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Giuba, 25 marzo 2014 – Il sistema delle Nazioni Unite ha di fronte a sé tre conflitti nei quali è in pericolo la vita di milioni di persone: Siria, Repubblica Centroafricana e Sudan del Sud. Scontri interni che stanno causando crimini di guerra, crimini contro l’umanità e la povertà delle loro popolazioni. I tre paesi sono in allerta 3, il che significa che milioni di persone dipendono da aiuti esterni: acqua potabile, cibo, sapone, assorbenti igienici per le donne, tende e materassi per dormire.

Le tre situazioni si trovano di fronte ad un ostacolo comune: le parti in conflitto impediscono l’accesso ai luoghi in cui si concentrano i rifugi della popolazione – sia che questi siano sorvegliati dalle Nazioni Unite o meno – di conseguenza, la distribuzione degli aiuti si complica, diventando a volte impossibile ed è in questi casi che, secondo le Nazioni Unite, si raggiunge il livello massimo di allerta.

“In molti luoghi, le persone sono state ridotte alla dipendenza assoluta (dagli aiuti esterni), minando il loro orgoglio e dignità”, conclude il rapporto interno della Commissione per i Diritti Umani sul conflitto interno nel Sudan del Sud, tra il 15 dicembre 2013 e il 15 marzo 2014.

Il conflitto armato nel Sudan del Sud, concentrato nella zona petrolifera che comprende i governatorati di Unità, Alto Nilo e Jonglei, sta provocando dei livelli estremi di malnutrizione, che nei prossimi mesi potrebbero portare alla carestia. La mancanza di cure mediche adeguate è critica nel caso di donne in gravidanza, e la mancanza di scuole nei campi profughi e nelle zone colpite dalla guerra ritarda il recupero psicologico ed emotivo dei più piccoli. Il Programma Alimentare Mondiale ha iniziato la distribuzione di aiuti per vie aeree.

Le Nazioni Unite nel mirino del governo

La guerra scoppiò nella capitale, Juba, tre mesi e mezzo fa e “sta causando la morte e lo spostamento di centinaia di migliaia di persone”, parole del coordinatore degli Aiuti Umanitari delle Nazioni Unite (OCHA), Toby Lanzer, che lamenta di aver ricevuto solo il 24% dei fondi richiesti per il trimestre gennaio-marzo; il paese avrebbe bisogno in questo periodo di 166 milioni di dollari in più. Il Giappone ha appena sborsato circa mezzo milione di dollari in utensili per i campi dei rifugiati, gli Stati Uniti 83.

Erano le due del pomeriggio e Patrick aspettava di ricevere il vaccino anti-colera, necessario quando iniziano le piogge torrenziali, quando le condizioni igieniche sono terribili e quando c’è sovraffollamento, come nel caso di Tomping, uno dei campi profughi custodito dalla Missione delle Nazioni Unite nel paese (UNMISS) a Juba, che ospita più di 20.000 persone.

Era il 17 marzo e Patrick Tor Galoak aveva vissuto gli ultimi tre mesi a Tomping praticamente senza fare nulla. “La gente di solito non vuole uscire dal campo perché non ci sono garanzie per la nostra sicurezza. A volte durante il giorno qualcuno esce, ma nel pomeriggio ritorna”. Patrick arrivò alle porte del UNMISS in fuga dalle persecuzioni contro i Nuer (gruppo etnico del Sudan del Sud, ndt) i giorni successivi al 15 dicembre. La campagna di vaccinazione contro il colera è una misura preventiva. I camion delle Nazioni Unite scavano per fare nuovi gabinetti, vengono resi operativi nuovi posti letto e si spostano le famiglie e le persone in altri campi sempre sotto la supervisione delle Nazioni Unite. Patrick dice che “la situazione non è buona, la gestiamo, ma viviamo in aree affollate e a volte ci sono delle baruffe per gli spazi”.

