La libertà di non essere uccise

03.01.2019 - Maria Giovanna Farina

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

La libertà di non essere uccise
“SCRAMBLED WOMEN “-150x200- tecnica mista (Foto di Paola Giordano)

Lo stato deve garantire il diritto ad una buona vita e la punizione a chiunque si macchi di violenza: le donne devono essere libere di non essere uccise, perché la vita è un diritto

In questi giorni, una donna, stanca delle continue vessazioni e maltrattamenti da parte del marito violento, decide di andarsene. Esce di casa e mentre aspetta il taxi lui la aggredisce con calci e pugni e, strappandole di mano il guinzaglio del cagnolino, glielo mette intorno al collo trascinandola per il marciapiede. L’intervento delle forze dell’ordine salva la vita a lei ed al marito che in questo modo si sottrae al linciaggio ad opera del gruppo di testimoni che ha assistito alla scena. Conclusione: lui viene condannato ad un anno e quattro mesi e messo in libertà con l’obbligo di non avvicinarsi alla moglie.

Quale messaggio passa da un simile evento nel suo complesso? Puoi aggredire e picchiare, nonché tentare di uccidere una donna che tanto in prigione non ci finisci e sei libero di riprovarci, anche di ucciderla. La cronaca ci rimanda lo stesso copione, tante donne morte per mano di un uomo dal quale avevano subito ogni sorta di violenza e l’obbligo di rimanere lontani dalla vittima non scoraggia quel lui che ha già aveva pianificato di ucciderla. Il governo italiano non può più attendere. È necessario mettere mano ad una legge severa e di chiara applicazione, credo si possa trovare il tempo per una simile presa di posizione con l’aiuto delle opposizioni. In Italia si combatte per molto meno, le forze politiche si danno battaglia per problemi meno gravi, possibile non riuscire ad impegnarsi in una battaglia che non dia più la possibilità di rimanere impuniti per chi si macchia di crimini contro le donne?

In questi giorni giunge dall’India la notizia di una catena umana di 620 chilometri realizzata da 5 milioni di donne ai cui è impedito da sempre di frequentare il tempio indù, un esempio di unione nonviolenta di esseri umani determinati a far sentire la loro voce per ottenere il diritto paritario alla preghiera: è violenza non permettere la professione del proprio culto. Non sappiamo se le donne indiane fautrici di questa protesta riusciranno ad ottenere il loro scopo in tempi brevi, ma almeno si sono mobilitate con un’azione esemplare senza entrare nel circolo vizioso di parole, parole e parole.

Sono convinta che unendoci tutte in un abbraccio, in una passa parola da una mano all’altra, potremmo spingere chi siede in parlamento a battersi, a trovare velocemente una soluzione. Mi rivolgo anche alle tante donne che fanno politica: facciamo qualcosa. Subito, qui e ora!

Categorie: Diritti Umani, Nonviolenza, Opinioni
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