Israele e Palestina visti da un’umanista

30.03.2015 - Johanna Heuveling

Quest'articolo è disponibile anche in: Tedesco

Israele e Palestina visti da un’umanista

A scuola abbiamo sempre imparato che si ottengono  dei bei voti in un compito solo se si rappresenta cocciutamente un solo punto di vista, opponendosi a tutti gli altri. La mia inclinazione originaria di voler considerare sempre le cose da tutte le prospettive, di sviluppare la comprensione per ogni atteggiamento e di far valere diverse verità veniva sempre punita con brutti voti.

Giunta in Israele-Palestina, mi accorgo di aver imparato una verità sbagliata. Infatti sono troppe le persone ad avere il loro punto di vista scolpito nella pietra; secondo loro tutti gli altri – ebrei, arabi, israeliani, palestinesi – avrebbero torto, apparterrebbero alla cultura sbagliata, sarebbero parte di una religione e tradizione violenta e sarebbero dunque opposti a noi in modo inconciliabile. “Il minimo assoluto che sarebbero disposti a darci è lontanissimo dal massimo che saremo disposti a dare noi”.

Da umanista comunque ho imparato che cercare di comprendere gli altri costituisce la base per costruire un rapporto umano e riconciliarsi con tutte le cose orribili commesse da entrambe le parti. Il colloquio personale costituisce la forma di base per permettere un avvicinamento tra le persone, allontanate dai paroloni dei politici e dei capi, dai grandi titoli dei media o da prediche colme di odio.

“Non posso conoscere gli israeliani”

Proprio la possibilità di conoscersi negli ultimi anni e decenni è stata resa sempre più difficile. “Non posso conoscere gli israeliani”, mi dice Rana di Betlemme. “Loro qui non vengono ed io non posso andare di là.”

Rana presso il muro di Betlemme

Betlemme è ad un passo da Gerusalemme, ma è separata da un muro invalicabile per i suoi abitanti, costruito tra la Cisgiordania e Israele e da un check point che possono attraversare solo quei pochi che possiedono un’autorizzazione speciale. Il padre di Rana ha lavorato a Gerusalemme come cuoco per mezza vita. Dopo la chiusura della frontiera non ha ricevuto più l’autorizzazione a fare la spola tra Gerusalemme e Betlemme e di conseguenza è rimasto per anni senza un lavoro fisso. Gli unici israeliani che giungono a Betlemme sono soldati. “Agli israeliani il governo inculca che venire qui sarebbe pericoloso. Invece non hanno nulla da temere”, afferma Rana.

Check point tra Betlemme e Gerusalemme

Questo muro di Betlemme, costruito in modo molto rapido  nel 2005, come berlinese mi ha colpito particolarmente. Rana mi dice che non si era neppure accorta dei lavori di costruzione. “Era un progetto previsto da tempo ed è stata un’azione alquanto rapida”. La maggior parte degli israeliani, persino quelli di sinistra, come ad esempio lo scrittore Amos Oz, membro di Peace Now, sono a favore di questi impianti di sbarramento perché hanno paura.

I volontari pacifisti internazionali cercano di mitigare le conseguenze peggiori

Il problema principale consiste nel fatto che lo sbarramento non segue la linea verde – la linea di confine tra Israele e la Cisgiordania, pattuita in occasione dell’armistizio del 1949 – ma in parte penetra profondamente nel territorio palestinese, evidenziando a volte un percorso del tutto intrecciato. A Betlemme separa il settore intorno al santuario ebraico della tomba di Rachele dal resto della città, rendendo la vecchia strada commerciale principale una zona fantasma. Circonda case ai cui abitanti è vietato alzare le tapparelle o andare sul tetto, visto che le guardie israeliane temono i tiratori scelti. Due giorni prima della mia visita un diciottenne è stato ucciso perché di mattina si trovava sul tetto nei pressi del muro.

Torre di controllo con tracce di ordigni incendiari e colorati

Altre case sono state demolite perché si diceva fossero troppo vicine al muro. Alcuni campi non si potevano più raggiungere e dunque neppure coltivare. “Vige una legge secondo cui un terreno che non viene utilizzato per alcuni anni passa allo stato. Bloccando l’accesso ai campi, gli israeliani si appropriano della terra”, mi dice Rana.

