Pensando a Ferguson

01.12.2014 - Mariano Quiroga

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Pensando a Ferguson
(Foto di Chickenofrohan)

Non si può occuparsi del conflitto di Ferguson senza parlare del paese in cui questa città si trova e delle caratteristiche di questa società.

Il divario tra bianchi e neri è andato diminuendo da quando la schiavitù è stata abolita e più tardi con la fine della segregazione, tuttavia l’associazione United for a Fair Economy calcola che al ritmo tenuto tra il 1982  e il 2004, la parità si raggiungerà solo tra 594 anni.

Nel paese delle disuguaglianze, secondo l’Institute for Policy Studies un dirigente medio di una qualunque delle imprese che appaiono nella rivista Fortune 500 guadagna 364 volte di più di un lavoratore medio.  Negli Stati Uniti 45.000 persone possiedono un patrimonio a partire da 50 milioni di dollari in su. Sono il 49% degli ultramilionari del pianeta, mentre il 30,7% della popolazione adulta vive sotto la soglia di povertà, una percentuale che aumenta tra i minorenni.

Secondo Sam Pizzigati, del prestigioso bollettino informativo Too Much, nel 2004 l’1% più ricco della popolazione statunitense possedeva oltre 2,5 miliardi di dollari netti più del 90% più basso della stessa  popolazione. Nel paese più ricco del mondo ci sono 49 milioni di poveri e altri 97 milioni stanno per diventarlo. Un totale di 146 milioni, quasi la metà degli abitanti degli Stati Uniti.

Per ogni homeless che dorme per strade, ci sono 22 case vuote. I senzatetto sono 842.000, le case vuote 18 milioni. Questo è il livello di disuguaglianza in cui vivono gli abitanti di Ferguson e del resto del paese.

Nella città di Ferguson gli afrodiscendenti rappresentano oltre il 60 % dei 20.000 abitanti, ma tra i 56 poliziotti locali ci sono solo tre neri e nell’amministrazione comunale uno.

Wilson non incriminato

Darren Wilson, il poliziotto che il 9 agosto ha ucciso Michael Brown, nonostante fosse disarmato, è stato giudicato innocente dal gran Giurì della città, una sentenza che ha provocato grandi proteste non solo a Ferguson, ma anche in oltre 170 città, da New York fino a Los Angeles e San Francisco. Migliaia di persone sono scese in strada contro questa decisione considerata razzista e contro l’atteggiamento del procuratore, che ha basato l’accusa solo sulle dichiarazioni dell’accusato.

Darren Wilson ha poi deciso di lasciare la polizia, per timore che altre persone venissero danneggiate per colpa sua. Il giovane di 28 anni ha dichiarato che in una situazione simile agirebbe di nuovo nello stesso modo.

Tuttavia né l’omicidio di Brown a Ferguson, né le proteste per l’ingiusta assoluzione della polizia, né i continui assassinii all’interno della comunità nera sono fatti nuovi.

Nel luglio 1967, per esempio, le sommosse razziali per l’atteggiamento della polizia contro i neri hanno causato la morte di 43 persone a Detroit e 26 a Newark, per non parlare della Bloody Sunday di Selma, in Alabama, nel 1965. Il 4 aprile 1968 l’assassinio di Martin Luther King ha provocato un’ondata di violenti tumulti in 125 città americane, con 46 morti, 2.800 feriti e oltre 26.000 arresti.

Nel maggio 1980 almeno quindici persone sono morte a Miami per gli incidenti seguiti all’assoluzione di quattro poliziotti bianchi accusati di aver ucciso un afroamericano che aveva commesso un’infrazione al codice della strada. Nel 1992 a Los Angeles il pestaggio di Rodney King da parte di vari poliziotti ha scatenato un’ondata di violenza che ha lasciato 55 morti e oltre 2.000 feriti.

Anche nel 2013 l’assoluzione del vigilante volontario George Zimmerman, che aveva ucciso un adolescente disarmato in Florida, ha suscitato enormi proteste. Questa dolorosa lista dimostra semplicemente l’impunità della polizia quando uccide gli afroamericani. In realtà tutto il sistema repressivo e carcerario americano si accanisce contro la comunità nera. Negli Stati Uniti la minoranza più numerosa sono gli ispanici, che hanno tre volte più probabilità dei bianchi di finire in prigione, ma nel caso dei neri si arriva a 6,5 volte. Detto in altre parole, a stare dietro alle sbarre sono un nero su 15, un ispanico su 35 e un bianco su 105.

I detenuti negli Stati Uniti continuano ad aumentare a un tasso annuale del 3%. Nel 2006 si calcolava che tra prigioni federali, statali e locali ci fossero oltre 2.300.000 reclusi. Questa aberrazione diventa ancora più evidente tenendo conto del fatto che il 25% dei detenuti nel mondo si trova negli Stati Uniti, paese che rappresenta solo il 5% della popolazione mondiale.

Prigionieri  illegali

In altri paesi la pena di morte è stata abolita e lo stesso vale anche per alcuni stati americani, ma ci sono oltre 2.500 minorenni condannati all’ergastolo, in molti casi per reati commessi prima di compiere undici anni.

