 21, 19, 25, 33, 43 e 48 di Santiago.

La metropolitana di Santiago prevede di operare parzialmente questa settimana sulla linea 1 (la più vecchia), ma stima che altre linee (come la linea 4) potrebbero richiedere mesi per la riparazione.

Lunedì 21 varie organizzazioni, come CONFECH (Confederazione degli studenti del Cile), FECH (Federazione degli studenti dell’Università del Cile), ANEF (Associazione nazionale dei dipendenti fiscali), tra i tanti altri, hanno chiesto una giornata di protesta nazionale per un trasporto decente e conveniente.

Reazioni del mondo della politica e della cultura

E’ circolato nei social network un video in cui numerosi artisti, come Camila Moreno, Fernando Milagros, Manuel García, Magdalena Matthey, tra gli altri, hanno respinto le misure del governo. Mon Laferte ha twittato: “Diciamo al mondo che sei un dittatore che dà ordini mentre mangi la pizza nei quartieri alti” (alludendo al fatto che nel bel mezzo della crisi Piñera era al ristorante con la famiglia). Molti altri personaggi della cultura, come il regista teatrale Alejandro Goic, e personaggi dello sport, come i calciatori Gary Medel e Claudio Bravo, hanno fatto dichiarazioni sulla stessa linea.

Il presidente del Collegio dei Docenti, Mario Aguilar, ha dichiarato in un video: “Dobbiamo invitare alla lotta e alla disobbedienza civile nonviolenta. Questa è la nostra posizione di insegnanti. E’ sempre stata questa. Ma soprattutto oggi voglio invitare i miei colleghi a prendersi cura l’uno dell’altro e a essere connessi tra loro”.

Dal canto suo, il deputato umanista Tomás Hirsch ha diffuso un audio in cui diceva: “Viviamo in un momento di esplosione psicosociale causata da un sistema assolutamente violento e disumano (…..) Siamo contrari alla violenza, ma ci sembra fondamentale comprenderne le radici e avere una visione autocritica. Oggi è fondamentale avanzare con cambiamenti strutturali e profondi verso una società molto diversa da quella attuale”.

La deputata comunista Camila Vallejo ha criticato il ministro Monckeberg per aver chiesto il rientro al lavoro lunedì: “La produttività prima della vita delle persone. Questa disconnessione e mancanza di empatia è ciò che ci ha portato a questa situazione”.

Diversi leader del mondo sociale e politico hanno chiesto le dimissioni del Presidente Piñera e dei suoi ministri, che hanno dimostrato un’enorme ignoranza della realtà della grande maggioranza dei cileni. Come ha detto la deputata Pamela Jiles in un programma televisivo: “Credo che se il governo proseguisse per la strada che sembra aver scelto, la ministra Gloria Hutt (Trasporti) dovrebbe cercare il suo abito migliore per le dimissioni”.

Contesto

Fino ad oggi, il Cile è stato presentato dalle sue autorità come un’”oasi di tranquillità” e un modello di successo economico e finanziario. L’oscura realtà è che questo modello si basava sulla sofferenza della grande maggioranza e sul beneficio della stessa élite di sempre, che godeva delle privatizzazioni e dell’indebolimento della popolazione in tutti i suoi ambiti: istruzione, sanità, pensioni, alloggi e servizi di base come l’acqua e l’elettricità.

I mezzi di comunicazione scritta e televisiva sono fortemente concentrati in un duopolio di gruppi economici conservatori, per cui le questioni di fondo non fanno parte del dibattito pubblico. Il popolo cileno vive praticamente sul filo del rasoio, temendo di perdere il lavoro e di non essere in grado di pagare i propri debiti. E coloro che sono andati in pensione ricevono assegni molto bassi (meno di 175.000 pesos, circa 250 dollari) dalle loro AFP (Amministratori dei Fondi Pensione), in un sistema privatizzato dal quale non possono nemmeno ritirare i fondi che hanno risparmiato nel corso della loro vita.

Tutte queste sono conseguenze delle riforme neoliberiste introdotte nella società cilena all’epoca di Pinochet (1973-1989) dai Chicago Boys (diplomati della famosa Chicago School) e approfondite dai successivi governi della Concertación por la Democracia, che scelse di non apportare cambiamenti fondamentali. Infatti, il paese continua ad essere governato dalla Costituzione del 1980, creata dal regime militare.

Questa crisi non è isolata, ma si aggiunge (anche se in ritardo) ad altre esplosioni sociali in America Latina, come il “corralito” del 2001 in Argentina (dopo il quale il presidente De la Rúa fu costretto a dimettersi), il “caracazo” in Venezuela e il saccheggio a Panama City nel 1989, e, più recentemente, la ribellione popolare e indigena in Ecuador nel 2019. Inoltre, questa esplosione sociale ha importanti somiglianze con i movimenti sociali dei “jilet jeune” in Francia, con il movimento catalano per l’indipendenza o le proteste in Libano, per citare solo tre dei tanti casi. Tutte espressioni del fallimento di un modello che accentua le disuguaglianze a vantaggio di un’élite. E’ la crisi del capitalismo anti-umanista e, ci auguriamo, il preludio di una società più egualitaria e giusta che emerga da una forma di organizzazione sociale ed economica radicalmente diversa da quella attuale.

Traduzione dallo spagnolo di Silvia Nocera

Foto-reportage di Claudia Aranda, Sergio Bastías e David Meléndez Tormen

 

Categorie: Nonviolenza, Opinioni, Sud America
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