Dalle armi all’amicizia. Una storia israelo-palestinese

23.06.2014 - Palestine-Israel Journal

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Dalle armi all’amicizia. Una storia israelo-palestinese

Una conversazione in una caffetteria di Ramallah con un palestinese che ha trascorso 10 anni in una prigione israeliana. Un’altra in una caffetteria a Gerusalemme con un israeliano che ha prestato servizio in un’unità militare di forze speciali delle Forze di Difesa Israeliane (la Sayeret Matkal). Entrambi membri dei Combattenti per la Pace, che celebrano ogni anno  una cerimonia commemorativa alternativa in cui israeliani e palestinesi condividono le loro perdite. Questo è ciò che hanno da dire sull’altra parte e sul lungo cammino verso la nonviolenza.

D: Come hai superato i pregiudizi o le paure per ottenere dialogo?

Sulaiman Khatib: Ci sono tante cose che aiutano – la lingua, lo scambio culturale, l’esperienza personale e le amicizie. Ma il modo migliore è incontrarsi e anche senza l’incontro, si possono imparare cose su chi sta dall’altra parte ed essere un tutt’uno con loro. La prima volta che mi sono trovato a dormire in una casa israeliana, forse non ho nemmeno dormito. È vero, è dura. Mangiare insieme e dormire sotto lo stesso tetto non è per niente facile. Abbiamo subito un trauma. Persino quando ero in California per un campeggio estivo c’erano delle barriere. Adesso, l’ho superato. Ci sono anche tanti problemi culturali, ma sono ottimista. Solitamente, quando parlo agli israeliani, cerco di trasmettere loro un messaggio di speranza, ma provo anche a presentargli le difficoltà affrontate durante l’occupazione. In genere ottengo reazioni positive, anche dai conservatori.

Avner Wishnitzer: Io non ho superato i pregiudizi. I pregiudizi non si possono superare. È qualcosa con cui convivi, che domini, controlli e contro cui combatti. Non spariscono. Hanno radici troppo profonde. Alcuni li ho superati, come il fatto che i palestinesi sono assassini. Alcuni dei miei amici erano sorpresi di sapere che, in diverse occasioni, avevo dormito in case palestinesi o con colleghi palestinesi durante vari incontri di lavoro. All’inizio non è stato per niente facile. All’inizio durante gli incontri noi avevamo paura di loro e loro ne avevano di noi. “Chi sono queste persone? Cosa vogliono veramente?” Sempre la stessa storia. Bene, dicono questo e quello, ma cosa vogliono veramente? E credo sia lo stesso per i palestinesi. Forse non gli attivisti principali, ma la gente attorno al movimento, le persone con cui interagiamo nelle nostre attività. “Ah sì, dicono di volere la fine dell’occupazione, ma cosa vogliono veramente?”

D: In che modo l’evento commemorativo alternativo diventa parte di questo dialogo?

Avner: Le cerimonie ufficiali all’interno della nazione si soffermano essenzialmente sulle vittime, sulla guerra, sul senso di perdita, sul sacrificio, senza prendere in considerazione le circostanze che hanno provocato queste morti – il che è comprensibile e non vogliamo sostituirle, ma semplicemente offrire un’alternativa che ci faccia pensare di più e ci faccia sentire più forti.

Puoi provare compassione per qualcuno dell’altra parte? Puoi farlo? E se dico che lui può fare lo stesso, cambierebbe forse qualcosa? Cambierebbe qualcosa anche domani. quando si passerà dalla Giornata della Memoria al resto dell’anno?

Questo evento dei Combattenti per la Pace è un attentato al riconoscimento delle perdite dell’altra parte insieme alle nostre e all’assunzione delle nostre responsabilità per queste perdite, in quanto siamo tutti vittime di questo conflitto e allo stesso tempo, siamo tutti responsabili.

Non si tratta semplicemente di simpatizzare con l’altro, ma piuttosto di fare qualcosa in modo che l’anno prossimo non saremo ancora nello stesso posto a piangere sempre più vittime. La responsabilità è politica. È l’azione politica, è di questo che stiamo parlando e siamo molto chiari su questo punto. L’azione politica per bloccare l’occupazione e la violenza e principalmente la violenza verso i civili.

Sulaiman: Le normali cerimonie commemorative sono molto importanti per il fronte israeliano. Sono sistematiche, gestite dal governo e in quanto palestinese io non ho niente a che fare con queste. Nessun rapporto e nessuna connessione. Sono solo per gli israeliani.

