GAZA. La grande marcia prosegue. Reportage fotografico dal confine di Al Bureji

25.06.2018 - Gaza City - Patrizia Cecconi

GAZA. La grande marcia prosegue. Reportage fotografico dal confine di Al Bureji

La giornata di ieri è stata meno cruenta delle precedenti. I cecchini hanno sparato lo stesso e i tear gaz venefici hanno comunque riempito l’aria, ma i feriti lungo tutto il confine sono stati “appena” 206 tra cui alcuni bambini e un giornalista palestinese, uno di quei volontari dell’informazione che ancora credono che il giubbetto con la scritta PRESS sia una garanzia e non un target.

Avrebbero ragione se Israele rispettasse la normativa internazionale, ma Israele lo dimostra da quando è stato fondato e lo afferma anche esplicitamente che non intende rispettare la legalità internazionale. Sappiamo anche che seguiterà a non farlo visto che non ha mai subito sanzioni per questo ma tutt’al più “severi rimproveri”.

Ha distrutto decine di ambulanze in reiterate occasioni, ucciso medici e paramedici oltre che giornalisti, ma c’è ancora chi crede di essere protetto dalla scritta press sul giubbetto e sul casco come ci dicono questi giornalisti intervistati nell’accampamento in fronte al confine di Al Bureji a est di Gaza.

Tanti i ragazzi invalidi, invalidità temporanee o permanenti, ma tutte omaggio dei proiettili israeliani. Alcuni di loro camminano con grande fatica, altri meno, ma tutti portano la loro invalidità con fierezza.

Uno ha addirittura una rosa rossa infilata nell’ingessatura. Un altro la tiene divertito tra le labbra. Non c’è bisogno di troppe parole per commentare la loro presenza, perché parla da sola e sembra dire “siamo qui e ci saremo ancora, e ancora e ancora”.

Faceva terribilmente ieri, caldo dopo la preghiera di mezzogiorno, cioè quando i dimostranti cominciano a muoversi per andare agli accampamenti della grande marcia. Ma arrivati al punto di concentramento, nonostante fosse ancora presto e facesse così caldo, abbiamo trovato qualche centinaio di coraggiosi di diverse età che avevano già raggiunto il popolo delle tende, cioè i dimostranti stanziali sulla cui tenda è scritto il nome del villaggio d’origine.

Uno dei villaggi distrutti

Visto che era  molto presto  è stato possibile approfittarne per raccogliere qualche storia. Vicino alla tenda che porta il nome del villaggio di “Karatie” c’è un uomo seduto all’ombra di un olivo. Dice che non si muoverà da qui finché non verrà riconosciuto il diritto sancito dall’Onu che gli permetterà di tornare almeno a vedere il suo villaggio. Gli chiedo il suo nome e mi risponde in inglese “I’m son of a martyr and father of a martyr, my name is in my life”. Sono figlio di un martire e padre di un martire, il mio nome è nella mia vita”.

Sento che le mie parole sono troppo povere per chi ha visto la sua vita interamente segnata dall’ingiustizia a cominciare da quando è nato, figlio di profughi cacciati da Karatie. Accetto il tè alla menta che mi offre e poi, non riuscendo a dirgli altro perché le frasi di solidarietà mi sembrano insulse, gli auguro di vincere la sua battaglia, lo saluto con un hamdulillah e proseguo il mio giro accompagnata da interprete e volontario bodyguard.

Interprete e bodyguard

Ci fermiamo a guardare un’installazione che ha al centro la chiave del ritorno, cioè il tema della marcia e, insieme, il sogno dei palestinesi e l’incubo degli israeliani, oltre a rappresentare la Risoluzione Onu 194 che Israele non rispetta e che i gazawi pretendono, a rigor di legge, che venga rispettata. Una foto accanto all’installazione-simbolo e si riprende il giro.

