Antifascista. Užice, la prima città liberata nell’Europa in guerra

23.02.2018 - Gianmarco Pisa

Antifascista.  Užice, la prima città liberata nell’Europa in guerra
(Foto di https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=55018863)

«Repubblica di Užice» è il nome con cui viene designato il territorio liberato della Serbia occidentale, grosso modo corrispondente ai distretti di Krupanj, Čačak e, appunto, Užice, a cavallo tra la Serbia dell’ovest, la Šumadija e il Sandžak, sotto il controllo del movimento partigiano di liberazione, diretto da Tito, nella breve stagione compresa tra il 24 settembre e il 30 novembre 1941, nel corso della seconda guerra mondiale.

Užice fungeva da centro e capitale del territorio, da cui ha tratto la sua denominazione e con la quale è poi passato alla storia. Vi si svolse il primo governo partigiano, nel contesto del primo territorio liberato e della prima città libera in Europa, Užice, appunto, liberata dall’occupazione nazi-fascista. Tuttavia, sotto i colpi dei ripetuti attacchi delle forze di occupazione, passati anche questi alla memoria collettiva con il nome che vi attribuì la storiografia jugoslava, di «Prima Offensiva Nemica», il territorio fu rioccupato e i partigiani costretti a ritirarsi nel Sandžak, in Montenegro e in Bosnia Erzegovina, da dove riorganizzarono poi le proprie file.

La Repubblica di Užice non costituiva tuttavia, come si potrebbe immaginare, un territorio omogeneo. Sebbene Užice fosse la vera capitale della repubblica libera, co-esisteva un altro, marginale, centro di potere di fatto, Požega, per i nazionalisti cetnici, da dove questi ultimi giunsero peraltro a sferrare un attacco ai danni dei partigiani titini, il 1° novembre. Furono respinti e sconfitti. Il tratto distintivo dell’organizzazione del governo e del complesso della difesa del territorio fu offerto dunque dalle formazioni partigiane, socialiste e titine, che vi hanno poi costituito uno dei nuclei decisivi per la vittoriosa avanzata e il definitivo successo del movimento di liberazione, con i partigiani di Tito come nucleo, grazie soprattutto alla loro organizzazione politica, alla direzione ideologica, all’articolazione sociale e all’amministrazione del territorio e dei servizi.

La Repubblica di Užice fu organizzata attorno a una vera e propria rete di comitati popolari di liberazione tra Krupanj, Čajetin, Kosjeric, Arilje, Bajina Bašta, Užice, Čačak. Il Comitato Popolare di Liberazione a Užice fu eletto il 7 ottobre 1941. Il suo programma fondamentale consisteva in tre parole: «Lotta, Libertà e Pane». Queste, tradotte in programmi e iniziative per difendere e sfamare la popolazione, furono parole d’ordine decisive, non solo per identificare il carattere della resistenza, ma anche per suggellarne l’orientamento.

In seguito, fu nominato un vero e proprio Comitato di Liberazione Nazionale per la Serbia, il 17 novembre 1941, con a capo Dragojlo Dudić, «Eroe della Jugoslavia», e Petar Stambolić, che sarebbe poi diventato Presidente della Jugoslavia, dopo Tito, tra il 1982 e il 1983. In sostanza, da un lato la Repubblica di Užice fu il presupposto per il futuro sviluppo, anche istituzionale, del movimento di liberazione jugoslavo; dall’altro, costituiva il primo rimando allo stato multi-nazionale attraverso il potere organizzato in un’area, seppur temporaneamente, liberata, grazie all’eroica mobilitazione nella resistenza, dall’occupazione nazista.

Sebbene «effimera», durata meno di tre mesi, la Repubblica di Užice è stata, tuttavia, vitale, dal momento che il Movimento di Liberazione è riuscito a formarvi il suo primo territorio libero e a organizzare strutture e funzioni sociali e produttive. «Užice libera» costituiva pertanto un centro e, per taluni aspetti, un modello della lotta di liberazione in Jugoslavia ed enucleava la leadership del movimento partigiano. Vi ripresero a funzionare, sotto la direzione delle formazioni partigiane, le fabbriche del territorio e vi veniva pubblicato il giornale «Borba» («Lotta»), anche questo un giornale storico per la Jugoslavia: era stato il giornale clandestino dei comunisti jugoslavi (aveva visto la luce nel 1922, all’epoca del Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, embrione del futuro Regno di Jugoslavia) e divenne poi il quotidiano comunista dal 1945 sino al 1991.

