La lotta contro le mutilazioni genitali femminili

12.10.2015 - Milena Rampoldi

La lotta contro le mutilazioni genitali femminili
(Foto di Promosaik)

Una bellissima intervista realizzata insieme a Soad Ibrahim dell’associazione italiana CESIE che si occupa di combattere il fenomeno brutale della mutilazione genitale femminile. ProMosaik e.V. aveva parlato del fenomeno in altri due articoli della collega Antonietta Chiodo. Vedi tra l’altro: 
http://promosaik.blogspot.it/2015/09/antonietta-chiodo-visita-la-nostra.html

Quali sono le strategie migliori per combattere le mutilazioni genitali femminili?

E’ difficile generalizzare su quali siano le migliori strategie per combattere le MGF. Per quanto riguarda il progetto REPLACE 2, finanziato dalla Commissione Europea sotto il programma Daphne, è stata adottata la strategia di coinvolgere direttamente i membri delle comunità coinvolte, cercando di creare un maggior senso di appartenenza alla comunità all’interno di esse, favorendo così la condivisione di informazioni sulla pratica. Questo ha contribuito a sviluppare una maggior consapevolezza sulle cause e gli effetti che questa pratica comporta. Inoltre il progetto, dopo una lunga fase di ricerca, ha previsto degli interventi in ogni paese partner, pensati ad hoc per le rispettive comunità con lo scopo di creare una strada che porti verso la fine delle mutilazioni e che nasca proprio all’interno delle comunità coinvolte.
Quali sono i pregiudizi errati che permettono che la pratica non venga sradicata?

In diverse culture che la esercitano, il pregiudizio principale riguarda lo status della donna che non si è sottoposta alla pratica. Si pensa infatti che la donna non circoncisa sia inevitabilmente destinata ad una vita libertina da un punto di vista sessuale e questo le impedirebbe di trovare un marito e quindi un status socialmente approvato all’interno della sua cultura. Questo pregiudizio causa il fatto che spesso le donne stesse vogliano perpetuare la pratica per non andare incontro ad una vera e propria emarginazione sociale.

Dall’altra parte i pregiudizi non mancano da un punto di vista europeo, cioè di una cultura che non pratica le mutilazioni genitali femminili quindi è estranea dal capire le motivazioni storiche e culturali legate ad essa. Spesso in Europa si pensa che la pratica sia insita nella religione islamica e quindi, visto che è un fattore religioso, è impossibile sradicarla.

Dall’esperienza del progetto REPLACE 2, abbiamo imparato che le mutilazioni avvengono anche in culture di religione cristiana e quindi per contrastarle bisogna capire e interagire con il background culturale della cultura specifica che la pratica non tanto della religione dominante legata ad essa.

Che cosa possiamo fare in Italia?

Ciò he serve di più a nostro avviso è il lavoro a diretto contatto con le comunità coinvolte. Creare programmi di supporto per le comunità di immigrati che vivono in Italia ma anche di integrazione con la comunità locale, spazi dedicati all’aggregazione delle donne affinché possano condividere la loro esperienza e sentirsi supportate a livello medico, psicologico per affrontare l’esperienza della mutilazione.

Che importanza ha l’informazione e la messa in rete tra associazioni per combattere questa pratica?

L’informazione è sempre fondamentale ma è importante che sia fatta con criterio senza contribuire a rinforzare i finti stereotipi di cui ho accennato prima ma rinforzando l’idea che sì la pratica in sé è terribile ma non ci sono buoni o cattivi nel perseverarla piuttosto persone che vivono i condizionamenti culturali senza neanche esserne consapevoli. La rete di associazioni in questo potrebbe essere di rilevante importanza per aprire la strada verso la fine della pratica, una strada che nasca e si sviluppi proprio nei contesti urbani delle nostre città dove la pratica apparentemente ancora esiste fra le comunità di immigrati che vivono in Italia.

Fondamentale, ed è proprio quello che servirebbe, una rete di supporto attiva, pee rendere consapevoli le stesse comunità sul perché praticano questo e su valide alternative per smetterla soprattutto una volta inseriti nel contesto europeo.
ProMosaik e.V. sostiene che nessuna religione prescrive questa pratica orrenda. Come facciamo a spiegare alle persone la differenza tra religione e tradizione?

Non ci sono religioni e tanto meno testi sacri che promuovono la pratica.

Bisognerebbe spiegare che le religioni in quanto tali sono volte sempre verso l’amore e l’unione, e quindi sarebbe illogico pensare ad una religione che promuove una pratica violenta come la mutilazione genitale femminile. Sono poi le interpretazioni dell’uomo che creano deviazioni a loro piacimento, perpetuandole a tal punto da entrare in un altro ambito che è proprio quello della tradizione.

La tradizione è così incarnata dentro la vita e la percezione dell’individuo perché attraverso di essa l’individuo trova conferma di appartenere al proprio gruppo, tanto da mettere poi la religione in secondo piano. Fare chiarezza sulla differenza tra le due sicuramente aiuterebbe le persone ad osservare in modo più obiettivo le cose.
Che obiettivi avete raggiunto e che cosa vorreste raggiungere in futuro?

Abbiamo raggiunto diretti contatti con la comunità coinvolta nel progetto e creato degli interventi mirati a far sì che i membri della comunità acquisissero consapevolezza del perchè contina ad esistere questa pratica all’interno della propria cultura. Abbiamo quindi, insieme a loro, proposto vie alternative per superare i condizionamenti culturali e quindi il perseverare della pratica. Tutto questo ha portato ad una maggiore consapevolezza delle persone, soprattutto delle donne. Possiamo dire di avere piantato un primo seme verso la fine delle mutilazioni genitali femminili.

REPLACE 2 è stato il primo progetto totalmente focalizzato sul tema delle MGF in cui il CESIE è stato coinvolto ma sono tanti altri i progetti in cui l’associazione lavora per combattere la violenza contro le donne. Sicuramente vogliamo continuare a lavorare a stretto contatto con le comunità coinvolte in questa e in altre pratiche che vedono donne vittime di violenza, essere coinvolti in progetti che affrontino queste tematiche in modo tale da svilppare una rete europea di associazioni ed enti attivi per porre fine a queste violenze nel tempo.
Presentazione del CESIE:

Il CESIE è stato fondato nel 2001, ispirato dall’impegno del sociologo, educatore e poeta Danilo Dolci (1924-1997).

Il CESIE ha trasferito molti aspetti chiave del lavoro di Danilo Dolci nelle proprie attività educative, tra cui l’Approccio Maieutico Reciproco (metodologia dialettica di indagine e di autoanalisi popolare) creato e testato da Dolci per molti anni.

Il lavoro del CESIE si fonda su:

  • Ricerca sulle necessità e le sfide sociali
  • Utilizzo di approcci di apprendimento innovativi per rispondere a queste necessità.

In questo modo, il CESIE collega attivamente la ricerca con l’azione attraverso l’utilizzo di metodologie di apprendimento formale e non-formale, che includono:

  • L’Approccio Maieutico reciproco definito da Danilo Dolci come “processo di esplorazione collettiva che considera l’esperienza degli individui e l’intuizione come punto di riferimento”
  • Tecniche di Pensiero Creativo che stimolano la generazione di idee, problem-solving e la capacità di pensare fuori dalla scatola individualmente e in gruppo

Il CESIE crede nell’educazione che alimenta la crescita economica. L’educazione quindi promuove il benessere individuale e lo sviluppo economico delle società, stimolando l’innovazione e l’imprenditoria.

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Categorie: Africa, Europa, Interviste, Nonviolenza
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