Giornalista saudita scomparso in Turchia, la libertà di stampa in questi due paesi

12.10.2018 - Murat Cinar

Giornalista saudita scomparso in Turchia, la libertà di stampa in questi due paesi
(Foto di Euronews)

La Turchia continua a far parlare ancora un’altra volta dei casi legati alla libertà di stampa. Questa volta si tratta di un giornalista saudita.

Che cosa è successo?

Cemal Ahmet Kaşıkçı in Turco e Jamal Ahmid Khashoggi in Arabo, giornalista cittadino saudita è scomparso il 2 ottobre a Istanbul. Secondo la testimonianza della sua fidanzata, Hatice Cengiz, cittadina turca, lunedì verso le 13:00 il giornalista saudita è entrato nel palazzo del Consolato dell’Arabia Saudita per sbrigare alcune pratiche legate al loro prossimo matrimonio. Secondo Cengiz da quel momento in poi Kaşıkçı non è più uscito dall’edificio.

Dopo una lunga attesa, la fidanzata ha iniziato ad informare alcuni amici di Kaşıkçı. Dato che Kaşıkçı prima di entrare nell’edificio le aveva lasciato il suo cellulare non era più possibile tracciare i suoi movimenti. In una dichiarazione rilasciata al quotidiano nazionale Gunes, la fidanzata di Kaşıkçı dice: “Prima di entrare mi aveva chiesto di contattare Yasin Aktay, il consulente del presidente generale del Partito dello Sviluppo e della Giustizia (AKP) e l’Associazione dei Media Turchi Arabi, nel caso in cui ci fossero stati dei problemi. Infatti alle 16, dato che non era ancora  uscito , li ho contattati. Verso le 18 un dipendente del consolato mi ha detto che Ahmet era già uscito e che non era necessario che io attendessi lì”.

Le prime dichiarazioni ufficiali

Due giorni dopo, il 4 ottobre, è stata rilasciata una breve dichiarazione dal Consolato saudita sull’account ufficiale Twitter: “Stiamo indagando con le autorità turche sull’eventuale scomparsa del giornalista Kaşıkçı avvenuta fuori dal nostro edificio consolare”. Contemporaneamente il consulente del Presidente della Repubblica di Turchia, Ibrahim Kalin, ha rilasciato una breve dichiarazione in un incontro pubblico parlando così: “Riteniamo che il giornalista saudita sia ancora dentro l’edificio del Consolato dell’Arabia Saudita di Istanbul”.

Quindi ormai era ufficiale che le dichiarazioni e le tesi di due governi fossero in contraddizione. Infatti il 4 ottobre è stato convocato presso l’ufficio del Ministro degli Esteri turco l’ambasciatore saudita ad Ankara, Velid bin Abdulkerim El-Hireyci.

La sera del 9 ottobre, grazie ad una dichiarazione del Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, il caso è diventato ufficialmente mondiale. In una conferenza stampa tenuta presso la Casa Bianca, Trump si è espresso così: “Si tratta di un caso molto spiacevole. Nessuno ha ancora un’informazione certa ma sono molto preoccupato”. Lo stesso giorno anche il Ministro degli Affari Esteri del governo statunitense, Mike Pompeo ha rilasciato una dichiarazione scritta: “Invito vivamente il governo saudita di indagare velocemente su questo caso in modo trasparente”. La posizione del governo Trump è diventata ancora più attenta soprattutto con la dichiarazione del 10 ottobre rilasciata da parte del vice-presidente, Mike Pence: “Siamo pronti per mandare una squadra di investigatori dell’FBI per indagare su questo caso”. L’11 ottobre ventidue senatori statunitensi hanno presentato una richiesta scritta invitando il Presidente Trump ad avviare un’inchiesta ufficiale.

Indagini e nuove informazioni

Contemporaneamente in Turchia la procura di Istanbul ha deciso di aprire un’indagine che coinvolge sia la questura di Istanbul sia i servizi segreti. Secondo diverse dichiarazioni rilasciate dal Presidente della Repubblica, il governo sembra essere molto preoccupato ed attento a questo caso.

