Giornalisti siriani nel mirino

14.01.2019 - Articolo 21

Giornalisti siriani nel mirino
(Foto di Art. 21)

A quasi otto anni dall’inizio della guerra in Siria le violenze contro i giornalisti continuano ad essere all’ordine del giorno. Secondo il report diffuso dal Syrian Network for Human Rights –  SNHR –  nel 2018 sono stati 24 i giornalisti uccisi, compresi i citizen reporter, 28 quelli rimasti feriti e 31 quelli arrestati o sequestrati.

Secondo lo studio, tutte le parti coinvolte nel conflitto – regime, Isis, gruppi estremisti, forze russe, milizie curde PYD, forze d’opposizione armata si sono macchiati di crimini contro i civili, ma l’83% delle violazioni sono imputabili al governo di Damasco.  Questo drammatico quadro posiziona la Siria al 177° posto su 180 nella classifica di Reporters Without Border’s Press Index 2018. Secondo la medesima associazione, 59 dei 60 giornalisti che sono stati rapiti nel 2018 si trovavano tra Siria, Iraq e Yemen.

In base al rapporto, il regime ha ucciso 13 operatori dell’informazione; 4 sono quelli caduti sotto i colpi dell’Isis, 3 quelli uccisi da altre formazioni estremiste, tra cui Hayat Tahrir al Sham, tre quelli uccisi da altre formazioni, due quelli rimasti senza vita a cause delle forze russe, mentre PYD e fazioni dell’opposizione armata hanno rispettivamente provocato la morte di 1 giornalista.

Per tutti i giornalisti siriani non c’è pace, e considerato il percorso politico, che volge verso una riabilitazione del regime di al Assad, si può affermare che mancano completamente i presupposti di un processo per crimini di guerra, che mandi alla sbarra i responsabili, e ridia giustizia alle vittime di violenze, tortura e omicidio.

Le storie degli operatori dell’informazione colpiti mentre svolgevano il proprio lavoro meriterebbero di essere raccontate tutte, una per una. Questa sintesi cerca di ricostruire alcune delle loro vicende. Nel mese di dicembre le forze governative hanno arrestato a Damasco il media-attivista Wissam al-Tair, amministratore di Dimashq al Aan’Network. Di lui non si hanno ancora notizie. Dopo circa un mese di prigionia, la fotografa e operatrice umanitaria Delshan Qarajoul è stata rilasciata alle porte di Aleppo.

La reporter di trovava nelle mani di un gruppo legato all’opposizione armata, che l’ha arrestata ad Afrin.  Il gruppo islamista Hayat Tahrir al Sham è colpevole dell’omicidio, lo scorso 23 novembre, di Raed Mahmoud, direttore di Radio Fresh, personaggio simbolo della lotta non violenta del popolo siriano, conosciuto per il suo impegno per la democrazia nella città di Kafranbel. Insieme a lui, nello stesso agguato mortale, ha perso la vita Hamoud Jneed, membro di Radio Fresh, attivo nel documentare con le sue foto e i suoi documentari le sofferenze dei civili siriani. Con loro è morto lo spirito stesso della rivolta siriana, che nel 2011 era scandita dalle parole horriye, libertà e karama, dignità. Si può dire, senza rischiare di esagerare, che quello che è successo in Siria negli ultimi anni ha minato la libertà di stampa in tutto il mondo.

Una notizia buona è giunta, in questo quadro drammatico, il 23 ottobre, con il rilascio, che secondo SNHR è avvenuto dietro al pagamento di un riscatto, del giornalista giapponese Jumpei Yasuda, sequestrato nel luglio del 2015 a Salhab, nei sobborghi di Idlib.

Categorie: Diritti Umani, Medio Oriente, Opinioni
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