A Milano si celebrano i 500 anni della Riforma Protestante

25.05.2017 - Milano - Anna Polo

A Milano si celebrano i 500 anni della Riforma Protestante
(Foto di http://www.chiesaluterana.it)

A cinquecento anni dall’inizio della Riforma Protestante, le chiese protestanti di Milano – la Chiesa Cristiana Avventista, la Chiesa Cristiana Protestante, la Chiesa Evangelica Battista, la Chiesa Evangelica Metodista, la Chiesa Evangelica Valdese e l’Esercito della Salvezza – organizzano dall’1 al 4 giugno un appuntamento nazionale con un fitto programma di culti, conferenze, concerti, danze, film, laboratori e flash mob. Momento clou sabato 3 giugno, quando, nel primo pomeriggio, si svolgerà un corteo da Piazza Duomo al Teatro Dal Verme. Un’occasione, secondo il sito http://www.riforma500milano.it/, per “riflettere sull’impatto spirituale e culturale del protestantesimo in Europa e nel mondo ed un’opportunità per riformulare il senso della fede cristiana per le nuove generazioni”. Ne parliamo con Daniela Di Carlo, pastora della Chiesa Valdese di Milano.

Qual è l’obiettivo di questo evento?

E’ quello di ricordarci la nostra storia, in particolare la nostra storia europea. L’Europa è sempre stata importante per il protestantesimo perché rappresenta non solo un’unione di popoli, ma anche quella terra comune a donne e uomini che hanno avuto l’esigenza di tornare all’Evangelo della grazia annunciato dalla Parola del Signore. Da Edimburgo a Ginevra, da Wittenberg a Lucca, la Riforma protestante è nata in maniera plurale grazie al lavoro e all’impegno di persone innamorate della fede.

Ma le chiese si incontrano non tanto per celebrare quella pace o quel passato glorioso che ha visto, in tutti i paesi, donne e uomini che hanno dato la vita per poter predicare la Parola evangelica, ma anche per capire come oggi la Riforma protestante possa essere ancora attuale e capace di incidere e dire qualcosa al nostro tempo. Una Riforma, quella protestante, che non è fatta solo di parole, ma anche di fatti e di azioni che cercano di affrontare ad esempio le emergenze migratorie comuni a gran parte dell’Europa, che sempre più diventa un territorio dove il pluralismo religioso è presente.

Le chiese riformate, abituate da molti anni al dialogo ecumenico e interprotestante, possono allora avere un ruolo fondamentale nel colloquio tra le diverse fedi o confessioni, ma anche un’influenza politica sui governi europei affinché ciascuno possa avere un luogo di culto nel quale esprimere la propria fede. Inoltre la buona pratica dei corridoi umanitari promossa dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia e dalla Comunità di Sant’Egidio appare, per ora ad alcune chiese protestanti francesi e tedesche, ma speriamo con il tempo anche ad altre, un modo necessario per predicare l’accoglienza ricevuta da Cristo e offerta in questi ultimi mesi a chi scappa dalle guerre, dalle violenze, dalle povertà.

In futuro ci troveremo necessariamente a festeggiare altri anniversari della Riforma protestante con il contributo di sorelle e fratelli che provengono dall’Africa o dall’Asia e che cambieranno il volto delle nostre chiese e dell’Europa tutta, arricchendola di linguaggi, di gesti, di sguardi sul mondo. Del resto appartenere alle chiese protestanti porta con sé quella necessaria e continua riforma delle chiese stesse, che si aprono al contributo di chi le abita e così le definisce di nuovo e sempre di nuovo ancora.

Dopo cinquecento anni, qual è l’attualità del messaggio protestante?

Quello di annunciare sempre e con forza l’attualità dell’Evangelo, che rimane qualcosa di estremamente solido, ma allo stesso tempo accogliente e includente, proprio perché nella predicazione c’è l’accadere, il venire di Dio nell’annuncio della parola biblica, in un punto dello spazio e del tempo che è appunto la nostra storia.

In un mondo dove si costruiscono muri annunciare che un mondo diverso, senza muri, è possibile non è cosa da poco.

La Riforma, attraverso il sacerdozio universale, ha inoltre permesso il riconoscimento delle donne e con loro di molti altri soggetti che hanno fatto fatica a venire al mondo (LGBT, per esempio, ma non solo).

Le conferenze comprendono temi scottanti come l’integrazione, l’identità di genere e la violenza sulle donne. Qual è la vostra posizione al riguardo?

La nostra teologia non può che partire dal basso, dalle esigenze vere delle persone che abitano con noi la terra. Ci sembra assurdo che si ragioni ancora sull’integrazione perché pensiamo che il mondo sia plurale, sia di tutte e tutti e che si debba trovare un modo di coabitare nel reciproco rispetto.  Lo stesso discorso vale anche per l’identità di genere. Non vogliamo immaginare una storia dove i protagonisti possano essere solo alcune categorie di persone. La grande fantasia di Dio è stata ridotta dal pensiero dominante a una selezione di soggetti giusti e soggetti abbietti e questo non è accettabile.

Anche la violenza contro le donne, figlia di omertà, ci vede impegnati nella collaborazione con progetti laici fatti dalle donne e finanziati dall’8×1000 attivi grazie alla FDEI (Federazione Donne Evangeliche in Italia), dove i gruppi femminili delle chiese locali unitamente alle chiese protestanti dedicano ogni anno 16 giorni alla lettura di testi biblici e alla riflessione sulla violenza che, purtroppo e ancora oggi ovunque, definisce i contorni della vita e colora in modo cruento il quotidiano. A partire dal 25 novembre, giorno nel quale si celebra la lotta alla discriminazione e alla violenza contro le donne, vengono indette manifestazioni fino al 10 dicembre, Giornata dei Diritti Umani. In molte chiese c’è anche il “posto occupato” con degli oggetti rossi, che potrebbe essere utilizzato da una donna, se non fosse stata uccisa, a ricordarci che non vogliamo abbassare la soglia di attenzione su questo tema.

Come Chiesa Valdese finanziate iniziative come quella dei corridoi umanitari, che ha portato finora in Italia sane e salve e in modo sicuro e legale 800 persone. Una via molto diversa dai viaggi pericolosi e spesso mortali a cui tanti migranti sono costretti. Com’è nata quest’idea?

I corridoi umanitari sono il frutto di una collaborazione ecumenica fra cristiani cattolici e protestanti – Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese evangeliche, Chiese valdesi e metodiste –  che hanno scelto di unire le loro forze per un progetto di alto profilo umanitario. ll progetto MH nasce nei primi mesi del 2014 dalla consapevolezza della drammaticità delle migrazioni via mare dai paesi del Nord Africa, Africa subsahariana e Medio Oriente verso le coste siciliane e, in particolare, l’avamposto più meridionale costituito dall’isola di Lampedusa. La risposta istituzionale a questa tragedia è stata inadeguata e carente, decisamente al di sotto di fondamentali standard umanitari. La FCEI, d’intesa con la Tavola valdese, si è sentita interpellata da questa situazione e ha deciso di avviare un progetto umanitario e sociale, teso all’accoglienza e all’integrazione di profughi che intendano restare in Italia.

Al di là delle differenze di cultura, provenienza, sesso e religione, qual è per lei l’essenza di ogni essere umano?

L’essenza sta nella sua unicità, nella sua umanità!

Che valore ha per lei la nonviolenza in un momento come questo, in cui aumentano la violenza in tutte le sue forme, l’ingiustizia e la discriminazione?

Un valore grandissimo.

 

Categorie: Interviste, Umanesimo e Spiritualità
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