Nel mentre i media turchi hanno reso pubblico un fatto che potrebbe essere legato al caso del giornalista saudita. Secondo alcuni giornali qualche giorno prima della scomparsa del giornalista sarebbero arrivati in Turchia due piccoli aerei che portavano quindici passeggeri sauditi. Questa informazione è stata diffusa anche dall’Associazione dei Media Turchi ed Arabi che andando oltre sostiene che il giornalista saudita sia stato ucciso con un’operazione realizzata da 15 persone provenienti dall’estero, il suo corpo sia stato fatto a pezzi e  portato fuori dal consolato. Nel mentre l’agenzia di notizia russa, Sputnik, il 10 ottobre ha diffuso le immagini degli aerei atterrati a Istanbul con la lista dei passeggeri. Secondo l’agenzia tutti i passeggeri, dopo una sola notte di permanenza a Istanbul, sono tornati in Arabia Saudita con un jet privato. Le indagini avviate dalla procura di Istanbul si stanno concentrando anche su questo caso.

La tesi di un eventuale omicidio è stata sposata anche da parte dei media arabi. Particolarmente l’emittente qatariota, Al Jazeera sia attraverso le notizie pubblicate sul suo sito sia in diretta televisiva ha sostenuto che il giornalista saudita fosse stato ucciso nel consolato saudita di Istanbul.

Invece il portale di notizie Middle East Eye sostiene di aver contattato alcuni esponenti del governo turco e secondo queste persone il giornalista saudita è stato assassinato dentro il consolato, è stato fatto a pezzi e successivamente portato via. Quindi nel caso in cui il governo saudita permettesse i poliziotti turchi di entrare dentro l’edificio andrebbero direttamente nella stanza del delitto e troverebbero delle prove necessarie per mettere luce sul caso. Per concludere secondo il Middle East Eye anche le riprese delle videocamere di sicurezza sono state portate via con le persone che sono tornare in Arabia Saudita con l’aereo privato subito dopo l’omicidio.

Chi è Cemal Ahmet Kaşıkçı e perché potrebbe essere  stato assassinato?

Il 9 ottobre, BBC ha divulgato la registrazione vocale di una breve intervista realizzata con il giornalista, tre giorni prima della sua scomparsa. In questo breve intervento Cemal Ahmet Kaşıkçı parla del rischio che incontrerebbe nel caso in cui tornasse nel suo paese di origine.

Kaşıkçı nasce nel 1958 a Medina, nel 1985 si laurea negli USA presso l’Indiana State University ed al ritorno in Arabia Saudita inizia a lavorare come giornalista.

Lavora presso diverse redazioni anche come dirigente. Durante la guerra civile afgana intervista diverse volte Osama Bin Laden in Afghanistan ed in Sudan. Alcune fonti sostengono che in questo periodo ha lavorato come mediatore tra l’ex leader dell’Al Qaeda e la famiglia saudita.

Pochi anni dopo ha avuto la sua prima esperienza legata alla limitazione della libertà di stampa. Ha lavorato come capo redattore presso il quotidiano Al Watan per cinquanta due giorni. Tuttavia grazie alle reazioni negative che ha ricevuto contro i suoi articoli in cui criticava la cultura fondamentalista del suo paese si è dimesso.

Dopo questa esperienza Kaşıkçı ha lasciato il suo paese ed ha lavorato presso diversi consolati sauditi come consulente. Nel 2008 ha iniziato di nuovo a lavorare per Al Watan edi nuovo,  per lo stesso motivo, questa volta dopo due anni, si è dovuto licenziare. I suoi lavori di approfondimento si concentravano su come il sistema scolastico sarebbe dovuto essere riformulato per creare una società che lottasse contro il fondamentalismo religioso. Questa volta la pressione era più forte ed un potente uomo del clero aveva definito  un “peccato” l’acquisto del giornale.

Secondo il quotidiano nazionale tedesco Der Spiegel, Kaşıkçı è stato sempre un giornalista molto coraggioso e radicale perché era uno dei pochi giornalisti che apertamente sostenevano la necessità irrinunciabile di un sistema democratico definendo quello monarchico morto.

In questi ultimi anni Kaşıkçı ha lavorato per il giornale Al Hayat ed alcuni suoi articoli che criticavano la posizione dell’amministrazione Trump e le sue politiche nel Medio Oriente non sono state pubblicati. Particolarmente nel 2015 ha lavorato presso un nuovo canale televisivo, Al-Arab, fondato in Bahrain con il finanziamento del principe saudita El-Velid bin Talal. Tuttavia il canale ha dovuto cessare la sua attività dopo solo undici ore di trasmissione perché Kaşıkçı aveva deciso di intervistare un religioso vicino all’opposizione bahrainiana.