La chiave. installazione della Great March

Andando verso la zona delle ambulanze incontriamo un improvvisato chioschetto, una specie di piccolo armadio con lo sportello che si apre verso l’alto e dentro caffè, tè, succhi di frutta… insomma una sorta di micro bar. Mi colpisce un secchiello sul tetto da cui spuntano ciuffi di menta. Lo guardo con curiosità e il “gestore” del micro bar mi dice che non si può lasciare il “cliente” che chiede shay fi nana, cioè tè alla menta, senza menta! Bè certo, coi cecchini che sparano, i droni che minacciano, i soldati regolari che lanciano i lacrimogeni tossici, la necessità di scappare da un momento all’altro, quella del cliente che non può restare senza menta per il tè non sembrerebbe proprio un problema meritevole di tanta attenzione ma…anche questo è vita palestinese!!

Intanto seguitano ad arrivare alla spicciolata e con i più diversi mezzi, uomini, ragazzi, bambini, donne e cominciano a sistemarsi. Chi di fronte al palco, chi vicino alle tende, chi sulle dune.

C’è un carrettino con gelati e il venditore ha una maglietta di un colore che sembra fatto apposta per essere visto da lontano. Gli chiedo se posso fargli una foto (ormai qualche parola d’arabo la conosco e per le comunicazioni semplici sono autonoma) e in contemporanea con la risposta affermativa scatta la sua V di vittoria. Faccio appena in tempo a scattare la foto che si piega in avanti, si gira e scappa. Che è successo? Mi arriva negli occhi qualcosa che brucia maledettamente e penso alla sabbia che si è alzata col vento. La mia interprete mi grida forte “don’t touch your eyes!” In un secondo sento l’odore che prende alla gola. Ho capito. Così, senza motivo, ci hanno lanciato uno dei loro micidiali lacrimogeni.

Banchetto dei gelati preso di mira da un lacrimogeno

Ho la mascherina col filtro, regalo di qualche venerdì fa dei medici dell’ospedale da campo che veniva preso di mira dai lacrimogeni dei gentiluomini dell’IOF. La indosso subito ma mi servirà per poco perché era solo un assaggio inviatoci così, tanto per ricordarci che loro ci sono. Stiamo nella parte delle tende, a circa 700 metri dal border, ma cosa vogliono? Che senso ha lanciarci i lacrimogeni così? Ma la mia interprete mi ricorda due cose: la prima è che anche la nostra macchina, ad aprile, stava a 700 metri e “i cugini”, come li chiamano loro, ci hanno spaccato il parabrezza con un lacrimogeno.

La seconda è che Zakaria, il ragazzino morto dopo tanti giorni di agonia e la cui foto sarà alla marcia con quelle degli altri martiri, era proprio qui quando i cecchini israeliani gli hanno sparato devastandogli stomaco e intestino, rendendo inutili  gli sforzi dei medici per salvarlo.

Agonia di Zakaria, quasi quindicenne

Bene, ci spostiamo anche da lì ma non vogliamo andarcene. Unico compito che ho è quello di testimoniare la realtà quindi si resta semplicemente facendo molta attenzione.

Oggi tanti ragazzini chiedono foto, e chiedono di essere fotografati con me. E’ normale, perché in fondo sono l’unica straniera che vedono e sanno che testimonierò per loro, cioè dirò la verità. E’ un onore per me, anche se sono loro a dirsi onorati. Lascio che facciano tutte le foto che vogliono ma alcuni ragazzini mi chiedono di essere ripresi col mio telefono, in modo che anch’io possa tenere con me il loro ricordo. Lo so che sembra incredibile a chi non conosce questo popolo, ma loro sono così, l’ho già scritto altre volte: la tragedia è un momento e la vita che resiste è tutto il resto.

Seguiamo i gruppi che vanno a posizionarsi sulle dune, faccia a faccia, sebbene a diverse centinaia di metri dai loro assedianti. Vedo le jeep dell’IOF che cominciano a girare. A un certo punto scatta un grande applauso. Che succede? è partito un aquilone? è arrivato qualche personaggio famoso? No, semplicemente sono arrivati i cecchini ed hanno preso posto sulle loro dune. Gli shabab, cioè i ragazzi,  li stavano aspettando e ora li hanno applauditi!!! incredibili! Questi gazawi con la Grande marcia hanno sviluppato, o semplicemente tirato fuori un’ironia che era sopita e che si manifesta continuamente. Applaudono i killer, gli dicono bravi! Certo, chi dimentica cosa sia l’assedio e chi sia l’assediante potrebbe sempre parlare di provocazioni e magari aggiungerci anche l’aggettivo terroriste, del resto è quel che Israele ha scoperto essere l’arma mediatica vincente e i suoi valletti mediatici eseguono. ”Applauso come provocazione terrorista” in fondo suonerebbe bene!