Le Nazioni Unite stimano che circa quattro milioni di persone dipendono dagli aiuti esterni; gli sfollamenti di massa causati dai conflitti non hanno consentito alle famiglie di coltivare la loro terra, ora è tardi e le piogge stanno arrivando. La distribuzione di cibo e di altri beni è stata complicata nell’ultimo mese: “Stiamo affrontando numerose restrizioni di movimento nelle ultime settimane, ci sono molti punti di controllo o check point sulle strade che impediscono una rapida distribuzione degli aiuti. In più abbiamo il tempo contro, perché le piogge stanno arrivando; tra un mese e mezzo sarà impossibile viaggiare via terra. L’aiuto che non possiamo far arrivare con i camion sarà consegnato via aerea, ma i costi di gestione sono molto più alti, e più soldi dobbiamo investire nel settore dei trasporti, meno ce ne saranno per cibo e altre necessità”, è il monito recentemente fatto da John Ging, direttore generale del OCHA, riferendosi ai registri che tiene l’esercito dei camion della Missione delle Nazioni Unite nel paese (UNMISS).

Circa un mese fa, il Presidente della Repubblica e leader del partito al potere, Movimento per la Liberazione del Popolo del Sudan (SPLM), Salva Kiir, ha lanciato una campagna politica per screditare la UNMISS, con forti critiche ai procedimenti “colonizzatori” usati e accuse dirette di fornitura di armi ai ribelli. Il caso esplose a metà marzo, quando fu scoperto un carico di armi e munizioni etichettato come articoli generali all’interno di un veicolo che trasportava aiuti umanitari della UNMISS per Bentiu, capitale del governatorato Unità, una delle aree di conflitto. Sebbene ci sia un’indagine di alto livello in corso, il deterioramento dell’immagine della UNMISS ha complicato le operazioni di consegna degli aiuti all’interno del paese verso tutte le organizzazioni umanitarie internazionali.

Le priorità in tempi di miseria

In questo contesto di tensione diplomatica, arrivò a Juba una delegazione di Amministratori dell’Emergenza degli uffici delle Nazioni Unite di Roma e New York per chiedere alle parti in conflitto di rispettare il cessate il fuoco e non ostacolare più la distribuzione degli aiuti. “Abbiamo bisogno che il governo faciliti la consegna degli aiuti umanitari. A Bor (capitale del Jonglei) non c’è cibo perché ci sono dei ritardi nella consegna. È inaccettabile perché il cibo è immagazzinato qui (Juba), dobbiamo solo portarlo lì. Ed è necessario che i ribelli sostengano la nostra azione umanitaria. Il nostro compito è quello di salvare vite umane e non c’è tempo da perdere”, ha detto John Ging. Da parte sua, il governo di Salva Kiir si è pubblicamente impegnato a non ostacolare gli aiuti, ma mantiene un atteggiamento critico nei confronti dell’organismo internazionale: tutti i veicoli, compresi quelli della UNMISS vengono registrati nei controlli militari.

Il Piano di Risposta alle Crisi in Sudan del Sud, gennaio-marzo 2014, degli OCHA, segue gli standard internazionali. Ci sono misure speciali previste per assistenza durante il parto, sostegno nei casi di stupro e abusi sessuali e la distribuzione di kit igienici per le donne sfollate. Questo piano ha il chiaro intento di soddisfare le esigenze specifiche delle ragazze e delle donne, ma purtroppo alla voce Protezione, sotto la quale si trovano queste azioni, sono arrivati appena 3,8 milioni dollari rispetto ai 63,4 richiesti alla comunità dei paesi donatori, questo significa che i servizi di assistenza psicosociale ed i centri contro la violenza di genere non saranno sufficienti.

