Souad El Begdoury Khammal, per le vittime del terrorismo

07.04.2016 - Antonio Sempere

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Souad El Begdoury Khammal, per le vittime del terrorismo

 

Souad El Begdoury Khammal è la presidentessa dell’Associazione “Vittime del 16 maggio” ed è stata recentemente nominata presidentessa di tutte le vittime del terrorismo in Marocco. Quel giorno del Maggio 2003, Souad perse il marito Abdelwahed el Khamal, noto avvocato e il figlio Taïeb di 17 anni, in un attentato contro la Casa de España a Casablanca. La deflagrazione, avvenuta alle 10 di sera, ridusse il ristorante di questo locale molto famoso a un mucchio di calcinacci, tra corpi arsi e le urla di panico dei sopravvissuti. Insieme a Abdelwahed e Taïeb morirono altre 10 persone, tra cui 4 spagnoli, nel peggiore dei cinque attacchi simultanei avvenuti a Casablanca contro degli “stranieri infedeli”. Gli altri scenari furono l’hotel Farah, il consolato belga, un ristorante italiano e il cimitero ebraico. In totale, le vittime di questi attacchi arrivarono a 45, tra cui 12 dei 14 terroristi che vi parteciparono.

L’associazione presieduta da Souad lavora per aiutare le vittime degli attentati. Lo Stato ha risarcito i familiari delle vittime, dimenticando però i feriti. Molti di loro non hanno più potuto lavorare da allora a causa del trauma psicologico avuto. L’associazione lotta affinché non cadano nell’oblio e siano dimenticati, in omaggio ai caduti dei tragici eventi. La presidentessa difende gli insegnamenti dei veri valori che l’Islam predica, in quanto religione “fondata sulla pace e l’amore tra gli esseri umani”.

La professoressa Begdoury, molto stimata dalla società marocchina, sta partecipandob a un forum tematico sul jihadismo a Fnidaq (Castillejos), in cui ha ricevuto il riconoscimento di gran parte della magistratura e dell’avvocatura marocchina, nonché da giuristi spagnoli. In un’unica giornata, tutti loro si sono riuniti presso la piccola località sita al nord del Marocco e hanno premiato Souad per il lavoro condotto a capo dell’Associazione delle vittime degli attentati del 16 Maggio a Casablanca.

Cosa ricorda dei fatti di quel 16 Maggio 2003?

Ricordo solo tanto dolore e grande sconsolatezza. La ferita è rimasta ancora aperta. È stato un colpo terribile per la mia famiglia e quelle delle altre vittime. Non ci sono parole per descrivere il senso di rabbia e impotenza che ti resta a causa di eventi come questi. All’inizio hai l’appoggio della famiglia e degli amici; dopo tutti vanno via e inizia il percorso medico-psicologico. Successivamente la vita torna al suo corso normale. Ora vivo sola e penso ad andare avanti con mia figlia che vive a Parigi, dove lavora come avvocato. Ha studiato giurisprudenza per onorare la memoria del padre e del fratello, che voleva seguire le orme professionali di mio marito.

Come si può affrontare un colpo simile?

Bisogna aver una mente razionale, sebbene sia difficile poiché i ricordi non ti lasciano vivere. Avevo una figlia da allevare ed è stato questo a darmi la forza per andare avanti. Mia figlia è diventata la priorità e ora penso che senza di lei difficilmente ce l’avrei fatta, perché ciò ha cambiato le nostre vite. Lottare contro l’oblio di quanto accaduto è un’altra delle cose di cui sono occupata. Essere in contatto con le altre vittime e conoscere da vicino le loro vite tanto simili alla mia, nonché la sofferenza verso i loro cari, è qualcosa di confortante per la propria anima.

Hanno attaccato un luogo di convivenza in cui, oltre la mia famiglia, ho perso amici francesi, spagnoli e marocchini. Non smetterò mai di lottare affinché siano riconosciuti i diritti delle vittime, di tutte loro. E’ il modo per dimostrare a tutti e agli stessi assassini che noi in Marocco siamo persone per bene e che la loro presenza non è gradita nella nostra società.

L’attentato che è costata la vita a quasi tutta la sua famiglia si è verificato in un centro sociale spagnolo, La Casa de España di Casablanca. Le vittime hanno avuto appoggio dal governo spagnolo, oltre le condoglianze i giorni successivi ai fatti?

