Non c’è dubbio che il 1999 sia stato un anno di svolta nel sistema delle relazioni internazionali. Nella primavera si svolge il vertice strategico (a Washington) della NATO che ne avrebbe cambiato struttura e profilo, trasformandola da “patto difensivo” a “gendarme del mondo”, con una spiccata vocazione offensiva e l’opzione all’aggressione militare nei più diversi scacchieri. Secondo le parole dell’allora presidente Bill Clinton, pronunciate nel solenne discorso in occasione del cinquantesimo anniversario, «la NATO di ieri difendeva i nostri confini contro l’aggressione militare. La NATO di domani dovrà continuare a salvaguardare la nostra sicurezza comune, affrontando nel contempo nuove minacce che non riconoscono alcun confine – la proliferazione delle armi di distruzione di massa, la violenza etnica, i conflitti regionali».

 

Ancora nella primavera del 1999 si scatena l’offensiva atlantica contro il Kosovo, che sempre più accreditate analisi politiche tendono a considerare come il vero “banco di prova” di questa nuova configurazione strategica della NATO, non solo per testarne la capacità offensiva in un contesto multilaterale, ma anche per ridicolizzare l’ONU, soppiantandola di fatto nel suo ruolo di “tutore” della pace mondiale e della sicurezza internazionale. Non a caso, riferendo alla Camera in merito alla partecipazione dell’Italia all’aggressione atlantica sul Kosovo, l’attuale presidente della repubblica, allora ministro della difesa, Sergio Mattarella giustificò l’aggressione italiana (del tutto illegittima e ingiustificata, basti vedere l’art. 11 della Costituzione) con le seguenti parole: «Sappiamo tutti che l’ONU (…) non ha espressamente autorizzato un intervento armato in Kosovo. È anche a tutti nota la ragione per cui ciò non avviene: la ferma opposizione dei paesi con diritto di veto nel consiglio di sicurezza. Come è noto, l’Italia si batte da anni per una riforma del consiglio di sicurezza che lo renda più democratico e rappresentativo, ponendo le premesse per un superamento del diritto di veto…». Un po’ come dire: siccome non ci piace questa forma (l’unica esistente, ad oggi) di legalità internazionale, ci prendiamo la libertà di non rispettarla. A proposito di ruolo di pace e garanti del diritto.

 

Nello stesso 1999 che avrebbe visto il primo insediamento presidenziale di Hugo Chavez e l’esordio del “socialismo del XXI secolo”, che avrebbe cambiato il volto non solo dell’America ma anche di un mondo sempre più tendenzialmente policentrico e multipolare, prende l’avvio un processo internazionale destinato a fare storia, senza dubbio giurisprudenza. Serbia e Croazia si trascinano a vicenda alla sbarra della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) con l’accusa incrociata di genocidio: la Croazia accusa la Serbia di essere responsabile di “pulizia etnica” e “genocidio” contro il popolo croato, essendo sotto suo controllo diretto “le attività delle sue forze armate, dei suoi agenti dei servizi segreti e delle varie squadre paramilitari che hanno commesso reati gravi in territorio croato, nella regione di Knin e nella Slavonia orientale ed occidentale”. Per tutta risposta, la Serbia accusa la Croazia di “genocidio” durante l’Operazione Tempesta nel mese di agosto 1995 “per distruggere – in tutto o in parte – i serbi della Krajina come gruppo etnico, causando gravi danni fisici o morali ai membri della comunità serba, per la distruzione fisica dei serbi come gruppo nazionale”.

 

Oggi, a sedici anni di distanza, arriva la prima sentenza in questo processo, destinato senza dubbio a fare storia, come tutti i passaggi che si sono rapidamente richiamati all’inizio, e che già ha avuto come risultato quello di riacutizzare antiche tensioni e riaprire vecchie ferite, senza alcuna certezza, peraltro, che tale rivisitazione giudiziaria possa effettivamente mettere la parola “fine” a quella tragica vicenda e aprire una pagina davvero “nuova” nelle relazioni bilaterali e regionali. Fatto sta che, nella sentenza pronunciata dal presidente della Corte, lo slovacco Petr Tomka, la Serbia non può essere ritenuta responsabile per atti commessi prima del 27 aprile 1992, essendo la Repubblica Federale di Jugoslavia divenuta membro delle Nazioni Unite e firmataria della Convenzione delle Nazioni Unite per la prevenzione e la repressione del genocidio solo a partire da quella data. “La Serbia non può essere ritenuta responsabile retroattivamente per il crimine di genocidio ai sensi dell’articolo 9 della Convenzione”. Più che una vittoria della difesa serba, il verdetto sembra essere una clamorosa sconfitta della difesa croata, sia perché l’accusa contro Slobodan Milosevic al TPJ dell’Aja non riguardava il territorio croato, sia perché molte testimonianze presentate dalla Croazia sono state ritenute carenti, e numerosi rapporti della polizia, presentati al tribunale senza la firma dei testimoni, inammissibili.

 

È solo la prima parte del giudizio sul duplice caso: essendo la Croazia firmataria della Convenzione dal 8 ottobre 1991, gli atti commessi nel 1995, durante la famigerata Operazione “Tempesta”, pure oggetto della convenzione, sono stati oggetto di un giudizio separato. A passare sotto la lente dei giudici sono questa volta i fatti compiuti dalle forze armate croate venti anni fa, quando, nell’agosto 1995, le forze croate rioccuparono gran parte del territorio della Krajina, impegnando qualcosa come 200 mila militari e provocando l’esodo di oltre 200 mila civili serbi. Anche la Croazia è stata scagionata dall’accusa di “genocidio”. “Nell’operazione Tempesta parteciparono circa 200 mila soldati croati mentre fino a oggi, soltanto nell’operazione ISAF in Afghanistan, il loro contributo ammonta a poco più di 2000 militari”, ha dichiarato qualche anno fa, durante una commemorazione, il capo dell’esercito croato Josip Lucic. Al di là dei verdetti e delle sentenze, dunque, finché non si porrà fine alla “glorificazione” delle armi e del martirio (propri ed altrui) sarà molto difficile conseguire appieno pace e giustizia, trascendimento e riconciliazione, tra i due Paesi ed in tutti i Balcani.