L’incoerenza della manovra economica dell’Italia

26.10.2018 - Rocco Artifoni

L’incoerenza della manovra economica dell’Italia

Siamo incoerenti. A questa conclusione si arriva inevitabilmente leggendo la lettera che il 18 ottobre scorso la Commissione Europea ha inviato al Ministro dell’Economia e delle Finanze dell’Italia, chiedendo spiegazioni sulla manovra economica per il 2019 presentata pochi giorni prima. Ecco il passaggio più significativo della missiva europea: «stiamo scrivendo per consultarvi sui motivi per cui l’Italia prevede “una ovvia deviazione significativa dalle raccomandazioni adottate dal Consiglio nell’ambito del Patto di stabilità e crescita” per il 2019, fonte di grave preoccupazione per la Commissione europea. La raccomandazione indirizzata all’Italia in merito ai requisiti del Patto di stabilità e crescita è stata, come per tutti gli Stati membri, approvata all’unanimità dal Consiglio europeo del 28 giugno 2018 e adottata dal Consiglio dell’Unione europea il 13 luglio 2018, compresa l’Italia». In sintesi: prima approviamo le raccomandazioni e poi non le rispettiamo come se fosse ovvio…

Per una valutazione della legge di bilancio è anzitutto opportuno un confronto con gli altri Paesi della zona euro. Un recente report del Centro studi della Confindustria riporta i dati del deficit e debito pubblico di ogni Stato. È interessante anzitutto valutare il dato tendenziale, cioè il risultato al netto delle manovra economia. In questa classifica l’Italia nel 2019 chiuderebbe al quintultimo posto con l’1,2% nel rapporto deficit/PIL. Peggio di noi farebbero la Francia (3,2%), la Spagna (2,2%), il Belgio (1,4%) e il Lussemburgo (1,3%). In cima alla graduatoria troviamo i Paesi con il risultato di bilancio positivo: Cipro (2,8%), Malta (2,2%) e Germania (1,5%).

Se dai dati tendenziali passiamo a considerare le manovre economiche che ciascun Paese ha adottato in previsione del 2019, l’Italia finisce in fondo alla classifica, poiché stabilisce la “deviazione” più alta tra tutti i Paesi dell’eurozona: un ulteriore 1,2% nel rapporto deficit/PIL, che complessivamente diventa 2,4%. Dopo l’Italia ci sono Malta e Lituania con 0,9% e 0,8% di deviazione, ma che comunque consentono ad entrambi i Paesi di chiudere il proprio bilancio con un utile rispettivamente del 1,3% e del 0,4% rispetto al PIL. Anche la Germania e la Grecia peggiorano i propri conti di 0,5%, ma anche questi Stati chiudono in positivo con 1% e 0,6% di utile. Il deficit previsto dalla Francia è in assoluto il peggiore con 2,8%, ma occorre considerare che contiene costi una tantum del 0,8% e che è stata approvata una manovra che migliora i conti del 0,4% rispetto al dato tendenziale.

È evidente che il dato del rapporto deficit/PIL non può “pesare” allo stesso modo per tutti gli Stati. Chi ha poco debito accumulato, può anche permettersi di fare più deficit annuale. Viceversa chi è molto indebitato, dovrebbe evitare di aggiungere ulteriore debito. Utilizzando un parametro che mette in connessione i due fattori di deficit e debito, si può stilare una graduatoria dei Paesi con maggiore propensione ad uscire dalla spirale del debito. Ovviamente l’Italia si trova all’ultimo posto, seguita da Francia, Spagna e Belgio. Dalla parte opposta della graduatoria troviamo l’Estonia che chiuderà il 2019 con un utile del 0,5%, con il risultato di diminuire ulteriormente il proprio debito pubblico che attualmente è già il più basso dell’eurozona al 8,1% rispetto al PIL.

Considerati tutti i dati citati si può comprendere perché in Europa l’Italia è considerata “fonte di grave preoccupazione”: mentre gli altri Paesi dell’eurozona stanno presentando bilanci positivi o cercando di diminuire i risultati negativi, l’Italia ha deciso di procedere unilateralmente in direzione contraria. È noto che un debito molto alto, a causa degli interessi, di fatto è il principale ostacolo ad interventi economici socialmente orientati. Chi ha molti debiti non può far fronte ad ulteriori spese e chi ne paga le conseguenza sono i cittadini più in difficoltà. Anche questa in realtà è un’ovvietà, ma che l’Italia persiste ad ignorare.

Categorie: Economia, Europa, Opinioni, Questioni internazionali
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