Come sul Muro di Berlino: un amaro senso dell’umorismo

La piccola Rana, alquanto agile, si impegna in progetti di nonviolenza a sostegno di contadini e famiglie colpiti da tali misure. Organizza gruppi di volontari internazionali che aiutano a raccogliere le olive in campi del tipo spiegato prima e a ricostruire le case demolite. “I volontari internazionali ci aiutano a raggiungere i campi e a terminare la costruzione delle case”.

Una casa, circondata dal muro su ben tre lati e i cui abitanti del secondo piano hanno il divieto di alzare le tapparelle.

Betlemme si impegna molto a ridurre al minimo le conseguenze del muro sull’economia della cittadina, che tanto dipende dal turismo. “Finché viviamo in pace, stiamo bene”, dice Rana. In tempi di pace infatti vengono i turisti. La città sostiene i proprietari dei negozi del centro, affinché possano tenere aperti i loro negozi. Da quando esiste il muro, si organizza anche la maratona annuale di protesta“Right to Movement”.

Percorso del muro a Betlemme (linea nera).

Quasi apolide

La situazione della Cisgiordania continua a essere alquanto complicata. Ci sono tre zone che permettono diversi livelli di autonomia al governo palestinese, ma nella maggior parte della Cisgiordania l’esercito israeliano continua a esercitare il controllo. Le zone sono intrecciate come un mosaico e a volte neanche i residenti sanno da che parte si trovano. Gli israeliani non possono recarsi nella zona di autonomia totale. Non sono i palestinesi a vietarlo, ma il governo israeliano che adduce motivi di sicurezza. Quando Rana desidera viaggiare, deve recarsi all’aeroporto di Amman e l’autorità palestinese le rilascia un documento da viaggio, che comunque non ha la validità di un passaporto. È praticamente apolide.

Rana spera che la Palestina diventi indipendente. “In questo modo molto cambierà in meglio”. le chiedo se non ha paura che vadano al potere dei musulmani fondamentalisti che potrebbero opprimerla come cristiana. “No, viviamo in pace con i musulmani”. Molti cristiani se ne vanno, non per paura dei loro vicini, ma per colpa delle limitazioni di movimento. Rana ci racconta anche dello Stato Islamico, che non si trova poi tanto lontano. E si sa quello che succede là ai cristiani.

Prigionieri della propria paura e rinchiusi nel proprio paese

Il secondo grosso problema, oltre al percorso difficoltoso del muro, sono gli insediamenti  israeliani nel territorio della Cisgiordania, resi possibili solamente con il massiccio sostegno del governo e la protezione dell’esercito. Dalla casa di Rana si vede Har Homa, un insediamento costruito come una fortezza sulla montagna di fronte. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha aperto un dibattito su quest’insediamento. Tutti i paesi membri si sono espressi contro la la sua presenza, ma gli USA sono ricorsi al diritto di veto.

Il controverso insediamento di Har Homa visto dalla casa di Rana.

Chiedo a Rana di avvicinarci un po’, ma scuote la testa in modo impetuoso. “Non lo permetterebbero”. “Che cosa succederebbe?” chiedo. Vedo che c’è un lungo percorso senza steccato e senza cartelli. “Ci rimanderebbero indietro”.  Ma a chi appartiene questa terra? Perché possono semplicemente cacciarci via? “Questo non conta, verrebbero comunque. Quando si tratta di sicurezza, fanno tutto.” Mi chiedo per quale motivo costruire un insediamento talmente isolato nel mezzo di un territorio considerato nemico e pericoloso. “Alla fine sono gli israeliani che si rinchiudono da soli. In fondo mi fanno pena. Sono prigionieri della loro paura e chiusi dentro al proprio paese”, dice Rana.

Una storia costante di espulsione, espropriazione e massacri

Rana mi mostra anche i campi profughi di Betlemme che nel frattempo – dopo ben 70 anni di espulsione – si sono trasformati in veri e propri quartieri che appaiono più scalcinati e stretti dei quartieri normali. Ovunque si percepisce la rabbia nei confronti dell’occupazione israeliana e delle espropriazioni del passato. Ci sono liste dei bambini uccisi a Gaza scritte sui muri delle case e sul portone si vede una grande chiave – il simbolo delle espropriazioni.