In generale, le organizzazioni internazionali che ci sono ora nel paese concordano sul fatto che la fornitura di cibo, di acqua potabile e l’assistenza sanitaria di base abbiano la priorità massima in queste circostanze. Per questo motivo gli OCHA non riusciranno a rispettare il loro piano di costruzione di sette centri contro la violenza di genere nei campi profughi per la fine di marzo, come ha detto Toby Lanzer, “questo era il piano, e potremmo realizzarlo al 100% se raggiungiamo il 100% degli aiuti economici che abbiamo richiesto, altrimenti dovremo prendere delle decisioni difficili”.

Da un lato, gli OCHA riconoscono che si dovrebbero sacrificare alcuni servizi ritenuti necessari in situazioni di conflitto e rifugio, come i centri per l’identificazione e il trattamento delle vittime di violenza di genere, dall’altro si specula in merito a situazioni che non possono essere controllate perché non ci sono dei dati certi, come nel caso della mortalità materna. Il Direttore del Comitato di Emergenza dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Richard Brennan, ha dichiarato durante il suo viaggio attraverso il paese che il Sudan del Sud aveva fatto alcuni progressi nella riduzione della mortalità materna, ma che “il conflitto di dicembre ha messo a rischio questo progresso ed ora più donne incinte si troveranno ad affrontare delle complicazioni, ci aspettiamo un aumento del numero di parti cesarei e siamo sicuri che la mortalità materna tornerà ad aumentare”.

Non c’è dubbio che la guerra sarà la causa di un enorme passo indietro in tutte le questioni relative ai diritti sessuali e riproduttivi, tuttavia la realtà è che non ci sono studi o statistiche che dimostrano che la mortalità materna abbia iniziato a diminuire a dicembre dello scorso anno prima dello scoppio del conflitto. L’unico dato disponibile è quello del 2006, quando il Sudan del Sud non si era ancora reso indipendente dal nord. Secondo quella statistica, 2.054 donne su 100.000 muoiono per complicazioni durante la gravidanza o il parto, uno dei tassi di mortalità materna più alti del mondo.

L’incertezza e la terza via

Il 15 dicembre scorso, la tensione politica tra il presidente, Salva Kiir e il secondo uomo più importante del paese, l’ex vice presidente e ora leader dei ribelli, Riek Machar, ha portato ad uno scontro armato tra i sostenitori dell’uno e dell’altro, sia nelle forze armate che nell’esecutivo che nell’Assemblea Nazionale. La frattura rappresenta i due gruppi etnici predominanti della storia recente, i Nuer ed i Dinka, anche se altri gruppi, come i Scilluc sono stati oggetto di omicidi, rapine e sfollamenti di massa nell’Alto Nilo.

Il bilancio delle vittime è stimato a 10.000 e le persone sfollate a causa dei conflitti sono invece un milione. I negoziati di pace sono in stallo da varie settimane e nessuno ha rispettato il cessate il fuoco. L’incertezza sull’esito finale di questa guerra è generale perché nessuno dei due leader, uno al potere e l’altro latitante, esprime pubblicamente soluzioni a medio termine.

Per gli analisti e attivisti dei diritti umani una pace duratura passa per la creazione di uno stato inclusivo il cui governo affronti le priorità di tutta la popolazione, dove le controversie comuni tra gruppi etnici e clan per le risorse come l’acqua, il pascolo, il bestiame o i terreni si concludano attraverso delle norme ed il dialogo. Sempre più pareri sono a favore di una terza via, quella di avere un governo ad interim fino al 2015, anno delle elezioni generali, alle quali non siano presenti né Salva Kiir né Riek Machar. Nel frattempo continuano i conflitti in alcune aree strategiche del paese tra l’Esercito Popolare di Liberazione del Sudan (SPLA) e il SPLA nell’opposizione, come vengono chiamati i ribelli di Machar; più a lungo durerà la guerra più assistenza umanitaria sarà richiesta e, a causa di questo, la popolazione si impoverirà ancora di più. La guerra deve finire.

Traduzione dallo spagnolo di Corrado Bagnariol

Fonte: LolaMora