Il filo invisibile della spiritualità

05.11.2014 - Array - Anna Polo

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Che cosa accomuna le monumentali tombe a corridoio della valle del Boyne, in Irlanda, il tempio maltese di Tarxien (entrambi di epoca neolitica) e chiese cristiane come il Duomo medievale di Sovana, in Toscana?

Come mai evidenti simboli fallici si ritrovano nei portelli delle tombe a grotticella della cultura di Castelluccio, sviluppatasi vicino a Siracusa nell’Età del Bronzo e nella Tomba etrusca dei Demoni Alati, vicino a Sovana, risalente alla seconda metà del III secolo a.C.?

Che cosa può collegare le sinuose vie cave, percorsi sacri e rituali che gli etruschi ereditano dalle precedenti culture neolitiche, ai labirinti come quello della cattedrale gotica di Chartres, in Francia?

La questione è complessa, ma si può partire da un primo dato: per quanto diversi per tipologia e lontani tra loro nello spazio e nel tempo, questi sono tutti luoghi sacri, uniti da un filo invisibile che sembra scomparire, per poi riemergere nel corso della storia.

Gli stessi luoghi vengono spesso riutilizzati nel corso del tempo da religioni e culture diverse, creando un’impressionante stratificazione. Chiese, pievi e cattedrali cristiane sorgono quasi sempre sopra santuari, templi, sorgenti sacre e mete di pellegrinaggio legate a un tipo di spiritualità antichissimo, presentato come “demoniaco” o “pagano” e pertanto combattuto con ferocia. Allo stesso modo tradizioni e festività radicate nelle popolazioni vengono riprese, ovviamente con profonde modificazioni, per portarle in un contesto cristiano, nel tentativo di cancellarne la carica legata a temi proibiti come il sesso o la celebrazione della fertilità. Un esempio in questo senso è costituito dagli antichi riti di fertilità delle culture agricole neolitiche, riemersi nelle feste di primavera, con danze e giochi, documentate per secoli nei labirinti d’erba inglesi.

Ci sono dunque elementi che riaffiorano periodicamente, segno che costituiscono traduzioni esterne di profonde esperienze interne comuni a popoli la cui lontananza nello spazio e nel tempo esclude la possibilità di un contatto diretto. Queste esperienze sono sempre legate al contatto con il Sacro, il Divino, il Profondo, o comunque si voglia definire quella ricerca mistica che ha caratterizzato l’umanità fin dai tempi più remoti.

Le somiglianze citate all’inizio allora acquistano un possibile senso: l’allineamento astronomico con i Solstizi, gli Equinozi e i giorni intermedi tra di essi unisce luoghi sacri distanti tra loro. La luce del sole vi entra in quei momenti particolari, così importanti per civiltà agricole la cui sopravvivenza dipendeva dalla fertilità della terra e illumina simboli energetici come le spirali, non a caso posti in luoghi di sepoltura. Il trionfo della luce sulle tenebre permette di sperimentare la continuazione del ciclo vitale al di là della morte del corpo. In fondo è lo stesso concetto di immortalità espresso dalla dottrina cristiana.

Le spirali dei templi maltesi e dei monumenti irlandesi – al tempo stesso tombe, santuari e osservatori astronomici – e quelle scolpite intorno al portale del Duomo di Sovana ricordano il perenne fluire dell’energia vitale e il ciclo di nascita, vita, morte e rinascita che costituisce il sottofondo spirituale di tanti popoli antichi. Le spirali concentrano ed elevano l’energia per facilitare il contatto con il Sacro e non a caso sono poste nelle vicinanze di evidenti soglie come gli altari, l’ingresso delle tombe o il portale di una chiesa. Dal tempio maltese di Tarxien al Duomo di Sovana (nelle foto), quattro spirali simmetriche esprimono attraverso i millenni lo stesso messaggio: per accedere al Sacro bisogna coltivare nella propria vita l’armonia e la proporzione.

E ritroviamo quattro spirali simmetriche anche nei portelli delle tombe a grotticella della cultura di Castelluccio, scolpite nel lato rivolto verso i morti. Uno dei portelli rappresenta una chiara stilizzazione dell’atto sessuale, ricordando a chi ha lasciato il corpo il momento di massima vitalità, la creazione di una nuova esistenza. Lo stesso messaggio del simbolo fallico scolpito nella tomba etrusca dei Demoni Alati…

Arriviamo così ai labirinti unicursali, percorsi sacri, rituali e iniziatici di morte e rinascita simbolica; nelle culture neolitiche costituiscono l’entrata nel corpo della Dea Madre e per gli etruschi, eredi di quelle antiche tradizioni, un cammino attraverso le vie cave scavate nel tufo per accompagnare i morti nelle necropoli. In seguito, in un contesto cristiano come le cattedrali gotiche, il labirinto percorribile diventa la “via di Gerusalemme” , che garantisce la salvezza in sostituzione del pellegrinaggio in Terrasanta, ma permette anche un contatto diretto con il Sacro, senza l’intermediazione di dogmi e gerarchie, ossia la pericolosa essenza di ogni eresia. E’ forse questa la ragione per cui molti labirinti vengono distrutti per iniziativa stessa della Chiesa, o durante la Rivoluzione Francese?

Dov’è finito questo prezioso patrimonio di saggezza, bellezza ed esperienza, che ha attraversato la storia per millenni, per poi perdersi – almeno in apparenza – nella cancellazione e nell’oblio?

Nel discorso del 4 maggio 1999, in occasione del trentesimo anniversario del Movimento Umanista da lui fondato, Silo fornisce una risposta colma di speranza, quando parla della nuova spiritualità che comincia ad esprimersi in tutto il mondo: “Non è la spiritualità della superstizione, non è la spiritualità dell’intolleranza, non è la spiritualità del dogma, non è la spiritualità della violenza religiosa, non è la pesante spiritualità delle vecchie tavole e dei logori valori. È la spiritualità che si è risvegliata dal suo lungo sonno per nutrire nuovamente gli esseri umani nelle loro migliori aspirazioni.”

Categorie: Internazionale, Opinioni, Umanesimo e Spiritualità
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