Entrata nel campo profughi Aida: la chiave come simbolo dell’espropriazione

I campi più vecchi risalgono alla guerra del 1948, scoppiata tra arabi ed ebrei il giorno della proclamazione dello Stato di Israele da parte di Ben Gurion. A quei tempi gli arabi non volevano accettare la soluzione dell’ONU che proponeva due stati, incitando a “gettare gli ebrei in mare” o a “farli affogare nel loro sangue”. Gli ebrei erano appena sfuggiti all’olocausto, non volevano farsi nuovamente uccidere senza difesa e hanno deciso di combattere per la terra che era finalmente loro e che consideravano un ultimo rifugio.

Lista dei bambini uccisi a Gaza la scorsa estate

Entrambi le parti hanno subito dei terribili massacri; gli ebrei sono stati scacciati da molti insediamenti e uccisi e così anche gli arabi che ora vivono nell’attuale territorio israeliano. Molti hanno abbandonato i loro averi e sono fuggiti. Molti sperano ancora oggi di poter ritornare nelle vecchie case sul lato israeliano e trasmettono le chiavi di generazione in generazione e così anche l’ira e il desiderio di vendicarsi. Per comprendere il massacro della guerra del 1948, è utile la lettura di Amos Oz, che nella sua opera “Una storia di amore e di tenebra” scrive:

Nella vita di una singola persona e nella vita di interi popoli scoppiano i conflitti peggiori, spesso tra due popoli perseguitati. È un desiderio credere nella solidarietà tra perseguitati ed oppressi per combattere il loro orrendo nemico comune.[…] Spesso l’uno nell’altro non vede un compagno avente lo stesso destino, ma la brutta faccia di un comune persecutore.

Forse è anche il caso nel conflitto quasi centenario tra arabi ed ebrei: l’Europa che oppresse gli arabi con l’imperialismo, il colonialismo, lo sfruttamento e l’oppressione, è la stessa Europa che perseguitò e oppresse gli ebrei e poi lasciò fare i tedeschi o persino li sostenne quando iniziarono a deportare gli ebrei da intere regioni del continente per sterminarli. Ma gli arabi in noi non vedono un mucchio mezzo isterico di sopravvissuti, ma una nuova propaggine arrogante dell’Europa tecnologicamente superiore, sfruttatrice e colonialista che con astuzia – questa volta vestita da sionista – è ritornata in Oriente per sfruttarlo, espropriarlo e opprimerlo nuovamente. E noi in loro non vediamo le vittime come noi, i fratelli sofferenti, ma i cosacchi che vogliono sterminare gli ebrei, degli antisemiti assetati di sangue, dei nazisti travestiti, come se fossero i nostri persecutori europei riapparsi qui in Israele, dopo essersi messi una kefia intorno alla testa e esseri lasciati crescere i baffi, rimanendo comunque assetati di sangue ebraico e desiderosi di tagliarci la gola per puro divertimento.

Targa nel centro storico di Gerusalemme, che testimonia il passato terrorista dell’esercito israeliano.

Miscela tra generosità orientale e pensiero liberale

Dopo il mio ritorno nella parte israeliana del paese ho avuto dei colloqui intensi. Gli israeliani come li ho conosciuti sono aperti, pronti al dialogo, diretti e pronti a dire la loro. La maggior parte ha una buona cultura generale ed è ben informata. Noto che si tratta di una società molto vivace, aperta e libera, in cui la gente ha rapporti dinamici con gli altri. In realtà si tratta di una buona miscela tra generosità orientale e pensiero liberale. Comunque non ho parlato con gli ebrei ortodossi.

Giovani artisti di strada a Zikhron

Si tratta di una società che si è impegnata moltissimo per l’integrazione. Infatti sono giunti in Israele ebrei da tutti i continenti, aggiungendosi agli ebrei arabi che già vivevano qui. La maggior parte doveva ancora imparare l’ebraico e molti di loro erano del tutto traumatizzati.

Capisco subito quanto devono essere stati pesanti i sensi di colpa di coloro che sono sopravvissuti all’Olocausto e non sono riusciti a proteggere le loro famiglie, fuggendo senza combattere e anche la grande frattura tra questa generazione di vittime e i loro figli cresciuti in Israele, decisi a non fuggire mai più senza combattere.  Nei suoi racconti brevi Kishon parla spesso di una giovane generazione israeliana vitale e decisa che non capisce i suoi genitori, che a loro volta non la capiscono. Il filosofo ebreo Leibovitz rinfaccia ai suoi connazionali di non aver imparato nulla dall’Olocausto. Io penso che abbiano imparato abbastanza. Ma hanno imparato le cose giuste?

