L’assolutismo presidenziale di Erdoğan è quasi realtà

16.02.2017 - Unimondo

L’assolutismo presidenziale di Erdoğan è quasi realtà
(Foto di archivio Pressenza)

Mentre i riflettori sono puntati sul nuovo presidente americano, dal lato opposto del mondo un altro presidente- per niente nuovo- sta spingendo il proprio paese verso un cambiamento importante. Parliamo di Recep Tayyip Erdoğan, Presidente della Repubblica Turca, che, con il suo Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), ha promosso un cambiamento della forma di stato, da repubblica parlamentare a presidenziale. Nel mese di gennaio, in meno di due settimane, il Parlamento turco ha approvato gli emendamenti alla Costituzione necessari in questo senso: due votazioni su un pacchetto di 18 articoli, raggiungendo il quorum di due terzi dei membri del Parlamento favorevoli alla svolta presidenzialista. L’ultimo tassello mancante è un referendum popolare, che si terrà il 16 aprile prossimo, tre giorni prima che lo stato di emergenza in corso si concluda.

In cosa consiste la riforma

Il Presidente della Repubblica, che per ora dovrebbe essere super partes, sarà autorizzato ad essere membro di un partito politico. Inoltre, l’ufficio del Primo Ministro sarà abolito e i suoi poteri saranno in capo allo stesso Presidente. Egli potrà sciogliere il Parlamento, nominare e sfiduciare i ministri. I membri del Parlamento aumenteranno da 550 a 600 e l’età per essere eletti diminuirà ai 18 anni. Inoltre, i membri del CSM turco (Hakimler ve Savcılar Yüksek Kurulu, HSYK), organo supremo della magistratura, saranno dimezzati (da 22 a 12). Sei saranno nominati direttamente dal Presidente. Infine, aboliti i tribunali militari ed eliminati i membri della gendarmeria all’interno del Consiglio di Sicurezza Nazionale (MGK): mossa che giustifica la propaganda governativa a favore della riforma, che ridurrebbe il potere delle forze armate. Argomento molto sentito dai turchi, che difficilmente dimenticano i carri armati e gli aerei da guerra a bassa quota ad Ankara ed Istanbul, sei mesi fa (si noti anche che questa fu la principale ragione della vittoria del referendum del 2010).

Cambiare la Costituzione durante uno stato di emergenza

Uno dei punti controversi di questo processo di radicale cambiamento consiste nel fatto che il terzo stato di emergenza, dopo il tentato colpo di stato dello scorso luglio, è tuttora in vigore. Perché il governo ha ritenuto che la priorità, in questo momento, fosse cambiare la Costituzione? Non dovrebbe invece concentrarsi sull’eliminare l’instabilità economica del paese, controllare il rischio di attentati terroristici, placare i conflitti con la popolazione curda? Gli ufficiali governativi hanno affermato che “Il referendum si terrà in qualsiasi circostanza”, mentre le opposizioni temono che la volontà delle persone potrebbe essere distorta proprio a causa delle circostanze che la Turchia attraversa negli ultimi mesi.

Il libero accesso alle informazioni

I cittadini conoscono solo in piccola parte ciò che si è discusso in Parlamento e che influenzerà a lungo le loro vite. Il primo problema per il prossimo, cruciale, voto potrebbe essere rappresentato dall’impossibilità per la maggior parte dei cittadini di prendere una decisione consapevole. Al momento, la stragrande maggioranza dei cosiddetti mainstream media (televisioni e giornali) sono controllati più o meno direttamente dal governo. Ricevere o accedere ad opinioni diverse (ad esempio, alla campagna per il “No” al referendum) è molto difficile, soprattutto per chi non ha dimestichezza con lo strumento di Internet. A quanti sarà arrivato il video in cui le parlamentari di opposizione Şafak Pavey, Aylin Nazlıaka e Pervin Buldan venivano aggredite fisicamente dentro il Parlamento, durante il dibattito sugli emendamenti alla Costituzione, da altre parlamentari AKP?

La campagna per il No sarà guidata dai due principali partiti di opposizione, cioè il Partito Repubblicano del Popolo (CHP) ed il Partito Democratico dei Popoli, il filo-curdo HDP. Al momento, 55 parlamentari dell’HDP sono in carcere, compresi i leader del Partito Selahattin Demirtaş e Figen Yüksekdağ. “Questa riforma non ha relazioni con i problemi reali del paese, come la crisi economica, la guerra, l’educazione e la violenza sulle donne”, ha detto al media tedesco Deutsche Welle la parlamentare HDP Meral Danis Bestas.

Cortei e manifestazioni sono proibiti, per via dello stato di emergenza, se non con permessi ufficiali. Dunque, le opposizioni dovranno puntare su un’incisiva campagna sui social media. Nel frattempo, a favore del Si sono già schierati calciatori, affascinanti eredi di sultani e personaggi celebri come Yusuf Islam (in arte, Cat Stevens). “La tua opinione politica è fondamentale ovunque oramai, sul posto di lavoro come in moschea”, racconta a Unimondo Erdal, laureatosi ad Istanbul ed ora tornato ad Erzurum, sua città natale nel nord-est del paese. “Il venerdì, in moschea, si tiene propaganda per il Si: viene detto ai fedeli che chi voterà No è un terrorista”.

Paura e terrorismo

Gli elettori turchi sono ancora convinti che Erdoğan sia la soluzione all’instabilità politica ed economica turca? Sono ancora convinti che l’AKP difenderà la sicurezza del paese, dopo i numerosi attacchi terroristici che hanno seguito le elezioni di un anno fa? Il solo 2016 è stato testimone di 106 attacchi definiti come atti terroristici, nei quali sono morte 539 persone e 1461 sono rimaste ferite. Proprio gli argomenti della stabilità e della sicurezza sono alla base del sostegno all’AKP del Partito del Movimento Nazionalista (MHP): Ismet Buyukataman, segretario del partito, specifica che il loro sostegno al sistema presidenziale segue proprio il tentato colpo di stato di luglio. Senza il sostegno del MHP, il voto favorevole agli emendamenti alla Costituzione non avrebbe raggiunto i due terzi in Parlamento.

Se vincesse il NO

L’ago della bilancia verso la vittoria del No potrebbero essere proprio i conservatori delusi dalle politiche dell’AKP e del MHP. Questi elettori mal tollerano la personalizzazione di potere sempre maggiore di Erdoğan. Inoltre, molti dei conservatori insoddisfatti sono curdi e il fallimento del processo di pace nel sud-est del paese è un elemento chiave nel loro processo decisionale. Sia il Presidente Erdoğan che il leader del MHP Devlet Bahceli hanno parlato di “elezioni anticipate” in caso di vittoria del No: mossa additata dalle opposizioni come un ricatto, in un momento in cui l’argomento della stabilità politica è tanto caro ai turchi. Quello della primavera 2017 sarà il settimo referendum della storia turca, il quinto di carattere costituzionale. Solo in uno dei sei referendum precedenti ha vinto il “No”.

Sofia Verza

 

Categorie: Medio Oriente, Opinioni, Politica
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