Colombia: non abbandoniamo la speranza

07.10.2016 - Unimondo

Colombia: non abbandoniamo la speranza
(Foto di mixedeyes via Foter.com / CC BY-NC-SA)

Premio Nobel per la Pace 2016 assegnato al presidente della Colombia Juan Manuel Santos. Il riconoscimento assegnato per lo storico accordo con le Farc firmato il 25 agosto scorso. L’annuncio della fine della guerra era arrivato su Twitter dai negoziatori delle due parti, riuniti per concludere le trattative nella capitale cubana de L’Avana. Lo scorso 4 ottobre però con il referendum l’accordo era stato bocciato dai votanti. Un quadro della situazione raccontato da Cristiano Morsolin, esperto di diritti umani in America Latina dove vi risiede dal 2001.

Paragonare il fallimento del referendum colombiano con lo Tsunami tailandese o Brexit britannico, non pare appropriato. Le conseguenze catastrofiche dopo 52 anni di conflitto armato sono difficili da capire in Italia e si nota palesemente in vari commenti di mass-media che dall’ufficio romano o milanese tentano di interpretare la complessità colombiana magari senza aver mai toccato piede nel paese andino.

Unimondo aveva messo in guardia sulla possibilità di questo cataclisma – non per sfiducia negli accordi di pace ma perché dopo 10 anni di condivisione con questo bellissimo popolo multiculturale, ci si accorge che troppe ferite rimangono aperte, continuano a sanguinare a causa del potere dei Signori della Guerra, che ha radici storiche fin dalla Grande Violenza, che ha contrapposto liberali e conservatori.

Al quesito: «Sostieni l’accordo finale per terminare il conflitto e per la costruzione di una pace stabile e permanente» i no sono stati il 50,21% e hanno superato i sì di appena 55mila voti, con un’astensione del 62%.

Contrapposizioni e confrontacion

Il professore di scienze politiche dell’Università Nazionale UNAL Carlos Medina Gallego sostiene che “il NO ha di nuovo rivittimizzato e violato le vittime, ha voltato le spalle agli sforzi e alla mobilitazione delle organizzazioni di vittime che rappresentano otto milioni di vittime”.

Il presidente della Conferenza episcopale colombiana, monsignor Luis Augusto Castro Quiroga, ha spiegato che non si tratta di un “no” alla pace, ma agli accordi, sottolineando che bisogna continuare a lavorare per la pace. In alcune dichiarazioni a Radio Vaticana, il presidente del episcopato colombiano ha affermato che “prima di tutto, occorre dire che i ‘sì’ e i ‘no’ non fanno riferimento alla pace, fanno riferimento soltanto all’accordo per arrivare alla pace. Quelli che dicono ‘no’ considerano che l’accordo vada corretto in alcuni punti, però anche loro vogliono la pace. Per cui, questo non è un caso di guerra e pace, ma semplicemente di continuare a lavorare intorno a questo processo di pace per includervi quei cambiamenti, se è possibile, che loro chiedono”.

Di segno totalmente opposto il commento del Ministro degli Esteri Maria Angela Holguin, che ammette “che nel Governo del Presidente Santos credevamo che difficilmente a un colombiano gli potesse passare per la testa di dire NO a vivere in pace, NO a maggiori vittime, NO all’aumento delle coltivazioni di coca. Devo riconoscere che pensavamo che Colombia fosse una nazione che voleva vivere in pace e voltare pagina ma il risultato del referendum con il NO dimostra l’esistenza di tanto odio e rincori, che non sono stati superati”.

Il capo delegazione del Governo all’Avana, Jaramillo prima del referendum aveva lanciato un appello su El Espectador considerando il SI come una questione di “vita o di morte”.

Il voto del NO significa cancellare 4 anni di negoziazioni alla ricerca della pace. Con conseguenze potenzialmente catastrofiche.

Martedì 4 ottobre il presidente della Colombia, Juan Manuel Santos, ha annunciato che il cessate il fuoco con le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (FARC) terminerà il prossimo 31 ottobre.

Tenebroso il messaggio del Comandante delle FARC Ivan Márquez “Si dejamos la paz en manos de Uribe al país se lo lleva el diablo” Se lasciamo la pace in mano a Uribe, il paese se lo porta via il diavolo…

Il comandante delle FARC Pastor Alape ha gia dato l’ordine ai 6.000 guerriglieri di ripiegare in zone sicure.