Dal 1977 oltre 1.400 persone hanno perso la vita per mano dello Stato. Almeno cento avevano gravi problemi mentali, sia prima dei delitti per cui erano state condannate, che al momento dell’esecuzione. Ci sono inoltre almeno 25.000 reclusi in isolamento, alcuni da vent’anni. Altri non ricevono visite dei familiari da dieci. Le celle sono grandi meno di otto metri quadrati e i prigionieri vi rimangono per oltre 22 ore al giorno.

Si possono trarre molte conclusioni e formulare diverse ipotesi in base a questi dati, ma io volevo soltanto sottolineare il tema dell’impunità. Gli Stati Uniti mantengono inoltre 155 prigionieri a Guantánamo; non sono stati processati, non ci sono accuse precise contro di loro e la loro detenzione viola tutte le leggi internazionali esistenti. Lo Stato agisce in modo prepotente contro la sua stessa gente.

Il secondo emendamento

Non a caso il secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti continua a essere oggetto di dibattito e di militanza politica. Tale emendamento concede a qualsiasi cittadini il diritto di portare armi da fuoco, comprese quelle di grosso calibro e da guerra. Si può intendere una politica del genere solo in un paese dove regna una totale sfiducia nel sistema giudiziario e nella democrazia. Ogni persona diventa l’unico  garante della propria sicurezza e di quella della sua famiglia. Questo viene dimostrato anche dal ruolo dello stato nella minima copertura sociale per quanto riguarda l’educazione e il sostentamento degli abitanti.

Il venerdì successivo al Giorno del Ringraziamento è chiamato “Black Friday” (venerdì nero) ed è famoso per le enormi vendite realizzate dai negozi. Quest’anno sono stati battuti tutti i record nelle vendite di armi da fuoco. L’FBI, che controlla le richieste di autorizzazione per l’acquisto di tali armi, ne riceve una media giornaliera di una al secondo. Questo venerdì la cifra si è triplicata.

Secondo un articolo di Télam che riprende dati dell’FBI stesso, l’anno scorso sono state completate 21 milioni di richieste di verifica dei precedenti, ma l’acquisto di un’arma è stato rifiutato solo nell’1,1 % dei casi.

Gli Stati Uniti hanno la stessa compulsione a livello generale: le loro spese militari equivalgono alla somma di quelle del resto del mondo e le vendite di armi di 38 imprese americane raggiungono il 60 % del commercio mondiale totale.

Il grande problema con le armi è che se le hai, le usi, sia nel modo previsto che per un incidente. La Campagna Brady contro la violenza delle armi da fuoco calcola che ogni anno muoiano per questo 30.000 persone, contando suicidi, massacri, omicidi e morti accidentali. I feriti arrivano a 100.000 e l’89% della popolazione degli Stati Uniti è armata. Un altro dato raccapricciante: si possono comprare 50 pallottole alla  modica cifra di 16 dollari. Con poco più di 30 centesimi di dollaro si può porre fine alla vita di un essere umano.

Modelli?

L’esempio dell’uso e dell’abuso di queste armi si amplia al cinema e in tv in modo morboso ed eccessivo, ma viene dato anche dalla Casa Bianca e dal Pentagono. Gli Stati Uniti detengono il triste e vergognoso primato di essere l’unica nazione che ne ha attaccata un’altra con armi atomiche.

Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale gli Stati Uniti hanno bombardato 26 paesi, alcuni dei quali, come il Guatemala e la Libia, in quattro occasioni diverse e altri, come nel caso dell’Afghanistan e dell’Iraq, in più di una. Tra il 1964 e il 1973 il Laos, piccolo paese praticamente cancellato dalla faccia della Terra, ha ricevuto una pioggia di 2 milioni di tonnellate di esplosivi, ossia 260 milioni di bombe.

Finché non si faranno progressi per includere tutti gli statunitensi che stanno vivendo in povertà e in situazioni drammatiche, non si potranno risolvere conflitti razziali che affondano le loro radici nelle disuguaglianze sociali ed economiche. Finché le politiche dello Stato non abbandoneranno il saccheggio e i paradigmi di crescita perpetua a qualsiasi costo, sarà molto difficile che una popolazione bombardata dall’ideologia imperante attraverso i mezzi di comunicazione e i sistemi educativi e di relazioni interpersonali possa uscire da questa spirale di violenza.

Una forte rappresentanza delle nuove generazioni ne ha preso atto, riscattando i vecchi metodi di lotta nonviolenta, che hanno sempre ottenuto maggiori risultati nella risoluzione dei conflitti interni rispetto agli attentati e alla violenza antisistema. Speriamo che lo spirito di Occupy torni a emergere e a ristrutturare le forze trasformatrici della fantastica società civile americana, vittima di quello che è forse lo stato più totalitario della Terra. 

I Have A Dream

“Questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza,” diceva Martin Luther King il 28 agosto 1963, nel suo famoso discorso al termine della marcia su Washington. “Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai negri non saranno concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia.”

“Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima.”

”Questa meravigliosa nuova militanza che ha interessato la comunità negra non dovrà condurci a una mancanza di fiducia in tutta la comunità bianca, perché molti dei nostri fratelli bianchi, come prova la loro presenza qui oggi, sono giunti a capire che il loro destino è legato col nostro destino e sono giunti a capire che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra libertà.” Così parlava uno dei più grandi attivisti per la pace, la nonviolenza e la non-discriminazione.

Traduzione dallo spagnolo di Anna Polo

Categorie: Cultura e Media, Diritti Umani, Diversità, Nonviolenza, Nord America, Opinioni, Politica
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