Felix Martin e la riscoperta del denaro. Come uscire dalla crisi

09.07.2014 - Damiano Mazzotti

 

Felix Martin è un economista, è un grande studioso e ha pubblicato il suo primo libro: “Denaro. La storia vera: quello che il capitalismo non ha capito” (Utet, 2014, e-book compreso nel prezzo).

 

Martin ha tracciato un bellissimo percorso storico e sociologico dello sviluppo dell’uso del denaro e raggiunge in pieno il nocciolo della questione: il denaro è un’arma a doppio taglio che accresce i poteri burocratici. “Una biografia non autorizzata” è il sottotitolo originale più adeguato. Infatti molti capitalisti finanziari e bancari fanno finta di non capire l’attuale sistema che favorisce solo una piccola casta di burocrati molto privilegiati, a discapito di tutta la popolazione. Infatti le piccole e le grandi crisi finanziarie consentono alle banche di appropriarsi dei beni degli imprenditori e dei lavoratori, cioè di avere un paracadute usuraio per i loro azzardi finanziari.

Il sistema bancario ombra (www.ericjweiner.com) gestisce il denaro come una merce di scambio privata e ha una propria emissione di credito monetario incontrollato che cerca di scambiare con il denaro pienamente legale e statalizzato dei lavoratori e degli imprenditori, controllato delle banche centrali. Le obbligazioni bancarie sono titoli semplici, mentre i derivati sono titoli molto più complessi e anarchici. Nei momenti di crisi economica le banche scambiano la loro cartaccia con  il denaro vero dei cittadini e degli investitori, e con le aziende, le case, i terreni e l’oro dei poveracci che si sono indebitati per bisogno o perché pensavano che il credito monetario fosse duraturo.

Come è stato possibile tutto questo? Le cose sono molto semplici: “Bastava rendere tutto straordinariamente complesso. Con una catena tra mutuatari e investitori finali che coinvolgeva sette persone giuridiche in varie giurisdizioni che emettevano sette diversi titoli, anziché un unico emittente in un’unica giurisdizione che emetteva un’unica obbligazione, il gioco di destrezza diventava possibile. In qualche punto della lunga linea di intermediari si poteva manipolare a proprio comodo le questione critica della sincronizzazione dei pagamenti” (p. 231).

Come nel famigerato gioco delle tre carte le varie banche si mettono d’accordo e rivendono titoli monetari che promettono buoni guadagni iniziali e nascondono la perdita finale. In genere l’attesa dei polli del mercato da spennare è breve. La credulità popolare è la merce più abbondante: la madre degli stupidi è sempre incinta. E quando le banche si fregano tra di loro non possono interrompere il gioco, altrimenti crollerebbe tutto il loro sistema monetario privatizzato.

Comunque “la crisi ha dimostrato che il mantenimento di un’inflazione bassa e costante come condizione per la stabilità economica è un grosso errore. Il fine ultimo della politica monetaria non è la stabilità finanziaria né quella della moneta, bensì una società giusta e prospera” (p. 257).

D’altra parte le analisi degli economisti carrieristi non prendono quasi mai in esame le influenze economiche della gestione finanziaria del denaro bancario. E i calcoli matematici più difficili non possono sostituire la fiducia: “l’economia è una scienza morale, non naturale” e un economista è “un matematico, uno storico, uno statista e un filosofo in una certa misura” (Keynes).

Il denaro è un’unità astratta di valore economico e un sistema per il conteggio dei crediti trasferibili. Di conseguenza “il denaro è una tecnologia di governo (di autogoverno, idealmente) e le banche sono la sua burocrazia. Quindi nel settore bancario le virtù burocratiche di affidabilità, di etica di servizio pubblico e di riduzione del rischio sono importanti quanto lo spirito imprenditoriale”. L’invenzione del denaro ha consentito una maggiore mobilità personale e una buona stabilità sociale. La gestione privata e pubblica del denaro condizione i gradi di libertà personale di tutti noi e nei paesi più poveri può decidere della vita e della morte delle persone.

In definitiva il denaro è come il linguaggio: “è una tecnologia sociale e non un oggetto… il modo convenzionale di concepirlo è sbagliato e ne provoca il malfunzionamento… una concezione giusta è disponibile e può permettere al denaro di esprimere tutto il suo potenziale come più grande strumento di autogoverno mai inventato” (p. 264).

Il valore economico del credito monetario è un fenomeno paradossale: dipende dagli altri, ma ci può isolare, “trasformando la ricca e variegata ecologia dei rapporti umani nel meccanismo impersonale e monotono dei rapporti finanziari” (p. 149). Quindi il denaro non è carta, non è oro, ma è credito trasferibile che dipende dalla nostra fiducia e dalle nostre azioni.

 

Felix Martin (http://felixmartin.org) è un economista che ha studiato scienze umane, economia e relazioni internazionali a Oxford, Bologna e Washington. Ha lavorato dieci anni alla Banca Mondiale, è membro del Centre for Global Studies di Londra (http://globalstudies.org.uk) e dell’Institute for New Economic Thinking di New York (www.ineteconomics.org).

 

Note finali – Con le attuali politiche finanziarie “I baby boomers possiedono tutte le case di proprietà, a cui nessuno sotto i trent’anni può aspirare” (p. 260). Lo sportello automatico è stato l’unica innovazione finanziaria veramente positiva degli ultimi vent’anni (Paul Volcker, p. 216).

I cicli finanziari brevi, medi e corti (10, 30, 70 anni) sono stati studiati da Hyman Philip Minsky (“Potrebbe ripetersi? Instabilità e finanza dopo la crisi del ‘29”, Einaudi, 1984, recensito nel 2009 su Agoravox. Per approfondire potere ricercare “Economia: cicli e crisi storiche” su Google).

Nota personale – I problemi più grossi nascono quando i debiti vengono trasformati in merce vendibile, poiché il rischio finale di non trasformazione è sostanzialmente indeterminabile, date le incertezze del mondo reale e la certezza della natura della crescita della concorrenza nelle relazioni umane (il numero delle persone che viaggiano per lavorare e delle persone da sfamare è in aumento). Inoltre, c’è da valutare la natura “usuraia” di tutti gli attuali sistemi bancari, che impongono alti tassi di interesse per quasi tutti i loro servizi. Il denaro per pagare gli interessi deve essere preso da qualche bene o attività, esasperando la concorrenza e abbassando il valore di molti beni sul mercato, cosa che può mettere in crisi il bilancio di aziende e banche sane.

 

Categorie: Economia, Europa
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