Anche se sono soldati o hanno ucciso delle persone, sono ancora vittime… sebbene io comprenda le loro famiglie, la loro società e la loro parte… ma vogliamo persone, soprattutto israeliani, che si rendano conto che ci sono altre persone che vivono qui. Per cui, con la nostra cerimonia uniamo queste persone.

Come organizzazione alternativa, cerchiamo di mettere insieme il rispetto per le vittime e le famiglie di entrambi le parti. Ci sono persone che non pensano che chi sta dall’altra parte meriti di vivere. Purtroppo questo esiste qui, da entrambe le parti. Non vedono le vittime dell’altra parte come esseri umani, con sentimenti normali, con una famiglia, con mamme e bambini e tutto. In generale, ciascuno pensa alle proprie vittime.

Raccontiamo anche le storie della trasformazione delle persone, non solo delle vittime. Il messaggio è che morire e combattere non è un destino. L’idea dei Combattenti per la Pace è prendere il destino nelle nostre mani, il nostro destino. Non stiamo aspettando che i governi, i dialoghi, o un potere esterno, o Dio cambino qualcosa qui.

D: Che tipo di critiche ricevete?

Sulaiman: alcuni saranno contrari e la maggioranza non sarà convinta. Dicono: “Le nostre vittime non sono sullo stesso livello delle loro vittime perché noi siamo giusti e loro sbagliati”. Sarebbe buono che la gente iniziasse a guardare il problema da una prospettiva differente.

“Come puoi mettere sullo stesso piano le vittime israeliane e i terroristi palestinesi?” È questo principalmente ciò che dicono e alcuni palestinesi direbbero: “Come puoi mettere sullo stesso piano gli occupanti e gli occupati? E come puoi mettere le nostre vittime alla pari con le loro?” Credo che sia positivo ricevere delle critiche. Non mi aspetto che la gente sia d’accordo, non è semplice, è una situazione complicata, stiamo parlando della questione più pesante del conflitto: la vita della gente.

Prima di essere israeliani, palestinesi, o di qualsivoglia nazionalità, personalmente credo che siamo esseri umani, e la vita umana è uguale per tutti. Capisco quanto sia difficile per alcuni soffrire e tra di loro si vedono come nemici, ma alla fine la sofferenza è sofferenza, il dolore è dolore, una mamma è una mamma da entrambi le parti.

Avner: Affrontiamo diversi tipi di critiche. Ci sono quelle feroci e aggressive, con molte bestemmie dal contenuto sessuale che esprimono una forte rabbia… Io non ne sto ricevendo di questo tipo. Non possiamo fare molto da questo punto di vista, ma sulla nostra pagina Facebook proviamo a rispondere agli attacchi – non a questi – e invitiamo chi non è d’accordo a parlarne con noi. Una delle critiche più serie che abbiamo ricevuto è: “Andate d’accordo con i terroristi; inquinate la sacralità della Giornata della Memoria commemorando i terroristi morti con i nostri soldati”. Ancora una volta comprendo da dove provengono e dobbiamo indirizzarli, spiegare loro che i palestinesi si stanno opponendo all’occupazione… dal loro punto di vista, hanno ragione. Gli diciamo anche che molti dei morti palestinesi non erano combattenti di alcun tipo, erano civili.

D: Quali storie ti commuovono di più?

Sulaiman: Ci sono storie che mi commuovono… e onestamente non parlo da un punto di vista politico, ma parlo da uomo. Uno dei miei amici – ci siamo trovati insieme nei Combattenti per la Pace – ha perso sua sorella di 16 anni in un attacco a Gerusalemme in un supermercato. Conosco la famiglia, è stato davvero difficile. Siamo amici ed eravamo combattenti insieme… lui era nell’esercito al tempo e si è rifiutato di vendicarsi. Io l’ho apprezzato tanto.

Siamo cresciuti in due ambienti diversi ed abbiamo insegnato alla nostra parte il dolore e in questo genere di situazioni abbiamo condiviso questi momenti di dolore, mostrandoci reciprocamente comprensione, con poca politica… Questo, in qualche modo, ci unisce.

Parlare all’altro, incontrarci, guardare negli occhi dell’altro. Si potrebbe dire che è infantile, non lo so, ma è importante e una volta che l’hai superato e sei diventato così amico, dopo non credo che proverai mai più odio. Sentirai realmente il dolore delle altre persone dentro di te, sentirai una profonda compassione e comprensione.

