II porto di Trieste è tra i punti di partenza di forniture di sistemi militari italiani che alimentano i conflitti e le tensioni nel mondo. Dopo le spedizioni di materiali bellici agli Emirati Arabi per oltre 12 milioni di euro nel 2013 e per più di 6 milioni di euro nel 2015, nel 2016 l’Istat segnala esportazione di “armi e munizioni” verso il Bangladesh per circa 2 milioni di euro. Lo riporta iI “Comitato pace e convivenza Danilo Dolci” in occasione della giornata in ricordo dei bombardamenti Alleati che il 10 giugno del 1944 devastarono la città, mietendo 500 morti e 1000 feriti fra la popolazione civile.

“Non possiamo non denunciare ciò che sta accadendo” – afferma Alessandro Capuzzo. “Dal porto della nostra città, che assieme a Muggia fu distrutta dai bombardamenti, oggi partono carichi di bombe e altri materiali utilizzati dalla coalizione a guida Saudita per bombardare popolazioni inermi nello Yemen”.

Nonostante questo intervento militare non abbia mai ricevuto alcuna legittimazione da parte delle Nazioni Unite, l’Italia continua ad autorizzare forniture belliche all’Arabia Saudita, i cui bombardamenti sulle aree abitate da civili in Yemen hanno causato molte migliaia di morti, e nonostante già da tempo vari organismi Onu e lo stesso ex Segretario generale Ban Ki-moon li abbiano a più riprese condannati. Di recente, un gruppo di esperti dell’Onu ha trasmesso al Consiglio di Sicurezza un rapporto che non solo ha dimostrato l’utilizzo di bombe italiane sulle aree civili in Yemen, ma ha chiaramente evidenziato come questi bombardamenti “may amount to war crimes” (“possano costituire crimini di guerra”).

“Il paradosso – commenta Giorgio Beretta. analista della Rete italiana per il disarmo – è che il governo italiano con una mano continua ad autorizzare le esportazioni di sistemi militari per bombardare lo Yemen, e con l’altra fornisce aiuti umanitari per soccorrerne la popolazione. Con una grossa differenza però: l’anno scorso è stata autorizzata l’esportazione di quasi 20mila bombe ai sauditi per un valore di 411 milioni di euro, mentre nei mesi scorsi sono stati destinati fondi per aiuti umanitari per non più di 7 milioni di euro. Briciole, che servono a lavarsi la coscienza”.

Per chiedere alle autorità competenti di verificare la legittimità delle forniture militari italiane all’Arabia Saudita. nel febbraio dello scorso anno un gruppo di cittadini triestini ha presentato un esposto in Procura, segnalando anche le spedizioni di materiali militari dal porto di Trieste agli Emirati Arabi Uniti, che sono parte della coalizione militare a guida saudita. Simili esposti erano stati presentati presso le Procure di altre città italiane e soprattutto in quelle di Brescia e Cagliari, dove ha sede l’azienda italiana RWM Italia, fabbricante degli ordigni destinati alle forze della coalizione a guida saudita. La procura di Brescia, dopo aver accuratamente indagato su eventuali inadempienze da parte dell’azienda, ha recentemente inviato il fascicolo alla Procura di Roma, competente per accertare eventuali violazioni di legge sulle esportazioni di sistemi militari: la legge 185 del 1990 vieta espressamente esportazioni di materiali d’armamento “verso i Paesi in stato di conflitto armato” e “verso Paesi la cui politica contrasti con i princìpi dell’articolo 11 della Costituzione”.

“La città di Trieste, che ha subito i devastanti bombardamenti del ’44, di cui ancora oggi piange le vittime innocenti – conclude il presidente del Comitato Pace “Dolci” Luciano Ferluga – deve far sentire la propria voce e chiedere al governo italiano di sospendere l’invio di sistemi militari a tutti i paesi in guerra, in particolare quelli che fanno parte della coalizione militare saudita. Chiediamo che le nostre autorità, a cominciare dal Sindaco e dalla Presidente della Regione, dicano chiaramente se davvero vogliono essere credibili, nel celebrare il ricordo delle vittime dei bombardamenti su Trieste.

Per il Comitato Pace “Dolci” di Trieste, Alessandro Capuzzo