La propagazione transgenerazionale dei traumi, o la grande ombra della guerra

05.02.2016 - Johanna Heuveling

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Tedesco

La propagazione transgenerazionale dei traumi, o la grande ombra della guerra

Da alcuni anni in Germania cresce l’attenzione per un tema particolare, a settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale. Mentre già alla fine degli anni novanta si parlava di figli della guerra, soggetti al lungo silenzio, alla repressione delle esperienze dolorose o dei sensi di colpa, si riconosce ora la trasmissione del trauma dei figli della guerra ai propri figli, nipoti della guerra. Questo evento non è importante solo per il fatto che ciascuno può andare al fondo dei propri problemi personali e della propria storia famigliare, ma anche per la riconciliazione e la maturazione di quanti comprendono ciò che li angoscia, la persecuzione e la violenza causate attraverso le generazioni e, di conseguenza, per utilizzare questo apprendimento nell’offrire oggi protezione e assistenza ai rifugiati e alle vittime di violenza.

Negli anni ottanta e novanta siamo stati sommersi da documenti che trattavano nel dettaglio tutti gli aspetti del nazismo e gli orrori del terzo Reich. Si realizzavano interviste a esperti, testimoni dell’epoca raccontavano le loro esperienze, si mostravano video. Fu una fase necessaria per superare il passato, ma rimaneva ad un livello molto intellettuale; è ora di passare ad una nuova fase. La generazione della guerra non c’è più, e i figli di questa generazione sono ora anziani che, in maggioranza, preferirebbero fare un bilancio delle proprie esperienze passate. Anche i nipoti della guerra, coloro che hanno ora tra i 35 e i 50 anni, cominciano ad interessarsi alle cause dei loro problemi e alla storia famigliare dei propri genitori. Nessuna meraviglia, pertanto, che questo problema si ponga ora e rappresenti un’opportunità per molti di avvicinarsi al passato delle proprie famiglie.

Molte ricerche sono state fatte e molto si è scritto sulle vittime della seconda guerra mondiale, soprattutto sui sopravvissuti dell’Olocausto e sulla sofferenza delle generazioni successive sulle cui spalle pesano i ricordi traumatici dei propri nonni. Benché i sopravvissuti dei campi di sterminio non comprendano i figli della guerra tedeschi, anche questi ultimi hanno attraversato esperienze terribili, senza colpa alcuna, durante le fughe o nelle notti di bombardamenti. Anche loro hanno sofferto fame, malattie, morte, perdite, ed estrema violenza.

Tuttavia, lo studio dell’impatto di queste esperienze sui bambini e sulle generazioni future è stato a lungo un tabù. Da un lato, perché si temeva potesse essere visto come una svalutazione della sofferenza delle vittime del nazionalsocialismo, ma anche perché i sentimenti di vergogna e i sensi di colpa all’interno della famiglia si mantenevano segreti. Questo ci si aspettava dalla generazione dei figli della guerra, quelli nati tra il 1930 e il 1945: che dimenticassero rapidamente i terribili eventi.

Oggi ne sappiamo di più e sappiamo che l’esperienza della destabilizzazione e del fallimento e le sensazioni di impotenza e di solitudine portano i bambini ad avere disturbi psicologici drammatici nell’età adulta. Più giovani sono al momento del trauma, più gravi risulteranno i disturbi. Molti figli della guerra hanno sofferto per tutta la vita di ansia, depressione e un continuo senso di abbandono, paura di vivere, paura dell’abbandono, alcolismo e altre dipendenze, spesso senza sapere da cosa derivino questi problemi.

Sabine Bode, autrice del libro La generazione dimenticata afferma che la novità ora risiede non nella consapevolezza di come siano i bambini a soffrire maggiormente della violenza di massa, ma nel fatto che un’intera generazione passata attraverso una esperienza drammatica non ne è turbata non avendo avuto alcun accesso emotivo a questa esperienza.

È ovvio che quelle non erano le migliori condizioni per crescere i figli. I nipoti della guerra raccontano come i loro genitori non fossero mai accessibili a loro emotivamente, davvero mai, perennemente presi da se stessi e persi nei propri pensieri. Così, hanno compensato con i consumi e molto lavoro. Per di più, i bambini cresciuti in una situazione instabile hanno spesso assunto il ruolo dei genitori, sentendosi responsabili per l’atmosfera che si respirava in casa e cercando di aiutare a risolvere qualcosa che non sapevano cosa fosse né capivano da dove derivasse. I genitori continuavano a richiedere l’attenzione dei figli fino all’età adulta, tanto che spesso i figli non potevano allontanarsi dalla casa dei genitori senza un senso di colpa. Del passato non si parlava, pur essendo per molti presente. La guerra non era mai un argomento da trattare e, quando accadeva, lo si faceva in modo molto vago e impersonale.

Questi genitori non sono stati in grado di offrire ai figli né sostegno genitoriale né orientamento, crescendoli con frasi vuote come: “Voi vivete molto meglio di noi”, “A voi va tutto bene”. Di conseguenza, la generazione dei nipoti ha avuto molte difficoltà nell’affrontare la vita e darle un significato. Molti si sentono tuttora disorientati e soffrono di superlavoro, povertà emotiva, mancanza di relazioni, solitudine, per arrivare alla depressione profonda e ad attacchi di panico, che secondo molti terapeuti risultano spesso essere trasferimenti diretti delle peggiori esperienze del padre o della madre.

Non riescono a capire da dove provengano i loro problemi. Hanno sempre vissuto bene, senza guerra né sofferenza, cresciuti in una delle migliori società possibili. Chiamati anche i bambini della nebbia, vagano attraverso la vita alla ricerca di risposte che i loro genitori non sono in grado di dare.

Tutto questo ci fa capire come la guerra proietti una grande ombra. Quando pensiamo alle guerre attuali e ai continui combattimenti in Siria, Palestina, Libia, Congo, Somalia e così via, dobbiamo tenere a mente, innanzitutto, i bambini che crescono in situazioni di instabilità, superlavoro, tra le paure dei genitori e le esperienze traumatiche. Se voltiamo lo sguardo indietro ci rendiamo conto che abbiamo danneggiato l’umanità per molte generazioni, e dobbiamo fare tutto il possibile per offrire a coloro che fuggono da questi conflitti una casa sicura in modo che possano superare al meglio i loro traumi.

Letture consigliate:

  • “Nebelkinder” di Michael Schneider y Joachim Süss, ed. Europa.
  • “Kriegsenkel: Die Erben der vergessenen Generation“ di Sabine Bode, ed. Klett-Cotta.

Traduzione dallo spagnolo di Giuseppina Vecchia per Pressenza

Categorie: Pace e Disarmo, Salute
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