Macerata, cosa ci dice la storia?


11.02.2018 - Tobia Savoca - Redazione Italia

Macerata, cosa ci dice la storia?

(Foto di Pressenza)

La sconfitta è già annunciata. La democrazia, anzi questa democrazia, sta perdendo. I recenti commenti di giornalisti, politici e associazioni come l’Anpi che non vogliono partecipare alla manifestazione maceratese, non trovano alcuna argomentazione logica e rievocano vecchi errori.

Anzi, in questa scelta si racchiude la cecità totale di una popolazione intera, non solo della classe dirigente, che non riconosce quali sono i pericoli di una comunità che si dovrebbe riconoscere attorno a dei valori comuni. Ma l’equivoco di fondo è che tali valori, quelli costituzionali, non sono comuni.

Una classe dirigente, dovendo rappresentare la parte più intellettualmente lucida, dovrebbe indicare la via e fare scelte di campo che portino avanti i valori umani e democratici, e non seguire il dibattito da bar diffuso nei commenti Facebook. In quanto rappresentanti invece si limitano a riprodurre gli errori e le ottusità di un popolo affetto da una sindrome dell’oblio ormai proverbiale ma che soprattutto non si è guardato dentro, e quindi non si è guardato indietro.

Studiando l’ascesa del fascismo ci si può rendere conto di quale sia stato il discorso, talvolta ebete e fazioso, di un certo “antifascismo” che nella cieca volontà di gettare fango su un intero periodo, si è dimenticato di trasmettere e di educare la gioventù alla difesa dei valori repubblicani.

Ora ci ritroviamo in una situazione, in cui i valori repubblicani, non essendo chiari, probabilmente sin dalla stesura della costituzione, non sono condivisi e quindi difesi solo da una parte della popolazione e da una piccolissima parte della classe dirigente.

Guardando indietro nella storia, e quindi guardando dentro a ciò che siamo, ci sono due aspetti che su tutti ci mostrano, sfogliando le pagine di qualsiasi manuale, quanto sia evidente la riproduzione di certi errori passati.

In primo luogo le grandi responsabilità che la classe dirigente di inizio secolo ebbero nell’ascesa del fascismo.

Giolitti e i liberali che lo seguivano, pensando di poterne cavalcare l’onda e quindi i temi della sicurezza, hanno permesso a Mussolini e camerati di entrare nei Blocchi Nazionali, concedendogli un peso e una presenza in Parlamento di cui fino a quel momento non godevano.

35 seggi sui 105 dei Blocchi Nazionali nelle elezioni del 1921 andarono in mano ai fascisti (ai quali se ne aggiungono 2 che si candidarono a parte) e prepararono le basi per la successiva “Marcia su Roma”.

In quest’ultima occasione le enormi responsabilità del re, che decide di non votare lo stato d’assedio e al contrario di affidare a Mussolini il governo. Re, liberali conservatori, e gran parte del vecchio regime post-unitario pensarono di potersene liberare successivamente e di usarli come arma al servizio di agrari e borghesi per placare i bollenti spiriti di una manodopera, sfruttata nei campi e nelle fabbriche, e bisognosa di riforme e coinvolgimento politico.

Ultimo esempio di incapacità politica: la “secessione dell’Aventino” a seguito dell’omicidio Matteotti, che dimostrò l’inadeguatezza politica di quel tipo di risposta liberale alla violenza fascista.

In secondo luogo l’atavica divisione di tutto il fronte di sinistra, che presentava da sempre correnti riformiste e radicali.

Questa tendenza che può sembrare presente in tutta Europa, in realtà è stata cronica in Italia, ma non in Francia. Oltralpe infatti, qualche anno più tardi, con l’esperienza del Fronte Popolare si è dimostrato che un argine politico al fascismo si può mettere. E fino a quando Hitler non impose militarmente il regime di Vichy, i cui valori erano “Patria, famiglia e lavoro”, gli antidreyfusardi e le leghe nazionaliste non erano riuscite ad imporsi politicamente grazie ad una coalizione che metteva insieme comunisti, socialisti e repubblicani. La difesa della repubblica e dei suoi valori era più importante delle visioni teoriche che essi portavano al marxismo e alla rivoluzione russa.

L’impressione è che oggi la storia debba ripetersi.

Inutile dire che l’Italia degli Anni Venti non era una Repubblica, ma una monarchia. Se al voto prima del 1912 votava il 7 % della popolazione, dopo la riforma di quell’anno si passò al 23% circa della popolazione. Inoltre se a quei tempi la mancanza di rappresentatività era imposta da un suffragio censitario e maschile, oggi è un astensionismo trasversale e dilagante che denuncia il deficit rappresentativo.