Nel 1941, era attiva a Užice l’unica fabbrica nella parte occupata d’Europa a produrre armi per la lotta contro il fascismo: anche questo aveva un valore politico e simbolico notevole. La Repubblica di Užice fu, a tutti gli effetti, il primo territorio liberato nell’Europa in guerra; Užice la prima città liberata dai partigiani, nell’Europa sconvolta e funestata dalla guerra e dall’occupazione, dal fascismo e dal nazismo. Alla fine, la Repubblica di Užice cessò di esistere, dopo l’offensiva della Wehrmacht e la ritirata dei partigiani, il 30 novembre 1941.

I partigiani vi subirono una sconfitta, decisiva per le sorti della repubblica, a Kadinjača. Qui sorge un Memoriale, tributo alla eroica resistenza del «Radnički Bataljon», il battaglione operaio. I partigiani seppero comunque ri-organizzare le proprie file, radunandosi a Foča, in Bosnia: qui, già nel febbraio del 1942, ispirate da uno dei massimi intellettuali e dirigenti della resistenza, Moša Pijade, diedero forma alle «Disposizioni di Foča», che, per la prima volta in modo sistematico, istituivano ed organizzavano l’attività e le funzioni dei comitati di liberazione. Prendeva forma, inquellepagine, il primo embrione di costituzione della Jugoslavia Socialista. Moša Pijade sarebbe poi diventato, tra le altre cose, presidente dell’Assemblea Federale della Jugoslavia.

In occasione del 24 febbraio vale dunque la pena ricordare oggi la mobilitazione del popolo e l’eroismo dei partigiani che hanno combattuto per la libertà dei propri Paesi e la sconfitta della barbarie del nazismo, del fascismo e dell’autoritarismo. Il 24 febbraio si riempiono, nel 2018, le strade di Roma, per ribadire, come indica il testo dell’appello alla mobilitazione «Mai più fascismi», «una risposta umana a tali idee disumane, affermando un’altra visione della realtà, che metta al centro il valore della persona, della vita, della solidarietà, della democrazia come strumento di partecipazione e riscatto», e ricordare che «l’esperienza della Resistenza ci insegna che i fascismi si sconfiggono con la conoscenza, con l’unità democratica … ».

Proprio il 24 febbraio, 76 anni fa, esattamente nel 1942, nelle strade della Serbia sotto il tallone della occupazione nazista, veniva fatto prigioniero il giovanissimo partigiano, dal nome poco noto in Occidente, ma anch’egli, sin dal 1949, «Eroe del Popolo della Jugoslavia», Stjepan Filipović. Nato in Croazia nel 1916, trasferitosi sin da piccolo in Serbia, a Kragujevac, capitale dell’industria meccanica del regno, divenne, giovanissimo, operaio; comandante partigiano dal 1941, fu catturato dai nazisti nel 1942 e, condannato all’impiccagione, sul patibolo levò le braccia al cielo, i pugni chiusi ed un grido destinato a diventare slogan e simbolo della resistenza jugoslava e dei partigiani di Tito, «Smrt fašizmu, sloboda narodu!»: «Morte al fascismo, libertà al popolo!». Era stato catturato, come ricordato sopra, proprio il 24 febbraio, del 1942.

Il suo grido divenne uno slogan per la Jugoslavia, secondo solo alla celebre espressione di Tito, altro topos della convivenza multi-nazionale dei popoli jugoslavi: «Preserviamo la fratellanza e l’unità come se fossero la pupilla dei nostri occhi». L’esecuzione avvenne nella città di Valjevo, nella Serbia centrale, 70 km. a nord di Užice. Valjevo lo ricorda con un monumentale mausoleo, uno dei più significativi «luoghi della memoria» della Jugoslavia, con una toccante iscrizione commemorativa: «Partigiani, comunisti, patrioti, tutti coloro che sono caduti nella lotta contro i fascisti predatori e traditori del popolo. Solo le persone libere camminano in Jugoslavia. Per creare un nuovo mondo, si stagliano di fronte ai secoli, con i loro ideali eroici e socialisti».

Categorie: Europa, Opinioni, Politica
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