Avner: Troppe da ricordare. Anche Sulaiman… all’inizio mi ha sconvolto davvero. In realtà di quando in quando mi sconvolge ancora. Poche settimane fa ho visto i documenti dei processi. Mio figlio maggiore ha sette anni adesso, Sulaiman ne aveva 14, un bambino e quando ho letto la descrizione degli archivi della corte militare ufficiale, ho visto ciò che avrei visto 10 anni fa. È un israeliano che descrive un terrorista palestinese. Dico terrorista anche se ha attaccato dei soldati, per gli israeliani sono tutti terroristi, non c’è più differenza tra un attacco civile e un attacco ai soldati, è tutto uguale oggi.

Ma è Sulaiman ad avermelo mostrato. Ormai lo conosco da 10 anni e non posso [intreccia le dita]… c’è questa descrizione, lui che prova a pugnalare un soldato, un atto di estrema violenza, molto fisico. È più che sparare a qualcuno, è un atto fisico di… sai… e non hanno senso le cose insieme. Sulaiman è particolarmente cortese. Come ha potuto?

E questa è per me una delle domande fondamentali con cui dobbiamo confrontarci. Come abbiamo potuto? Tutti noi. Com’è possibile essere disposti ad uccidere? Forse non volevamo uccidere, ma eravamo disposti a farlo, alcuni di noi hanno ucciso, o almeno hanno partecipato ad azioni da cui sono risultate delle vittime, sebbene non tutti i soldati possono dire se sia stata la loro pallottola… Per cui ho fatto a me stesso la stessa domanda… queste storie provenienti dall’altra parte… erano come il mio mondo intero…

Come un cecchino che si esercita… hai un obbiettivo e ovviamente è bidimensionale – cartone a forma di uomo – e devi sparargli da lontano. Ti eserciti, ma dopo ti avvicini al campo e invece della figura in cartone vedi una persona e puoi immaginarla dal tuo punto di vista…

Non posso più farlo. Questa scelta per me è inimmaginabile, ma 15 anni fa, 20 anni fa, quando ero nell’esercito, se mi avessero dato l’ordine di sparare a Sulaiman in determinate condizioni, probabilmente lo avrei fatto. Una volta che guardi veramente… non che guardi e basta ma che vai dall’altra parte, è davvero difficile tornare indietro, sapere o dimenticare che c’è un’altra parte. E in un certo senso è quello che stiamo cercando di fare.

D: Sulaiman, quali messaggi unici prendi dall’Islam sulla nonviolenza?

Sulaiman: Non sono musulmano, ma questo aspetto esiste nella cultura araba o musulmana. Puoi trovare di tutto, come in ogni religione. Trovi anche la resistenza armata: “Devi lottare contro il nemico che viene a prendersi la tua terra natia”. Ci sono anche tanti principi di perdono, misericordia e rispetto del nemico durante la guerra e ci sono regole, tante regole.

Effettivamente, oggi ricevo tante critiche contro l’islamismo politico da chi non lo segue davvero e possiamo vederlo attualmente in Siria. Non si interessano per niente dei diritti umani.

Storicamente la nostra battaglia nazionale non ha nulla a che vedere con l’Islam. Non ha nulla a che vedere con Maometto o con la religione, ha a che vedere con la libertà e la lotta per questioni territoriali. Era questo il mio motivo e quello delle persone che conosco.

Se guardo alla vecchia generazione, che forse non ha mai studiato ad Harvard e non sa nulla di teorie sulla lotta nonviolenta e Gandhi… sapevano grazie al loro cuore, alla cultura, alla tradizione, all’eredità, che ciascuno può essere contro la forza del colonialismo, del potere e del governo, rimanendo forti e senza usare la violenza. Non sto dicendo che tutte le battaglie palestinesi erano come questa, ma gran parte sì. Di certo la violenza ha attirato una maggiore attenzione da parte dei maggiori media. È questo il punto.

Nella nostra cultura ed eredità, vi sono molti principi che ci supportano spiritualmente. Il principio di al somood viene da questo. Come la costanza, essere fedeli al tuo posto nella tua terra, che usino o meno la violenza contro di te e questo è privo di violenza. Le persone si intrecciano tra di loro, come gli ulivi. Dicono: “ Rimaniamo qui come gli ulivi”.

Penso che per praticare la nonviolenza devi essere veramente forte e paziente. Non è facile, perché la violenza è molto più facile. Ti arrabbi semplicemente. Per la nonviolenza hai bisogno di un lavoro profondo. È una cosa enorme. Puoi essere nonviolento in qualunque situazione e ciò non significa che sarai al sicuro. Potrai pagarne le conseguenze o essere ucciso o ferito, ma  non reagire alla violenza è un messaggio molto forte, in quanto il potere più forte vuole che tu sia violento per poterti schiacciare più facilmente.