Le condizioni erano chiaramente diverse ma l’atteggiamento di coloro che pensano di avere le reazioni più efficaci a dinamiche auto-distruttrici sembra essere lo stesso. Parlo di reazioni, per evitare di parlare di anticorpi e riprendere il campo semantico di una certa storiografia che vede il fascismo come una “malattia morale”.

Oggi, leggo che ex presidenti del consiglio si guardano bene dal dare il nome alle cose, dall’affermare che un atto è fascista, di qualificare un atto come terroristico, che si sarebbe certamente utilizzato, se a sparare fosse stato uno con la bandiera nera dell’Isis anziché col tricolore. Il fine, in entrambi i casi, sarebbe quello del sovvertimento dell’ordine democratico.

Quell’atto è stato sia un atto terrorista che un atto fascista. E non si deve avere paura di dirlo. Anzi è necessario dirlo, è necessario che lo dicano tutti.

Così come non si può minimizzare l’escalation di violenza che sta subendo il nostro paese da parte di associazioni, partiti e movimenti di estrema destra, affermando che il fascismo è morto, e che il passato non è destinato a ripetersi.

Vanificando l’utilità del reato di apologia di fascismo e della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione, questo significa, o non avere colto il significato del fascismo, e non avere dunque raccolto l’insegnamento dato dalla storia, oppure ripetere quell’atteggiamento neutrale e quindi complice verso movimenti che attecchiscono e si impongono nel pacifico arretrare dello Stato nel dibattito politico.

Non affermare il rischio fascista, riqualificare atti fascisti in atti da squilibrato, non smorzano il presunto scontro sociale, ma spalancano la porta alla riqualificazione futura di qualsiasi atto fascista in altro, dando così legittimità costituzionale e democratica ad ogni atto violento e fascista presente e futuro.

Leggo anche che in una città che conosco bene, quei disagiati di Forza Nuova hanno deciso di mettere su una guardia speciale per la sicurezza dei passeggeri del bus che attraversano il centro città. Uno dei tanti ex concittadini si è sentito in diritto di commentare “cosa c’è di “fascista” nell’assicurare un po’ di sicurezza nei bus?”.

Se andassi dietro ai commenti dei social non potrei che arrendermi e convincermi che questa gente il regime lo merita e debba sperimentarlo; ma aldilà dell’ignoranza questo commento riproduce lo spostamento totale del dibattito nel campo che i razzisti e i fomentatori d’odio vogliono e prediligono: farne una questione di sicurezza e di “scontro sociale”.

Per le stesse ragioni la campagna elettorale di M5S, Minniti e FI è già complice dell’ascesa di questi movimenti perché scende al livello del dibattito da bar. Nel dibattito da bar l’italiota presta tutta la sua attenzione, e sfoga le sue energie da tifoso ed infine, decide chi votare. Loro lo sanno, e si buttano nella mischia dell’acchiappavoti della paura, occasione troppo ghiotta da mancare.

Quindi non sono soltanto i fisiologici alleati di queste frange estremiste a legittimare il livello del dibattito di queste ultime, ma, quello che spaventa di più, è la complicità di M5S e PD, che essendo in crisi di identità, scimmiottano la retorica dello “zero sbarchi”.

Per quanto riguarda invece la frammentazione del fronte di “sinistra”, se vogliamo seguire una logica assolutamente desueta che considera di sinistra un PD la cui politica è “di sinistra” soltanto a tratti e appena per i diritti civili ma certamente non per quelli sociali, anche quest’errore si è già riprodotto.

E se si ripropone il paragone con i cugini francesi, a differenza nostra, vantano, oltre ad un attaccamento ai valori della Repubblica un po’ più reattivo, un sistema di voto che garantisce la difesa degli stessi valori, ma che, alla lunga, non potrà impedire l’avanzata del Front National.

Il doppio turno permette di scegliere alla seconda tornata se si vuole davvero derogare al cammino dei valori repubblicani, dato che una volta eletto dal popolo, il Presidente ha dei poteri non indifferenti.

A ridosso delle elezioni un dubbio: quanto può incidere un Presidente della Repubblica italiano a cui, secondo Costituzione, spetta il compito di affidare il governo, e che può essere il vero garante della nostra Repubblica e dei suoi valori, al contrario di quell’illustre salma che abbiamo appena fatto rientrare in Italia e che, insieme alla vecchia classe dirigente, spalancò le porte al fascismo?

Categorie: Europa, Politica
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