Una misura preventiva consiste nel servizio militare obbligatorio per tutti i ragazzi e tutte le ragazze dopo la conclusione della scuola. L’esercito è l’istituzione più visibile del paese. Soprattutto durante i fine settimana alle stazioni e nei treni si vedono grandi gruppi di militari in uniforme e con le mitragliette. Questo panorama per uno straniero più che rassicurare incute insicurezza, ma la famiglia che mi ospita dice che non ci sono mai stati problemi con i militari armati.

Soldati armati alla stazione di Binyamina

Israele è un paese per gli ebrei e non per tutti

Purtroppo l’integrazione non si estende a tutti i gruppi della popolazione. Araba ed ebrei vivono separatamente in villaggi e quartieri propri, con scuole separate. Chi vuole questa separazione? “Gli arabi non accettano ebrei nelle loro città”, mi dice Malcolm, un signore anziano che in passato ha lavorato per l’Istituto degli studi strategici che tra l’altro offriva servizi di consulenza all’esercito.

Per cristiani ed ebrei il servizio militare non è obbligatorio. Il signore che mi ospita mi dice: “Legalmente ebrei e musulmani sono uguali, ma di fatto non è così. In verità gli arabi israeliani sono le vere vittime della situazione attuale, in quanto hanno perso la loro identità e sono isolati. Qui in Israele vivono bene, grazie alle buone infrastrutture, alle ottime possibilità di formazione e alla libertà di cui godono e che non avrebbero mai nei paesi arabi, ma allo stesso tempo qui non verranno mai accettati del tutto. Non vogliono trasferirsi nei paesi arabi, ma non vogliono neppure combattere contro i loro fratelli. Il problema è che Israele è uno stato per gli ebrei e non per tutti”.

Il conflitto costante ostacola l’integrazione. Finché Israele si trova in una condizione di guerra, gli arabi vengono generalmente sospettati e non possono far veramente parte della società.

Un amico israeliano mi racconta di suo figlio. Hanno amici musulmani i cui figli giocano con i loro figli. Durante i mesi della guerra di Gaza dell’anno scorso anche nella parte meridionale di Haifa suonavano le sirene, visto che i missili da Gaza hanno colpito diverse volte  una centrale elettrica nelle vicinanze. Si sentivano i lanci dei missili del sistema di difesa israeliano “Iron dom” e i bambini avevano paura. I genitori gli hanno spiegato il perché di questa guerra; a quel punto il loro figlio di 10 anni non ha più voluto giocare con i suoi amici musulmani e loro non sono riusciti a convincerlo neanche con lunghi discorsi. “Nulla mostra più chiaramente la condizione della nostra società come un bambino con genitori tolleranti che sviluppa pregiudizi”.

Far nascere una prospettiva normale

Anche se il servizio militare non sembra facile, praticamente tutti mi dicono che è stato un bellissimo periodo, in cui hanno stretto amicizie per la vita e sono diventati adulti.

Per loro la costante presenza di soldati e di controlli di sicurezza è una cosa normale. Ma la guerra, come quella della scorsa estate a Gaza, è una situazione eccezionale che coinvolge tutti, visto che “tutti hanno un ragazzo o una ragazza tra i parenti che devono andare a Gaza e dunque si preoccupano”. “Le prime tre settimane, in cui sono entrati a Gaza, sono state terribili. Non so come ho fatto a superare quel periodo,” mi racconta la madre di un ragazzo che sta facendo il servizio militare. Lui stesso racconta: “Fra poco finiamo il servizio militare e poi con un paio di amici farò un viaggio per il mondo per un anno. La maggior parte di noi  lo fa. E’ necessario  per riacquistare una prospettiva normale sul mondo dopo il servizio in guerra”.

Ragazzi armati in treno durante il loro servizio militare

Ma nessuno mette in dubbio l’esercito o il servizio militare. Tutti sembrano convinti che sia l’unica possibilità per proteggere Israele dalla distruzione araba.