Ma per me questo è uno stile di vita. Non lo è solo per gli israeliani e spero che questo si possa diffondere di più nella società palestinese. La cosa migliore sarebbe costruire insieme la nonviolenza, con gli israeliani che vogliono avere una vita diversa qui, cambiare il Medio Oriente. Negli ultimi anni ho visto che ci sono sempre più gruppi palestinesi nonviolenti, molti di più rispetto al passato.

D: Avner, quali messaggi unici prendi dall’Ebraismo sulla nonviolenza?

Avner: Non credo che siano unici, perché penso che qualsiasi cultura abbia le sue tendenze umaniste. Per me il motto più importante è del famoso rabbino ebreo, Hillel HaZaken, Hillel il Vecchio, che una volta disse che se vuoi conoscere l’intera Torah in breve, questa si riassume in: “Ciò che ti è odioso, non farlo al prossimo tuo”.

Penso che questa sia una corrente molto importante all’interno dell’Ebraismo, che ovviamente include molti altre correnti… Gli approcci umanisti sono fondamentali, ma è un mondo vasto e si possono trovare molti approcci nazionalisti, ultra nazionalisti, sciovinisti. Io scelgo quello a cui sono connesso.

Questo è l’insegnamento basilare per me. Se è qualcosa che non voglio, io non dovrei essere coinvolto in un sistema che lo fa agli altri. Inoltre, devo combattere quel sistema. Devo combattere l’occupazione. È un mio dovere, in quanto essere umano, più che come ebreo. Sì, sono un ebreo, ma è più importante ed è un mio dovere combatterlo in quanto essere umano.

D: Cosa ti dà speranza per continuare?

Avner: Uh [respira e si guarda intorno] adesso sto pensando: ho ancora speranza? [pausa] Penso di sì perché lo sto ancora facendo. [pausa] Non sono sicuro che sia la speranza a spingermi a continuare. È questo senso del dovere. Non so se c’è speranza, vorrei credere che ci sia… ma non ne sono sicuro.

Ti posso dire cosa mi dà la forza di fare questo: prima di tutto le persone che lo fanno. Cioè, interagire con Sulaiman ed essere capace di comprenderci reciprocamente in un modo che per noi non sarebbe stato nemmeno lontanamente possibile dieci anni fa e neanche cinque anni fa, perché non è un qualcosa tipo ok, adesso ci conosciamo [strofina le mani tra di loro], ora conosco i palestinesi. È un processo senza fine. Continuo a imparare ed imparare ed imparare in un processo molto complesso che coinvolge critica e autocritica e sono capace di criticare apertamente. È questo che mi dà la forza, questa capacità di riuscire a lavorare insieme contro così tante cose che trovo stupide, brutali, completamente assurde… ancora una volta, da entrambe le parti.

È un mettersi in mezzo in un compito molto, molto difficile che [si guarda intorno] è difficile da fare, come ho detto prima. Ma è il fatto che abbiamo persone dell’altra parte che lo stanno facendo con noi. Quindi è possibile e se è possibile per noi che siamo stati coinvolti per tantissimo tempo in diversi tipi di violenza, allora è possibile per tutti. Ma richiede enormi sacrifici e al momento è difficile trovare speranza. Vuoi che io ti dia speranza? [ride]

Sulaiman: Non c’è una sola strada, ma tu, da solo, puoi essere un modello di cambiamento. È questo che dà speranza a molte altre persone e questo è quello che provo a fare – anche se non vengono influenzate, vedono un essere umano di fronte a loro. Non voglio dover dimostrare che sono un essere umano o meno, questa è una stronzata. Ma io parlo della mia famiglia e della mia società e della nostra terra e dei nostri alberi e dei nostri ulivi.

Come se dicessero, la storia è una storia, è la sua storia che non hai ma sentito. Essenzialmente, quando senti le storie di altra gente, altre narrazioni, è più difficile avere una vita normale, nella tua bolla; davvero non è semplice. Il tuo sistema cambia e questo richiede tanto coraggio e tempo.

Ciò che mi dà speranza è fare qualcosa e vedere persone cambiare. Innanzitutto credo negli esseri umani e poi non vedo altre alternative. L’alternativa è solo la frustrazione e il dolore.

Traduzione dall’inglese di Francesca Vanessa Ranieri

Categorie: Internazionale, Medio Oriente, Nonviolenza, Pace e Disarmo, Politica
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