In una lettera inviata il 1° agosto 2018 al Presidente della Repubblica, al Governo e al Comandante Generale del Corpo delle Capitanerie di porto, le organizzazioni A Buon Diritto, ACLI, ActionAid, Amnesty International Italia, ARCI, ASGI, Casa dei Diritti Sociali, CNCA, Emergency, FCEI, INTERSOS, Médecins du Monde Missione Italia, Medici Senza Frontiere e Oxfam hanno denunciato le gravi violazioni delle norme internazionali, europee e nazionali di cui le autorità italiane si sono rese responsabili nei recenti casi in cui hanno impedito o ritardato lo sbarco di persone soccorse nell’ambito di operazioni di salvataggio coordinate dall’Italia.

Le organizzazioni evidenziano come:

  1. non è noto se in tali casi siano stati adottati o meno provvedimenti formali, facendo sorgere seri dubbi sulla legittimità di misure eventualmente adottate in attuazione di mere dichiarazioni effettuate dai Ministri attraverso i media;
  2. sono state violate le norme del diritto internazionale del mare che stabiliscono l’obbligo per le autorità italiane di adottare tutte le misure necessarie affinché le persone soccorse possano sbarcare nel più breve tempo possibile in un luogo sicuro (Convenzione SAR, par. 3.1.9);
  3. la permanenza prolungata sulla nave, in condizioni di sovraffollamento, in particolare ove riguardi minori, donne incinte e persone bisognose di cure mediche o traumatizzate, può essere considerata un trattamento inumano e degradante, vietato dall’art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo ed è senz’altro contraria al principio del superiore interesse del minore sancito dall’art. 3 della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza;
  4. il divieto di accesso ai porti italiani, con la conseguente impossibilità di valutare le singole situazioni delle persone interessate, comporta la violazione del divieto di espulsioni collettive previsto dall’art. 4 del Protocollo n. 4 alla CEDUdel principio di non refoulement e del diritto di accedere alla procedura d’asilo sanciti dalla Convenzione di Ginevra, dal diritto comunitario, dalla Costituzione e dalla legge italiana;
  5. il divieto di attracco delle navi delle Ong nei porti italiani per motivi di ordine pubblico, risulta di assai dubbia legittimità, salvo che vi fossero specifiche situazioni di cui l’opinione pubblica non sia informata;
  6. il rifiuto di autorizzare lo sbarco dalla nave attraccata in porto, privando della libertà personale i naufraghi in assenza di un provvedimento dell’autorità giudiziaria, comporta una grave interferenza nell’operato della magistratura in violazione dei principi di autonomia e indipendenza fissati dalla Costituzione.

Nella lettera, le organizzazioni sottolineano inoltre come l’eventuale respingimento in Libia delle persone soccorse costituirebbe una gravissima violazione della normativa internazionale, europea e interna, con riferimento sia all’obbligo di condurre le persone soccorse in un “luogo sicuro”, sia alle norme in materia di diritti umani e protezione dei richiedenti asilo.

La Libia non può ritenersi in alcun modo “luogo sicuro”, come affermato anche dalla Commissione europea e dalla stessa magistratura italiana, posto che i migranti, inclusi i minori, sono oggetto di detenzione arbitraria nelle carceri, in condizioni disumane e sottoposti a torture, stupri e  violenze sistematiche, né possono avere accesso all’asilo. L’Italia è già stata condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per violazione del divieto di respingimenti collettivi e di trattamenti inumani e degradanti con riferimento ai respingimenti verso la Libia.

Le autorità italiane sarebbero responsabili di tali violazioni anche nel caso in cui effettuassero il respingimento indirettamente, ordinando a una nave di consegnare le persone soccorse alla Guardia Costiera libica o rifiutando di assumere il coordinamento di un’operazione SAR.

La lettera si conclude con la richiesta alle istituzioni che:

  1. in nessun caso venga effettuato (direttamente o indirettamente) un respingimento verso la Libia delle persone soccorse;
  2. nell’ambito delle future operazioni SAR coordinate dall’Italia, il Comando generale del Corpo delle Capitanerie di Porto indichi tempestivamente il porto sicuro di sbarco alle navi che trasportano le persone soccorse;
  3. cessino immediatamente le azioni che ostacolano l’operato delle Ong e di tutti i soggetti impegnati nelle operazioni di salvataggio in mare e che hanno determinato l’aumento del numero di persone morte nel tentativo di attraversare il Mediterraneo (più di 1.400 nel 2018);
  4. siano resi pubblici i provvedimenti adottati dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, dal Ministero dell’Interno e da ogni altra autorità coinvolta in merito al divieto di attracco e di sbarco nei confronti delle navi impegnate nei soccorsi;
  5. il Governo italiano promuova un’equa distribuzione dei richiedenti asilo tra tutti gli Stati europei non impedendo lo sbarco dei naufraghi ma sostenendo un meccanismo di distribuzione permanente e obbligatorio quale quello previsto dalla riforma del Regolamento Dublino approvata dal Parlamento europeo.

 

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