Andiamo nella zona in cui sono raccolte la maggioranza delle donne. Non tutte amano essere fotografate e non lo facciamo. Sono determinate quanto i loro uomini, figli fratelli o mariti che siano. Hanno età diverse, ma sono soprattutto donne mature, le ragazze sono quasi tutte in giro o sulle dune.

Finalmente assisto alla preparazione in diretta di alcuni aquiloni. Confesso che sono ammirata. E’ l’idea più geniale che possano aver avuto. Non importa che i già citati valletti mediatici di Israele la considerino azione terroristica, ormai lo sanno anche i muri che terrorismo è una parola fasulla e ad essa si ricorre sia a torto che a ragione. In questo caso a torto. Gli aquiloni sono invece la prova della genialità creativa, quella che manda una fiammella che non uccide nessuno ma che ricorda all’assediante che l’assedio deve finire.

Non posso fotografare i ragazzi che li preparano per motivi di sicurezza, ed è un peccato perché la fierezza e la serietà dei loro visi sembra l’icona della dignità. Fotografo però le loro mani mentre legano alla lunga coda uno straccetto imbevuto di alcune gocce di carburante.

Intanto sono passate alcune ore e si prepara la banda musicale. Sì, anche questo forse sembrerà strano, ma ogni venerdì negli accampamenti è una festa. Israele la rovina sparando, ma loro la ripropongono il venerdì successivo.

La banda musicale di Al Bureji

Poi si preparano i bambini che faranno la loro pièce teatrale con i costumi tradizionali e l’immancabile chiave del ritorno.

Quindi si preparano anche gli uomini “importanti” che arriveranno a dire due parole per evitare di essere scavalcati e poi magari dimenticati dal popolo che ha scelto di dire stop alle divisioni ai vertici politici e lo ripete praticamente ormai dal 30 marzo nelle dimostrazioni della Grande marcia.

Uomini importanti

Le ambulanze sono pronte. Medici e paramedici sanno che tra un po’ cominceranno a lavorare. Gli ospedali più vicini sono in attesa, ma questa fantastica esperienza della Grande marcia non si fermerà, ci hanno provato sia dall’esterno che dall’interno a fermarla, ma non ci sono riusciti.

Zona ambulanze

Infermiera in attesa

Fotografo e soccorritore della Red Crescent

Purtroppo a fine giornata si conteranno tre feriti gravi e oggi che riusciamo a spedire questo reportage fotografico (elettricità mancante e connessione a salti hanno giocato contro di noi) sappiamo che un ragazzo di 29 anni che manifestava a est di Khan Younis non ce l’ha fatta. Si chiamava Osama Abu Khater ed anche lui è stato colpito all’addome, uno dei punti preferiti dai cecchini che riescono o a invalidare rendendo sterili le vittime o, se il proiettile era ad espansione, le uccidono in più o meno breve tempo.

Volevamo mandare un reportage che potesse rappresentare la realtà del popolo che i media più sciocchi o più asserviti al loro padrone, seguitano a chiamare terrorista, ma avremmo voluto mandarlo senza nuovi martiri. Purtroppo l’impossibilità di mandarlo in tempo reale ci ha costretto a registrare la perdita di un altro ragazzo. In fondo, nella cornice in cui è raccolto ogni spaccato di vita di questo popolo, si mescola ormai come consuetudine la vita con le sue esplosioni di energia e la morte come sua indesiderata ma costante compagna.

Canti e slogan

La Grande marcia continua.

Categorie: Fotoreportages, Medio Oriente, Pace e Disarmo
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