La lotta del popolo curdo, l’internazionalismo degli anni 2000, l’urgenza di una nuova Resistenza

26.04.2019 - Firenze - Moreno Biagioni

La lotta del popolo curdo, l’internazionalismo degli anni 2000, l’urgenza di una nuova Resistenza
(Foto di freemansullivan via Flickr.com)

In piazza la Firenze migliore – Talvolta accade che la Firenze migliore, quella che ha vivo in sé il senso di umanità, del tutto scomparso in chi ci governa, che pratica l’accoglienza e la solidarietà, che s’indigna contro l’ingiustizia e s’impegna per affermare i diritti di tutte/i, si ritrovi in piazza per ricordare persone vittime della barbarie razzista e fascista.

E’ avvenuto dopo gli assassinii di Samb Modou, Diop Mor, Idy Diene.

E’ avvenuto anche recentemente – domenica 31/3 – quando migliaia di persone hanno manifestato in memoria di Lorenzo Orsetti, il volontario fiorentino caduto nel Rojava lottando, insieme alle/ai combattenti curde/i , contro l’Isis.

Si è trattato della condivisione di una memoria comune da parte di donne e uomini provenienti sì da esperienze diverse, ma con un denominatore unificante: il ritenere l’impegno solidale per le altre e gli altri un principio irrinunciabile, da portare avanti in alternativa all’egoismo, al rinchiudersi di molti nell’appartenenza a patrie o comunità chiuse ed autoreferenziali, ai sovranismi di vario tipo e natura.

L’esperienza del Rojava – E’ proprio per contrapporsi ad un modello di società basata sulla ricerca individualistica del successo, sull’affermazione personale a danno di altri, sul consumismo più sfrenato, che Lorenzo (nome di battaglia Tekoser) è andato a combattere nel Rojava, dove un intero popolo porta avanti un’esperienza di federalismo democratico basata sulla parità di genere, sull’interculturalismo, sull’ambientalismo (un’esperienza veramente esemplare per la realtà che circonda il Rojava, fatta di regimi autoritari, oppressivi, fondamentalisti, ma anche per noi, che perdiamo sempre più di vista la democrazia costituzionale nata dalla Resistenza e che rischiamo di rimanere con un guscio vuoto, democratico soltanto in apparenza).

Per difendere tale esperienza dai taglia-gole dell’ISIS e dall’esercito del “sultano” turco Erdogan il popolo curdo ha dovuto imbracciare le armi.

A sostenere la sua lotta sono arrivati gli internazionalisti degli anni 2000: come nella Spagna del 1936, non in egual numero, ma con lo stesso spirito di allora, per combattere per la libertà, contro il fascismo, in un luogo in cui si sta sviluppando una vicenda locale che però riguarda tutto il mondo.

Chi ha sfilato per le strade il 31/3 lo ha fatto per ricordare Lorenzo ed anche per sostenere la lotta del popolo curdo, le cui formazioni militari, che pure sono riuscite a sconfiggere l’ISIS – un pericolo per tutti -, sono ancora inserite nell’elenco delle organizzazioni terroriste (mentre chi governa con il terrore e di fatto sostiene il terrorismo, come Erdogan, è alleato delle potenze occidentali e membro della NATO, riceve finanziamenti dall’Europa perché blocchi i/le migranti che cercano di raggiungere il territorio europeo, viene “corteggiato” dalla Russia).

Lotta armata e nonviolenza – Come si concilia il sostegno ad una lotta armata con il principio della nonviolenza attiva che molte/i di noi vorrebbero si affermasse dovunque?

Ritengo che in certi momenti, in certi periodi storici, in certe situazioni, quando si portano avanti esperienze di grande valore per affermare principi di giustizia sociale, di uguaglianza, di libertà, con la partecipazione in forme diverse di larga parte della popolazione, il ricorso alle armi sia una scelta inevitabile e, comunque, da preferire all’indifferenza di fronte all’ingiustizia ed all’oppressione (l’odio – la contrarietà – nei confronti degli indifferenti non è affermato solo da Gramsci, ma anche dai “maestri” della nonviolenza, a partire da Gandhi e Capitini).

Si può dire che è proprio per assicurare la possibilità di un futuro nonviolento che in certi momenti è necessario prendere le armi [esempi in tal senso: in anni recenti, il movimento contro l’apartheid in Sudafrica – con l’African National Congress che ha sviluppato all’inizio una lotta armata per creare le condizioni della rivoluzione nonviolenta portata a compimento con la guida di Nelson Mandela – e gli zapatisti in Messico – in armi per riuscire poi a condurre le esperienze di democrazia locale dei “caracoles” nel Chapas; oltre 70 anni fa, la Resistenza in Italia ed in Europa – che si realizzò attraverso un esercito di combattenti volontari espressione di un movimento ampio, con radici profonde nella società, che intendeva affermare principi di umanità e di civiltà contro la barbarie e che conduceva anche esperienze di autogoverno  (vedi le repubbliche partigiane nel Nord Italia).

L’internazionalismo oggi – L’internazionalismo oggi si manifesta, evidentemente, attraverso scelte come quella di Lorenzo Orsetti, ma anche nella partecipazione alle iniziative di alcune ONG – pensiamo in particolare alle organizzazioni impegnate nei salvataggi dei/delle migranti naufraghi/e nel Mediterraneo e per questo osteggiate e criminalizzate da Salvini e soci – o comunque attive nella cooperazione internazionale – nella parte di essa non asservita a mire neo-colonialiste -).

In una realtà mondiale, in cui prevalgono personaggi truci come Trump, Bolsonaro, Salvini, si affermano un po’ dovunque le forze populiste e reazionarie, ricompaiono minacciose le destre scopertamente fasciste, è da esperienze come quelle del popolo curdo nel Rojava che può venire un forte impulso per lottare per nuove forme di democrazia sociale.

Segnali di speranza – Da tali esperienze ed anche dalle lotte contro il neo-liberismo, che continuano a svilupparsi nonostante le condizioni avverse, dalla riscoperta dell’importanza del socialismo, nei Paesi guida del capitalismo – vedi gli Stati Uniti e la Gran Bretagna – ad opera delle generazioni più giovani, ispirate da anziani come Sanders e Corbyn (socialisti che non hanno rinnegato i loro ideali), nonché dai movimenti messi in atto, un po’ dovunque, dalle giovanissime e dai giovanissimi, relativi ai cambiamenti climatici, per assicurare la sopravvivenza al pianeta (movimenti che, sviluppandosi, si trovano a dover fare i conti con il sistema capitalista, responsabile dell’attuale situazione di grave pericolo per la sorte dell’ambiente in cui viviamo).

Si tratta di iniziative e fermenti che danno un segnale di speranza in un momento che potrebbe indurre alla disperazione o alla rassegnazione.

Mentre invece è estremamente necessario mettere in campo tutte le energie e le risorse possibili per sviluppare una nuova Resistenza che riesca a sconfiggere intolleranza, disumanità, razzismo e fascismo dilaganti.

Con la convinzione che, come diceva Bertold Brecht, “la notte più lunga eterna non è”.

 

Categorie: Opinioni, Politica
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