La vittoria del no è stata probabilmente determinata dall’odio viscerale del popolo verso le FARC.

Ma da dove nasce?

Per Jorge Restrepo, Direttore del Centro di Analisi CERAC, “ha vinto l’odio contro le FARC, ora siamo sottomessi ad una grave crisi politica con gravi conseguenze per il futuro. Milioni di cittadini (6 milioni quattrocentotrentamila) hanno deciso di rischiare tutto per continuare la guerra… E questo mi ferisce profondamente nell’animo”.

Sandro Calvani, funzionario di alto livello alle Nazioni Unite, in veste di Direttore dell’UNDC a Bogotá per quasi un decennio analizza le radici di questo odio viscerale per le FARC.

“Un fondamento ideologico c’è ancora, ridotto però al lumicino, una specie di reminiscenza storica, cui oggi non bada più nessuno. Le FARC dicono di volere la rivoluzione proletaria come a Cuba, ma ai bambini che sequestrano nei villaggi, non insegnano né le idee di Marx né quelle di Fidel Castro. Insegnano a sparare.

Si dicono ispirati da un’ideologia, ma sui loro computer sequestrati dai militari colombiani non si trovano libri comunisti presi su internet, ma solo strategie di guerriglia e rendiconti di operazioni di narcotraffico. Forse quella di diventare un’organizzazione criminale armata non è stata una scelta intenzionale, in quanto l’accerchiamento cui sono stati sottoposti da dieci anni dalle efficaci operazioni militari dell’esercito Colombiano, li ha costretti a occuparsi soprattutto a sopravvivere e non hanno più avuto tempo per gli optional, come le ideologie e la politica. Il pollo ed il riso nelle zone occupate dalle FARC costano quanto in un hotel di lusso a Bogotà, perché l’assedio delle forze armate rende gli approvvigionamenti difficilissimi e quindi costosissimi. La credibilità perduta ha diminuito anche gli amici all’estero delle FARC e i loro aiuti finanziari. Con pochi soldi a disposizione è chiaro che il narcotraffico e le armi diventano l’unica priorità e l’unica via di sopravvivenza. Ma così facendo scompare anche la foglia di fico della rivolta armata. Rimane solo un gruppo di violentissimi criminali terroristi e narcotrafficanti, che con le loro bombe, traffici di cocaina e sequestri di persone, uccidono anche la prossima generazione di colombiani, quei bambini non ancora nati che vivranno in un paese con minori investimenti stranieri per lo sviluppo economico rispetto ai paesi vicini. Le FARC hanno tradito prima di tutto se stesse e la propria storia” conclude Sandro Calvani.

Le vittime hanno detto SI

L’accordo prevedeva sei punti principali: la fine dei combattimenti, il disarmo dei guerriglieri sotto la supervisione di una missione delle Nazioni Unite (che aveva già verificato la distruzione di 620 chilogrammi di esplosivo); l’uscita allo scoperto e il reintegro nella società di quasi 6 mila guerriglieri; riparazioni morali e materiali per le vittime e sanzioni per i responsabili dei reati più gravi; la conversione del gruppo in un movimento politico legale con l’assicurazione di un minimo di cinque seggi alla Camera dei deputati e di cinque seggi al Senato; una riforma agraria per la distribuzione delle terre e l’accesso al credito; la fine delle coltivazioni illecite nelle aree di influenza delle FARC, tra cui quella di coca, e un programma sanitario e sociale contro il consumo e il traffico di droga.

Secondo le prime analisi di un voto-shock per il Paese, i ‘Sì’ si sono imposti nelle aree più colpite in questi anni dal conflitto, mentre i ‘No’ hanno invece vinto nelle città (come Antioquia, feudo di Uribe).

Flor Ilba, sindaca indigena governadora di Jambalo (Cauca-Sud Colombia), mi spiega “Nel nostro paese ben 40 bimbi sono stati reclutati, e sono avvenute 180 azioni di guerra fatte dalle Farc. Colombia e sopratttutto la parte urbana delle citta’ non capisce l’assurdita’ della guerra che soffriamo sopratutto in zona rurale , serve pace per nostri bambini e le generazioni future”.