No, nessuno. I contatti successivi, una volta creata l’associazione 16 Maggio, sono stati con le associazioni spagnole delle vittime del terrorismo. Tutte si sono dimostrate molto rispettose con noi, condividendo il nostro dolore. Non bisogna dimenticare che, tra le vittime, vi erano anche degli spagnoli e che la sofferenza era la stessa. Dover vivere con questo è molto difficile. Il governo spagnolo non è stato molto generoso quando ha dovuto onorare le nostre vittime; con ciò, non vogliamo mendicare nulla, ma speravamo soltanto nel riconoscimento dei cittadini marocchini che hanno perso la vita negli attacchi e a quelli che, negli altri casi, sono rimasti segnati per sempre, sia fisicamente, che psicologicamente, e quel genere di ferite non si curano tanto facilmente.  Sappiamo che l’obiettivo era fare il maggior danno possibile agli interessi stranieri nel mio paese. Non possiamo impedire che questi crimini siano commessi nel territorio marocchino ma il silenzio della Spagna ci è sembrato offensivo. Sappiamo che anche gli spagnoli hanno sofferto per via degli attentati terroristici come quelli avvenuti qui. L’11 Maggio, Madrid è stata teatro di uno degli attacchi più crudeli e codardi in cui morirono molti innocenti. La Spagna è un paese molto sensibile di fronte al dramma della sofferenza delle vittime del terrorismo.

Ora che è stata creata l’associazione a livello nazionale in Marocco, spera che il governo vi contatti?

Noi non perdiamo la speranza che il governo spagnolo ci chiami per parlare del riconoscimento alle vittime marocchine degli attentati commessi contro gli interessi spagnoli in Marocco. Sarebbe come  riconoscere tanti anni di sofferenza in modo ufficiale, sebbene in modo simbolico; un encomio ad esempio, manterrebbe vivo il ricordo dei caduti, non solo di quella notte, ma di tutti gli attentati estremisti compiuti in Marocco.

Le indagini successive agli attentati si cono concluse con la detenzione di più di 3.000 presunti terroristi; tra loro ragazzi di poco più di 20 anni e, di questi, 17 sono stati condannati alla pena capitale. Pensa che sia stata fatta giustizia?  

Credo che di fronte a situazioni simili, non si faccia mai giustizia in questo modo. Dei cinque attentati avvenuti quella notte, tutti gli autori materiali sono stati catturati e negli altri casi sono stati uccisi dalle forze dell’ordine o si sono immolati negli attacchi. In realtà, molte delle “menti” sono state catturate e giudicate per i crimini commessi nelle date successive a quel giorno. I veri colpevoli sono coloro che instillano odio ai giovani di quartieri periferici affinché commettano tali atrocità.

Come stanno le vittime, dopo quanto accaduto?

Non molto bene, in ogni senso. Grazie alla mediazione del Re Mohamed V,  in un decreto regio i figli delle vittime degli attentati sono stati nominati “cittadini protetti” . Ogni vittima è stata anche risarcita con 500.000 Dirhams (quasi 48.000 €). Ma ciò non è mai sufficiente di fronte a una tragedia come questa. Ci sono persone che non hanno ancora recuperato e le poche risorse a disposizione non bastano per affrontare la situazione. Per questo stiamo lottando: contro l’oblio e l’emarginazione delle vittime.

Quali sono le misure dell’Associazione al fine di prevenire situazioni in cui giovani con pochissime risorse e livello d’emarginazione elevato possano cadere in mano ad integralisti finendo per commettere crimini indiscriminati?

Personalmente sto dedicando il mio tempo a percorrere luoghi diversi del Marocco e visitare scuole e istituti pubblici. Cercare di sensibilizzare i bambini e i giovani che l’istruzione è la forma migliore per evitare che cadano nelle mani del fondamentalismo religioso. Studiare e formarsi come persone affinché nessuno possa ingannarli in alcun modo. Il mestiere di docente è molto importante.  Anche i genitori devono fare attenzione coi figli, qualora vedessero un comportamento strano che possa indurli a pensare che siano stati individuati da queste organizzazioni. Siamo sostenuti dal governo marocchino in tale progetto, ma a tali livelli si può fare sempre di più. L’associazione sta lavorando al fine di costruire un monumento alle vittime del terrorismo, in modo che tutti possano andare a rendere omaggio alle persone decedute senza alcun motivo. Credo che con l’aiuto di tutti, ci riusciremo.

Per finire, Souad el Begdoury desidera lasciare un messaggio:

“Lasciate vivere la gente in pace. Una madre non deve vedere la sepoltura del proprio figlio, è contro natura. Questa cicatrice che rappresenta il terrorismo ha portato alla società soltanto sofferenza e paura. Tutti i paesi del mondo sono minacciati dall’intolleranza e dall’imposizione dell’estremismo. Dobbiamo unire le nostre forze per combatterlo e farlo dalle nostre vite il più presto possibile”.

 

Traduzione dallo spagnolo di Cristina Quattrone

Categorie: Africa, Interviste, Pace e Disarmo
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