Quando racconto del muro, tutti scrollano le spalle con rammarico. Non lo trovano un provvedimento bello, ma necessario, se segue la frontiera pattuita. Mi parlano degli attentatori suicidi. Anche alla fermata dell’autobus dove mi trovo ogni giorno sarebbe saltato in aria un attentatore che avrebbe ucciso quattro ragazze. Poi ci sarebbe stata una fase in cui gli attentatori si lanciavano con dei veicoli nel mezzo di masse di persone. Secondo loro il fatto che al momento non vi siano tali atti di violenza sarebbe da riportare ai confini, ai controlli intensi e alla presenza di soldati armati. Rana non ritiene sia questo il motivo. Piuttosto sono i palestinesi ad aver preso la decisione intelligente di non perseguire i loro obiettivi in questo modo per non farsi screditare a livello internazionale.

Gaza sarebbe diventata un paradiso

“Devono dare finalmente ai palestinesi quello che vogliono”, dice il signore che mi ospita, “il loro stato indipendente”. Come molti non è d’accordo con gli insediamenti ebraici e con l’occupazione della Cisgiordania. Ma non tutti la pensano così. E anche lui non crede che l’indipendenza darà ai palestinesi la benedizione che sperano.

Si ricorda di Gaza. “Avrebbero potuto rendere Gaza un paradiso. Con tutti quei soldi entrati  in quel piccolo paese. Hanno le spiagge più belle. Avrebbero potuto costruire impianti alberghieri, i vacanzieri sarebbero arrivati in massa, entro breve il loro paese sarebbe fiorito, offrendo lavoro a tutti e una bella infrastruttura, ecc. Ma hanno deciso di combattere. Ora hanno introdotto la legge islamica, gli oppositori politici si scacciano a vicenda dalle case e spesso si hanno delle esecuzioni pubbliche in presenza di bambini”. E adirato aggiunge: “E poi arrivano questi europei e ci criticano per come trattiamo i palestinesi”.

Paura e misure di sicurezza

La paura della persecuzione e della distruzione non proviene dalle guerre contro gli arabi e neppure dagli attentati, anche se questi la confermano e la rafforzano. “L’Europa non ci voleva. Ci sterminavano, ancora molto prima che i tedeschi iniziassero a sterminarci del tutto, sostenuti da numerosi altri paesi. Sembra che noi ebrei abbiamo qualcosa che non viene accettato da nessuna parte… e dunque ci perseguitano e ci scacciano dappertutto”, mi dice Malcolm con un’espressione addolorata e rassegnata. Poi, guardandomi direttamente negli occhi, aggiunge: “Ho sentito che i giovani tedeschi sono stufi di essere colpevoli e di assumersi la responsabilità.” Sento sulle mie spalle il peso di interi secoli e comprendo che almeno per lui nulla è passato e perdonato.

Quasi tutti vedono un futuro alquanto nero. Anche se Netanyahu venisse deposto,  la Palestina finalmente fosse riconosciuta e si abbandonassero gli insediamenti ebrei, hanno poca speranza che arrivi la pace con i loro vicini. Non credono nella capacità degli arabi di costruire uno stato giusto e democratico, che prenda le distanze dalla violenza, che abbandoni le sue pretese sul territorio israeliano interno, la sua ira e le sue esigenze di vendetta. Hanno una fede molto forte nell’immutabilità del loro destino, nello stigma degli ebrei e nel carattere degli arabi.

L’impegno a favore della sicurezza è enorme. Tutte le entrate delle stazioni, dei supermercati, degli edifici pubblici, delle caffetterie, ecc., hanno controlli d’accesso e apparecchi di screening. Già a Berlino prima di imbarcarmi sono iniziati i controlli. Interrogatori dettagliati in cui con un abile gioco psicologico si cerca di far perdere la testa a qualcuno per far impaperare tutti i potenziali terroristi. Ho avuto modo di esperimentare l’intera portata degli interrogatori, visto che per le mie ricerche presso il Technion Institute avevo portato delle prove biologiche. Per la sicurezza gli israeliani si impegnano a più non posso.

La costante possibilità che scoppi una guerra viene ponderata ovunque. Gli ospedali hanno piani interrati da trasformare in stazioni funzionanti per trasferire i pazienti in settori sicuri durante una potenziale guerra. Il traffico ferroviario funziona esclusivamente per locomotiva diesel, visto che un sistema elettrico potrebbe essere sabotato. La centrale di controllo della ferrovia si trova sotto terra.

