L’ideologia della rottamazione e il Cnel

08.11.2016 - Rocco Artifoni

L’ideologia della rottamazione e il Cnel
Villa Lubin (Roma), sede del CNEL (Foto di Carlomorino via Wikimedia Commons)

Rottamazione. Nel progetto di revisione costituzionale la parola “rottamazione” non c’è, ma se ne possono cogliere facilmente le conseguenze. Forte limitazione del bicameralismo paritario, eliminazione delle competenze concorrenti tra stato e regioni, abolizione delle province e del Consiglio nazionale economia e lavoro (Cnel).

Con la parola d’ordine della semplificazione i sedicenti riformatori passano con il rullo compressore su tutto ciò che si presenta davanti, senza troppi distinguo. Il Cnel, in particolare, è diventato il capro espiatorio di ogni male. Sembra che tutti (compresi i sostenitori del No al referendum) siano concordi sull’abolizione del Cnel. Per trovare un sostenitore del Cnel occorre rivolgersi a “Chi l’ha visto?”.

Eppure il Cnel non è un’istituzione banale. Si tratta di un organo ausiliario (come la Corte dei Conti o il Consiglio di Stato) composto da 64 esponenti della cultura economica e da rappresentanti delle categorie produttive: lavoratori dipendenti, autonomi, professionisti, imprese, associazioni di promozione sociale e organizzazioni di volontariato. Il suo compito, secondo l’art 99 della Costituzione, è esprimere pareri e promuovere iniziative legislative in materia economica e sociale. Quando fu insediato nel 1958 (cioè 10 anni dopo l’approvazione della Costituzione), a presiederlo fu nominato Meuccio Ruini, che durante l’Assemblea costituente fu il presidente della Commissione dei 75, quella che redasse il testo costituzionale. Il che dice molto dell’importanza del Cnel.

Nel suo discorso inaugurale Meuccio Ruini spiegò: “Vi sono per l’attività dello Stato tre momenti: lo studio, la proposta, la decisione. Il CNEL ha una funzione intermedia; non giunge alla decisione, che spetta nelle loro sfere ad altri organi; ma la sua funzione non è meramente di studio; è piuttosto di preparazione; è come un ponte fra i due momenti dell’esame e dell’azione.”

L’aspetto più qualificante del Cnel è il fatto di essere dotato della libertà di iniziativa, cioè la possibilità di avanzare autonomamente proposte nella formazione delle leggi e nelle scelte del governo. Proprio per questa facoltà di iniziativa, all’estero il Cnel fu riconosciuto “all’avanguardia degli altri Consigli economici sparsi nel mondo”.
Nei quasi 60 anni di attività il Cnel ha prodotto e presentato: 96 Pareri, 350 testi di Osservazioni e proposte, 14 Disegni di legge, 270 Rapporti e studi, 90 Relazioni, 130 Dossier con gli atti di convegni e 20 Protocolli e collaborazioni istituzionali. Molto interessante anche la modalità di funzionamento. Le pronunce del Cnel di norma sono adottate all’unanimità. Qualora vengano espresse posizioni discordanti sull’intera materia o su singoli punti, non si procede al voto e la pronuncia dà atto di tali posizioni, indicando, per ciascuna di esse, il numero, il gruppo o la categoria produttiva di appartenenza dei consiglieri che le hanno espresse, dandone formale comunicazione agli organi destinatari delle pronunce medesime. I disegni di legge sono adottati, previa presa in considerazione del relativo schema, con il voto favorevole di tre quinti dei Consiglieri in carica. Sono trasmessi al Presidente del Consiglio dei Ministri per la successiva presentazione alle Camere.

Da queste procedure traspare con chiarezza l’intento dei Costituenti, di istituire una sede di confronto che riuscisse a stemperare il conflitto sociale, ricercando e suggerendo soluzioni il più possibile condivise anzitutto tra le formazioni sociali nel settore dell’economia e del lavoro. È appena il caso di ricordare che proprio sul “lavoro” viene fondata la Repubblica democratica (art. 1), riconosciuto contemporaneamente come diritto e come dovere (art. 4): il che dimostra l’importanza attribuita alla funzione e all’attività svolta dal Cnel.

Infatti, già nel 1949 il Presidente del Consiglio dei ministri De Gasperi presentò un disegno di legge, steso dal ministro Fanfani, nel quale si diceva: “il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro può offrire un luogo d’incontro e di distensione fra le opposte forze economiche e politiche che ora scuotono violentemente il paese e rendono difficile la sua ricostruzione”.

Il Cnel è uno degli ambiti in cui si potrebbe dare valore ai corpi intermedi, alle formazioni sociali che sono così significative nella realtà italiana da essere citate nell’art. 2 della Costituzione. Tornando all’oggi – dopo l’azzeramento delle indennità e dei rimborsi previsto dalla legge di stabilità – da due anni 24 consiglieri continuano ad operare gratuitamente per adempiere ai compiti che la normativa prevede, senza alcuna risorsa per le attività.

In un recente articolo Gian Paolo Gualaccini, consigliere espresso dal Terzo Settore e attuale vicepresidente del Cnel, ha scritto: “sarebbe utilissimo un luogo-casa istituzionale delle formazioni sociali qualunque sia il risultato del prossimo referendum. Occorrerà che tutte le forze politiche reimparino a dialogare, evitando le facili demonizzazioni dell’altro e recuperando lo spirito proprio della Costituente”.

Nell’idea che la legislazione economico-sociale possa trarre linfa dal confronto con le varie realtà produttive, è racchiuso il principio di una politica costruita in un’ottica comunitaria e partecipativa. Per questa ragione, se si uscisse dalla retorica della rottamazione, il Cnel potrebbe svolgere ancora un significativo ruolo di servizio al Paese e alla sua coesione.

 

Categorie: Europa, Opinioni, Politica
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