A Jambalo il sostegno alla pace e’ arrivato al 75% (SI), poco lontano Toribio, cuore indigeno del Cauca dove sono molto conosciuti i missionari della Consolata Padre Ezio e Padre Antonio Bonanomi, da oltre vent’anni appoggiano la formazione dei popoli indigeni riuniti nel CRIC.; Toribio ha sofferto 614 attacchi delle FARC dal 1980.

Proprio le regioni del Cauca, Choco’, Nariño, che hanno sofferto maggiormente le violenze del conflitto hanno votato massicciamente per il SI.

I sostenitori del No

Nella sua campagna elettorale Uribe, già presidente colombiano, sostenuto dall’ex procuratore della repubblica, Alejandro Ordonez e dall’ex candidato del loro gruppo politico alle ultime elezioni, Oscar Ivàn Zuluaga, ha puntato ad impaurire l’opinione pubblica sostenendo che il trattato di pace garantiva ai militanti delle Farc, anche se in modo camuffato, l’impunità per i loro crimini. Un accordo che potrebbe aprire le porte del paese al narcotraffico che dai 60.000 ettari di produzione di coca e’ balzato a quasi 200.000 ettari.

Ora la grave polarizzazione tra sponde spesso inconciliabili, si sta esasperando per la fretta di arrivare ad un accordo per salvare il salvabile entro il 31 ottobre, poi come dice il Comandante Timocenko “ritornera’ la guerra”.

Così è stata costituita una commissione per il dialogo tra il governo e l’opposizione. Santos ha scelto il ministro degli Esteri Maria Angela Holguin, il ministro della Difesa Luis Carlos Villegas e ha riconfermato il capo negoziatore degli accordi Humberto de la Calle. L’opposizione invece sarà rappresentata da Óscar Iván Zuluaga, che era un rivale di Santos nelle elezioni presidenziali del 2014, il suo compagno nella corsa alla vicepresidenza Carlos Holmes Trujillo e il senatore Ivan Duque, una delle nuove figure pro Uribe. Già in partenza ci sono 68 osservazioni che Alvaro Uribe ha sostenuto sin dall’inizio della campagna per il “NO” e che secondo lui non sono state mai prese in considerazione; 68 osservazioni pesantissime che possono ipotecare o distruggere la pace.

Hanno vinto i Signori della Guerra?

Tonio Dell’Olio, con la sua esperienza in Pax Christi e Libera, osa dire qualcosa di innominabile in Colombia “ci si è illusi che un Paese ferito, che per più di mezzo secolo ha parlato solo con il linguaggio della morte, potesse scegliere all’improvviso di percorrere un altro sentiero. È necessario e urgente alimentare la fiducia e il coraggio della pace. Ancora hanno prevalso le ragioni e i metodi delle oligarchie potenti che proprio dal conflitto hanno tratto vantaggi economici e di potere. I signori della guerra. Per questo il cammino si rivela ancora più lungo e più difficile del previsto”, conclude Dell’Olio.

Va registrata la sfiducia della comunita internazionale che provoca l’aumento del dollaro chee svaluta il peso, la caduta azioni colombiane di borsa, congelati i 450 milioni di dollari offerti dagli USA e centinaia di milioni promessi dalla Banca Mondiale. Riemerge il neocolonialismo anacronistico degli STATES che dalla Casa Bianca parlano di “raddrizzare” un accordo (enderezar…sic) in una democrazia “confusa”.

Ma forse ha ragione il Vice Ministro degli Esteri con delega alla cooperazione internazionale Mario Giro (che ha rappresentanto l’Italia alla firma degli accordi a Cartagena – vedi anche questa intervista – ha lanciato una gravissima denuncia d’allarme che contraddice il presidente della Conferenza episcopale colombiana, monsignor Castro Quiroga: “La pace è davvero a rischio. Quanta è successo ci deve comunque preoccupare: c’è una minoranza agguerrita che rischia di destabilizzare l’intero processo di pace. Dobbiamo fare tutto il possibile perché questo non avvenga: I’Unione Europea non stia a guardare e appoggi finanziariamente la ricostruzione”.

Cristiano Morsolinesperto di diritti umani in America Latina, dove risiede dal 2001.

Categorie: Pace e Disarmo, Politica, Sud America
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