Ultimo Teatro: il coraggio di restare umani

29.12.2014 - Irene Tuzi

Ultimo Teatro: il coraggio di restare umani
(Foto di ultimoteatro.wordpress.com)

Le parole di Restiamo Umani sono imbrattate di sangue, di fosforo bianco, di schegge esplosive, di barriere, di volti segnati dalla sofferenza, di mani distrutte dall’odio.

Quando si parla del conflitto israelo-palestinese, anche quando lo si guarda con gli occhi della pace e della nonviolenza, c’è una domanda che ricorre sempre: Come si fa a restare umani di fronte a tante atrocità, tante ingiustizie e tanta sofferenza? Come si può mantenere l’umanità quando la dignità di un popolo viene soppressa, quando i diritti umani e civili sono annientati dalla sete di potere di un altro Stato? Come si resta umani quando mentre si compie un genocidio la comunità internazionale e i governi restano a guardare impassibili?

È proprio quello che si chiedeva Vittorio Arrigoni, attivista per i diritti umani, giornalista e scrittore, rapito ed ucciso nel 2011 nella Striscia di Gaza. Il suo libro, Gaza. Restiamo Umani, e ancora prima il suo blog, Guerrilla Radio, hanno posto questi interrogativi al mondo intero durante l’offensiva militare israeliana a Gaza del 2008-2009, Piombo Fuso, ed hanno continuato a muovere le coscienze anche durante il genocidio perpetrato solo pochi mesi fa da Israele su Gaza.

È quello che si chiedono anche Luca Privitera ed Elena Ferretti nel loro spettacolo teatrale Restiamo Umani. La loro compagnia, Ultimo Teatro Produzioni Incivili, si impegna da anni a sperimentare le varie forme della messa in scena attraverso la denuncia, l’impegno civile e le campagne di sensibilizzazione popolare. Luca e Nina, vero e proprio duo, anche nella vita, si sono esibiti a Roma e a Velletri (RM) il 20 e 21 dicembre con lo spettacolo ispirato alle parole di Arrigoni e al grande poeta Mahmoud Darwish, una delle voci più vibranti della diaspora palestinese e combattente per la libertà del popolo palestinese.

Il loro spettacolo porta in scena “il racconto di un genocidio contemporaneo ed inimmaginabile, la storia di un popolo povero che vive da secoli nella terra promessa, armato di qualche sasso e di qualche martire contro un popolo che ha subito l’Eterna Diaspora, il Pogrom Zarista, i Campi di Sterminio Nazista e che oltre ad essere una delle potenze più forti nel mondo, utilizza sulla popolazione avversaria il secondo esercito più equipaggiato e preparato al mondo”. Con la loro passione i due coinvolgono il pubblico presente e lo trasportano tra gli orrori di Gaza e Cisgiordania, sempre chiedendosi: “Come si fa a restare umani?”.

Su un palco con una scenografia essenziale (due sedie, due kefiah, una fisarmonica e un tamburello) e un videoproiettore che trasmette le immagini del conflitto, Luca e Nina si allontanano da quel politicamente corretto che rende complice di un genocidio chi vi si nasconde dietro e raccontano dei carnefici e delle vittime sempre attenendosi ai fatti, se pur con un coinvolgimento emotivo. Gli argomenti sono molti: non solo Gaza e Piombo Fuso, ma si parla anche della strage della scorsa estate, del BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), di come il governo italiano e le aziende private fanno affari con lo Stato ebraico. È il caso della Pizzarotti & C. S.p.A., l’azienda di Parma coinvolta nella costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità che collegherà Tel Aviv e Gerusalemme attraversando parte dei territori occupati della Cisgiordania. Si parla delle personalità italiane che difendono le azioni dello Stato israeliano, pur essendo noti in patria come difensori della giustizia. È il caso di autori come Roberto Saviano, che ha dedicato la sua vita a combattere la Mafia in Italia ma che si è apertamente schierato con Israele nel conflitto con i palestinesi. Si parla anche degli ebrei contro il sionismo come Primo Levi, Ilan Pappe, Miryam Marino, Moni Ovadia e Gideon Levy, ma anche della nonna di Nina, ebrea sopravvissuta alla Shoah.

Un sentimento di rabbia mista a frustrazione sale negli spettatori quando Luca si immedesima in un palestinese che cerca di attraversare il check-point, uno degli oltre 500 presenti in Cisgiordania, e viene bloccato da un soldato israeliano: “Perché non vuoi lasciarmi entrare? Se non porto le medicine a mia madre lei morirà”, dice il palestinese al soldato, e continua, “siamo nati entrambi su questa terra. Io e te siamo cresciuti insieme, siamo fratelli!”

Il pubblico in sala ascolta in silenzio e a stento trattiene le lacrime quando gli attori, immedesimandosi negli abitanti di Gaza si interrogano sui diritti umani. Cosa sono i diritti umani se non quelli cui ogni uomo, donna e bambino ha diritto per il semplice fatto di essere nato? Il diritto all’acqua, alla terra, alla libertà, come fanno ad essere negati ad un popolo per oltre 60 anni nella totale impunità?

Uno spettacolo toccante che pietrifica, turba le coscienze anche di chi nella difesa di quella verità è coinvolto da anni. Uno spettacolo che è “un grido cantato di dolore e di speranza”, che mette la verità, attraverso le parole delle vittime, al primo posto. Proprio attraverso la voce delle vittime, Luca e Nina vogliono “trasmettere il dolore e le atrocità commesse, ma anche trasformare questa aberrazione in un messaggio di speranza, in un messaggio capace di donare vita e bellezza“. E saranno proprio le battute finali della pièce a mandare questo messaggio al pubblico: “Restiamo umani nonostante tutto?” domanda Luca. “Sì restiamo umani nonostante tutto”, risponde Nina.

E alla fine quello che emerge è proprio un mondo fatto di umanità, di vita e di speranza. Un futuro migliore che potrà essere raggiunto solo avendo il coraggio di restare umani, cioè conservando e tenendo vivo il sentimento di umanità, necessario se si vuole avere il diritto di essere chiamati uomini.

Categorie: Diritti Umani, Internazionale, Medio Oriente, Opinioni
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