Cemal Ahmet Kaşıkçı vive negli Stati Uniti d’America dal settembre del 2017 e lavora per il Washington Post. In un suo articolo pubblicato su quel giornale definisce così le motivazioni che l’hanno spinto a lasciare definitivamente il suo paese: “Non è necessario essere giornalista per finire in carcere in Arabia Saudita. Si tratta di un periodo in cui la libertà di espressione non è tollerata per niente. Sono molto preoccupato per i miei colleghi e per i miei familiari. Devo comunque continuare a scrivere altrimenti sarebbe un gesto scorretto nei confronti di tutte queste persone”. Kaşıkçı è stato sempre critico nei confronti delle politiche saudite contro lo Yemen ed il Qatar. Kaşıkçı ha criticato fortemente anche le decisioni del nuovo principe Muhammed bin Selman che con il suo arrivo aveva lanciato una serie di arresti contro diversi principi accusati di corruzione. Secondo il giornalista saudita con la scusa di operazioni anti corruzione Muhammed bin Selman alzava il livello di intolleranza contro ogni tipo di opposizione che lo criticasse.

Davanti al Consolato di Arabia Saudita di Istanbul c’è sempre un gruppo che attende notizie. Questo gruppo è composto da diversi giornalisti, associazioni ed alcuni cittadini sauditi. I presenti sostengono che Kaşıkçı sia stato assassinato per via delle sue posizioni critiche contro la famiglia reale saudita.

Le eventuali conseguenze di un assassinio

Secondo la BBC turca se si scoprisse che Kaşıkçı è stato assassinato nel consolato potrebbe nascere una crisi politica molto forte tra questi due paesi. Soprattutto se si trattasse veramente di un piano d’azione realizzato segretamente ci sarebbero conseguenze diplomatiche molto negative. Secondo l’emittente britannica nessun paese accetterebbe facilmente un piano d’azione del genere realizzato sul suo territorio. In primo luogo alcuni dirigenti sauditi potrebbero essere definite come persone non grate e potrebbero essere espulse dal paese.

In realtà le relazioni tra la Turchia e l’Arabia Saudita non vivono un periodo molto positivo. Dal 2017 si respira un’aria molto pesante grazie alla decisione di mettere un radicale embargo nei confronti del Qatar da parte dell’amministrazione Trump,  da parte di una serie di paesi del Golfo e  dell’Arabia Saudita. Dopo questa decisione il governo turco aveva reagito in modo molto aggressivo definendo quest atto come un vero “tradimento”. I rapporti tra i qatarioti ed il governo turco sono molto positivi da parecchi anni soprattutto grazie ad un elevato volume di investimento reciproco e grazie ad una serie di accordi militari e politici. Infatti subito dopo la decisione dell’embargo il governo turco aveva deciso di costruire una base militare in Qatar e questa mossa non è stata gradita dal governo saudita.

Non sono paesi sicuri per i giornalisti

Certamente il caso di Kaşıkçı non è isolato in Turchia. Le carceri  sono piene di giornalisti, circa centocinquanta. Parecchi giornalisti hanno dovuto lasciare il territorio nazionale per evitare di finire in galera. La notevole limitazione della libertà di stampa è diventata un problema anche per i giornalisti stranieri come il caso dell’italiano Gabriele del Grande oppure quello turco-tedesco Deniz Yucel che sono stati trattenuti in carcere. La situazione è ancora più pericolosa per i giornalisti siriani di opposizione. Tra il 2015 ed il 2017 sono stati assassinati cinque giornalisti siriani residenti in Turchia: Mohammad Zahar Al Shurgat, İbrahim Abdulkadir e Firaz El Hamadi, Orouba Barakat e Naci El Jerf.

La stessa cosa vale anche per l’Arabia Saudita. Secondo l’organizzazione non governativa Reporter Sans Frontières dal mese di settembre del 2017 finora sono scomparsi almeno quindici giornalisti e blogger e tuttora non si sa dove sono trattenuti. Quindi secondo RSF non sarebbe fuori luogo pensare al peggior scenario anche per il caso del giornalista Cemal Ahmet Kaşıkçı.

Categorie: Cultura e Media, Medio Oriente, Politica
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