Nel frattempo si vive la propria vita, si fa sport e si organizzano feste di famiglia, ma per quanto riguarda il futuro del paese e la possibilità della pace, si è disorientati e pessimisti. Molti pensano di andarsene negli Stati Uniti o altrove.

L’Europa non riconoscerebbe i segni del tempo

La preoccupazione si estende anche ad altri paesi. Vengo sorpresa da diverse affermazioni quali: “L’Europa avrà una brutta sorpresa. Ben presto verrà colpita dal terrorismo arabo che è già iniziato. In Francia, in Svezia, e persino in Australia. Gli ebrei che ancora vivono in Europa sono ingenui. Che se ne vadano prima possibile,” oppure “La religione musulmana è violenta. Vorrebbe imporre le sue regole al mondo intero, opprimere le donne, privare della libertà le persone, fare delle esecuzioni per strada secondo la legge islamica …” Ecco che cosa mi dicono degli europei ingenui che apparentemente non riconoscono i segni del tempo.

Sanno anche che cosa succede in Germania (ad esempio le manifestazioni di Pegida e le proteste neonaziste contro le case di accoglienza per profughi) e categorizzano tutto secondo il punto di vista israeliano. Non si può negare la prevalenza in tutto il mondo dell’antisemitismo e del fondamentalismo islamico, ma non appena oso dire che i movimenti estremisti di tutti i tempi nella maggior parte dei casi sono da ricondurre a ingiustizie sociali e all’oppressione, che spalancano le porte ai demagoghi, mi fanno cenno di no, dicendo: “L’antisemitismo c’è sempre stato, in tutti ceti sociali. Come avrebbe fatto altrimenti Hitler a realizzare il suo programma?”

Lo stato non si impegna a favore della riconciliazione

Per me è angosciante vedere che nella percezione pubblica mancano altre opzioni che non siano quella del pugno di ferro. Ci sono numerosi microprogetti che cercano di riconciliare ebrei ed arabi. A Haifa un teatro recita pezzi con giovani di entrambi i gruppi. In passato, mi racconta una signora anziana, c’erano campi estivi comuni e programmi di scambio, ma per paura di attacchi terroristici questi sarebbero stati interrotti. Al signore che mi ospita e che ha figli che vanno a scuola, chiedo se ci sono impegni istituzionali volti a mettere in contatto tra loro i ragazzi in qualche programma. Dice di no. Lo stato non fa nulla per riconciliare i gruppi tra loro, neppure in Israele. Si punto solo sull’esercito e sui sistemi di sicurezza, ma le persone dubitano che questa sia veramente la soluzione per garantire la sicurezza a lungo termine.

Progetto teatrale per la comprensione tra le religioni a Haifa

Rana mi racconta del suo incontro con gli unici israeliani che conosce. L’Unione internazionale della riconciliazione a Berlino aveva organizzato un seminario a cui Rana aveva preso parte con altri palestinesi. Tra i partecipanti che provenivano da tutto il mondo si trovavano anche due israeliani. Ogni giorno un gruppo doveva presentare il proprio paese. “Sembrava che gli israeliani e noi raccontassimo due paesi diversi. Avevamo delle prospettive talmente diverse”. All’inizio tra loro regnava il silenzio. “Fino ad allora in verità ci eravamo capiti, ma dopo queste presentazioni gli israeliani hanno preso le distanze da noi. Quando però alcuni giorni dopo bisognava vedere con chi condividere le camere, gli israeliani ci hanno chiesto di condividere la stanza con loro. Ovviamente avevano riflettuto. Non era stato facile per loro capire la nostra prospettiva, ma dopo un po’ l’avevano accettata. E da allora siamo amici”.

Storie come queste mi fanno sperare. Nonostante tutto il pessimismo riguardante il processo di pace ci sono anche spiragli di speranza. Ad esempio con Malcolm, il ricercatore di studi strategici, secondo cui “la speranza non è una strategia” e “tanto l’umanità   verrà presto estirpata”. E dopo aver parlato per ore, salutandomi ha aggiunto: “Sai cosa spero? Spero che la tua realtà trionferà, visto che è più bella della mia. Ho io miei dubbi, ma te lo auguro di tutto cuore”. Nel suo sguardo noto la sua serietà triste, ma vedo anche un po’ di speranza.

Traduzione dal tedesco di Milena Rampoldi Promosaik

Categorie: Medio Oriente, Questioni internazionali
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