Intervista a Álvaro Orus, regista del documentario “Oltre la vendetta”

28.09.2016 - Gabriela Amaya

Quest'articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Francese, Tedesco

Intervista a Álvaro Orus, regista del documentario “Oltre la vendetta”

Questo documentario, la cui prima si terrà al Congresso dell’International Peace Bureau a Berlino, previsto dal 30 settembre al 3 ottobre prossimi, darà senz’altro un contributo fondamentale e innovativo per aiutare a gettare le basi di  “Disarmo! – Verso la costruzione di un Clima di Pace”, titolo di questo Congresso mondiale.

Come sei arrivato a questa storia delle storie, tutte legate alla vendetta e alla necessità di riconciliazione?      

Tutto questo sorge da un lavoro di Luz Jahnen, che ha studiato il tema e tenuto seminari sulla vendetta e la riconciliazione, in cui i partecipanti passavano un fine settimana riflettendo sulla vendetta nella storia,  nella società e nella loro vita. Uno di essi si è tenuto nel Parco di Studio e Riflessione di Toledo  e io ho potuto conversare con la gente che usciva dal seminario.  Erano incantati e anche commossi. Mi è sembrato  che si fosse toccato qualcosa di interessante.

In seguito Luz mi ha detto che stava pensando alla possibilità di un documentario su questi temi, per poter portare a molta gente l’esperienza e le comprensioni che avvenivano nei seminari e in un tempo molto ridotto.

A nostro parere, perché il documentario fosse valido, non si trattava solo di far arrivare un’idea, ma soprattutto di trasmettere un’esperienza; chi vede il video deve avere la possibilità di mettersi in presenza della vendetta in se stesso e in ciò che lo circonda. Per ottenere questo, abbiamo pensato di chiedere ai partecipanti dei seminari che avevano raggiunto importanti comprensioni di comunicarle attraverso delle interviste.

Nei tuoi documentari scegli quasi sempre il formato dell’intervista per raccontare una storia.      

Come la maggior parte della gente, credo che siamo stanchi di sentirci dire cosa dobbiamo fare o pensare. Quello che però forse ci aiuta di più è vedere esempi di vita reale, di persone come noi, che ci mostrano il modo in cui hanno affrontato problemi, hanno fatto e imparato cose. Credo che questo ci porti a una riflessione più genuina e ci possa mostrare cose che possiamo davvero fare.

Nei miei tre ultimi documentari, la forza del messaggio si basa sulle testimonianze degli intervistati.

Questi ultimi tre lavori sono legati a temi esistenziali.  Questo ha a che fare con la tua vita?

Molto. Credo che temi come il dolore o la vendetta tocchino profondamente tutti. Queste produzioni per me sono l’espressione o di un lavoro interno dell’autore o lo accompagnano. In realtà credo che tutte le persone coinvolte – gli intervistati, il realizzatore, i musicisti, compiano degli avanzamenti sul tema e li esprimano in modi differente. Il documentario è l’insieme di queste espressioni.

In tutti i tuoi lavori ci sono un’entrata che inquadra l’argomento, un nodo e uno scioglimento o risposta positiva che superano il problema presentato; tu racconti tutto questo attraverso le vite dei protagonisti.

Sì, è questo l’ordine interno del documentario. Questo modello trasferenziale è ispirato alle “Esperienze guidate” di Silo. Dopo l’inquadramento storico, il nodo concentra tutte le esperienze drammatiche. Abbiamo tentato di presentare casi diversi e di conseguenza quasi tutti troviamo un intervistato con cui ci identifichiamo in un modo o nell’altro. Questo ci mette davanti alle nostre esperienze e così andiamo accompagnando gli intervistati nel loro  cammino, fino a trovare vie d’uscita e trasformare la situazione. Usando questa forma, anche se a volte trattiamo temi molto duri, il tono generale e specialmente il finale sono leggeri e danno speranza.

Quelli raccontati nelle interviste sono temi “delicati”. Gli intervistati mettono a nudo la loro anima. Pare che raccontare pubblicamente diventi per loro una sorta di riparazione.

Per fortuna abbiamo trovato persone molto coraggiose, disposte a condividere esperienze che in genere non si raccontano.  Questa inibizione, frequente nella nostra vita quotidiana, molte volte ci impedisce di affrontare cose davvero importanti. Gli intervistati superano questa barriera. Il solo fatto di esprimersi e comunicare con gli altri li fa stare bene, secondo quello che ci dicono. Un altro punto importante è dare senso a un’esperienza in linea di principio negativa. Trasformandosi in un apprendimento che al tempo stesso risulta utili ad altri, questo aiuta a integrarla e a privarla della carica di sofferenza che aveva in origine.

Le donne in particolare si esprimono senza censure …

Totalmente. Di fatto a volte abbiamo dovuto operare una “discriminazione positiva” perché non si vedessero solo donne, così da dare agli uomini la possibilità di esprimersi ed essere rappresentati.

Molti protagonisti sono sudamericani. Come mai?

Per via dei seminari che Luz ha tenuto là. Alcune delle persone che avevano partecipato in Cile poi si sono proposte con entusiasmo per entrare nel progetto e ci hanno mandato varie interviste. Quando le abbiamo viste, ci sono sembrate così commoventi da fornirci già un appoggio per comunicare quello che volevamo. Credo che questo sia stato un passo importante nel progetto.

E’ stato anche un lavoro collettivo di molti professionisti.      

Va sottolineato il lavoro dei musicisti, Florent e Mara, che – come dicevo prima – hanno accompagnato il loro contributo con riflessioni sulla loro esperienza.  E poi i cameramen, gli specialisti… A poco a poco si aggiungono molti volontari in un progetto comune. E poi ci sono quelli che speriamo si aggiungano d’ora in poi, nella diffusione e in altre cose. Mi sembra che il lavoro volontario sia il più adatto a mettere in moto un certo spirito, che va perduto in un contesto più commerciale.

Traduzione dallo spagnolo di Anna Polo

Categorie: Cultura e Media, Internazionale, Interviste, Umanesimo e Spiritualità
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