Elezioni in Israele: fine dell’era Netanyahu?

20.09.2019 - Gianmarco Pisa

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Elezioni in Israele: fine dell’era Netanyahu?
(Foto di commons.wikimedia.org/wiki/File:20190408_174158_Election_posters_in_Israel.jpg)

Dunque ci siamo. Con il 98% (rilevazione odierna, al 20 settembre) delle schede scrutinate, l’aggregazione politica denominata Kahol Lavan (Blu Bianco), che aveva indicato alla carica di primo ministro Benny Gantz, pur perdendo, in proiezione, due seggi, rispetto al risultato della precedente tornata dell’aprile scorso, si afferma come primo partito alle elezioni politiche in Israele (33 seggi previsti), candidandosi seriamente ad esprimere la guida della maggioranza che dovrà esprimere il nuovo governo israeliano. Più indietro il Likud di Benjamin Netanyahu, che non solo perde di più in termini di seggi, ma viene superato da Kahol Lavan, attestandosi a 31 seggi previsti.

È questo, il primo dato, in termini assoluti, delle elezioni politiche che si sono tenute in Israele lo scorso 17 settembre: Kahol Lavan ha raggiunto il 25,6%, il Likud si è fermato al 25% e, considerando che il primo posto era la condizione necessaria per Netanyahu per riproporsi per un nuovo mandato alla guida del Paese e che intanto era confluita nelle sue liste anche la formazione denominata Kulanu di Moshe Kahlon, si può dire che, per la prima volta dopo anni, la sconfitta del Likud e di Netanyahu è stata netta. Al punto da far dire a molti osservatori che l’era Netanyahu è finita.

Il panorama politico che emerge da queste elezioni riserva però anche altri dati interessanti: se, da un parte, è vero che, viste le percentuali, su quattro elettori israeliani, uno ha votato per Kahol Lavan, uno per il Likud e gli altri due per una delle altre liste in campo, è altrettanto vero, d’altra parte, che questa ripartizione non è omogenea. È netta l’affermazione della «Lista Congiunta» con Hadash (il Fronte Democratico per la Pace e l’Uguaglianza, i comunisti israeliani), Balad, Ta’al e la Lista Araba, che conquista tre seggi in più, marca l’avanzata più netta rispetto ad aprile, e si afferma, coi suoi 13 seggi previsti, come terza forza del panorama politico israeliano, attestandosi ben al di sopra del 10%, soprattutto grazie ad una più intensa mobilitazione dell’elettorato democratico e ad una più significativa partecipazione al voto dell’elettorato arabo israeliano. È questo è il secondo dato: se per un verso, Ysrael Beiteinu, la formazione politica della destra di Avigdor Lieberman, supera il 7% e conquista, nelle previsioni, otto seggi, per altro i “vincitori” di questa tornata sono proprio le formazioni della «Lista Congiunta», che entrano, in maniera significativa, da protagonisti nel percorso di formazione della nuova Knesset.

Guardando ancora a sinistra, i Laburisti, la storica espressione della socialdemocrazia israeliana, si attestano intorno al 5% con 6 seggi previsti, mentre la nuova formazione «Campo Democratico» (Meretz e Partito Democratico Israeliano con Stav Shaffir e Ehud Barak) supera il 4% con 5 seggi previsti. E tuttavia, lo spostamento complessivo a destra del quadro politico, uno dei frutti avvelenati del nazionalismo e delle politiche di destra alimentate e incoraggiate dal ciclo Netanyahu e della intensificazione e radicalizzazione delle politiche di occupazione dei Territori Palestinesi, è più che evidente: Israel Beiteinu sarà il probabile ago della bilancia nella formazione della nuova maggioranza (Lieberman si è già dichiarato favorevole a un governo di «unità nazionale laica», senza partiti arabi e senza partiti ultra-ortodossi anti-sionisti); lo Shas (ultra-ortodossi sefarditi) si attesta su 9 seggi, l’Ebraismo Unito della Torah (ultra-ortodossi ashkenaziti) si attesta su 8 seggi, Yamina, la nuova formazione della destra estrema, formata da HaBayit HaYehudi (Casa Ebraica) e HaYamin HeHadash (Nuova Destra), che esplicitamente puntava ad aggregare consenso addirittura a destra del Likud, arriva sino a 7 seggi.

Le prime “dichiarazioni a caldo” dei candidati lasciano intravvedere alcune mosse: all’intenzione di Netanyahu di guidare un governo di «unità nazionale sionista», si è rapidamente contrapposta la presa di posizione di Gantz che, rivendicando il primo posto in termini di voti assoluti e di seggi previsti, ha posto il tema di «un governo di ampia unità liberale». La prospettiva strategica, tuttavia, non sembra cambiare: né va dimenticato che Gantz, capo di stato maggiore delle forze di difesa israeliane (IDF) tra 2011 e 2015, è stato protagonista delle campagne militari contro i palestinesi a Gaza nel 2012 (“Pilastro di Difesa”) e nel 2014 (“Scudo Protettivo”). Domenica inizieranno le consultazioni: i Laburisti e Campo Democratico hanno già espresso l’intenzione di indicare Benny Gantz, altrettanto potrebbe fare Ysrael Beiteinu, la Lista Congiunta si esprimerà nelle prossime ore. Resta sullo sfondo la minaccia del “Piano Trump” e di un nuovo approccio coloniale contro il popolo palestinese: al di là del risultato elettorale, non ci sarà alcun orizzonte di vera democrazia e progresso in Israele senza la fine di ogni forma di occupazione e la piena auto-determinazione dei popoli, e della Palestina.

Categorie: Medio Oriente, Opinioni, Politica
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