La schiavitù come arma del potere in Mauritania

30.03.2014 - Irene Tuzi

La schiavitù come arma del potere in Mauritania
(Foto di http://www.worldcrunch.com)

Oltre 29 milioni di persone sono oggi vittime di schiavitù e la Mauritania è al primo posto con il 20% della popolazione schiavizzata.

La parola “schiavitù” rievoca immagini di un passato lontano, di epoche antiche ormai dimenticate e superate grazie alla democrazia e al riconoscimento delle libertà fondamentali dell’uomo, tuttavia la schiavitù è una realtà presente ancora in molti paesi del mondo, in epoca moderna ha assunto forme diverse ed è conosciuta con nomi diversi: schiavitù, lavoro forzato e traffico di esseri umani. La Walk Free Foundation, un’organizzazione filantropica australiana, ha pubblicato per la prima volta nel 2013 l’indice della schiavitù moderna, in un rapporto  che prende in esame il problema in 162 paesi del mondo.

Quel che emerge dal rapporto è che esistono oggi circa 29.8 milioni di persone soggette a moderna schiavitù nel mondo e che i paesi con la più alta percentuale sono Mauritania, Haiti, Pakistan, India, Nepal, Moldavia, Benin, Costa d’Avorio, Gambia e Gabon. Il problema è invece prevalentemente assente nei paesi dell’Europa occidentale come Islanda, Irlanda, Regno Unito, Svizzera, Svezia, Norvegia, Finlandia, Danimarca, ma anche in Nuova Zelanda e in alcuni paesi dell’America Meridionale come Cuba, Costa Rica e Panama. Il termine “schiavitù” si riferisce alle condizioni di maltrattamento di una persona intesa come una proprietà e assume forme diverse che si inseriscono nel più generico concetto di privazione della libertà di una persona (libertà di lasciare il proprio lavoro per un altro, libertà di controllare il proprio corpo e i propri movimenti ecc.).

La schiavitù in Mauritania

La realtà più drammatica è certamente quella della Mauritania, dove esiste ancora oggi un concetto di schiavitù molto simile a quello classico americano del XVIII e XIX secolo, che assume cioè la forma di possesso di una persona come proprietà privata. È una pratica di tipo consuetudinario, non esplicitata ma che a tutti gli effetti è ancora oggi un istituto legale. In Mauritania circa il 20% della popolazione è soggetta a schiavitù. È una realtà non strettamente appartenente all’Islam, al contrario è qualcosa di tribale e consuetudinario, ma che utilizza la religione come mezzo per giustificarla. Le vittime possono essere comprate, vendute, regalate, prestate, linciate, picchiate, castrate, violentate, esportate, desocializzate e depersonalizzate.

Adulti e bambini schiavi in Mauritania sono proprietà dei padroni che hanno la libertà di esercitare completa titolarità su di loro e sui loro discendenti. Lo status si passa da generazione in generazione da persone originariamente catturate durante le incursioni storiche da parte dei gruppi di schiavisti. È una realtà concentrata tanto nelle aree rurali quanto nelle aree urbane e sono le donne a subirne maggiormente e in maniera sproporzionata le conseguenze. Esse lavorano spesso nella sfera domestica, dove i loro padroni esercitano un altissimo controllo sui loro movimenti e sulle loro interazioni sociali. Sono spesso soggette a violenze e sfruttamenti sessuali da parte dei propri padroni e spesso costrette a contrarre matrimoni forzati o sottoposte alle mutilazioni genitali femminili (retaggio di pratiche tribali preislamiche).

Al di fuori della sfera domestica tante sono le realtà di schiavismo in Mauritania, da quello per debiti, al traffico di ragazzini dalle regioni confinanti verso la Mauritania, problemi quasi totalmente ignorati dalla comunità internazionale.

La schiavitù in Mauritania segue le leggi nel diritto classico musulmano, secondo cui lo schiavo è giuridicamente incapace, al pari delle cose semoventi (es. una mucca), ma ha il diritto di contrarre matrimonio, con un altro schiavo, che diventerà proprietà dello stesso padrone (al contrario della schiavitù americana, quella musulmana classica tende a non separare le famiglie). Gli schiavi non hanno il permesso di possedere una terra o altre risorse essendo considerati come un possesso loro stessi e non possono avere diritto all’eredità. In quasi tutte le società islamiche questa pratica è venuta meno, sotto la pressione soprattutto delle potenze occidentali, a partire dalla fine del XIX secolo (e poi dopo la Prima Guerra Mondiale con la caduta dell’Impero Ottomano e il tentativo da parte dei Mandati di “civilizzare” e modernizzare le popolazioni dell’Africa e del Medio Oriente), tuttavia in Mauritania si è mantenuta sotto forma di pratica consuetudinaria.

La società mauritana è composta principalmente da tre gruppi etnici: gli afro-mauritani, i mori bianchi (arabo-berberi bianchi, i mauri, da cui deriva il nome Mauritania, o anche beydan, i bianchi) e gli haratin, i mori neri di origine africana e di cultura arabo-berbera (per il colore della pelle si avvicinano alla loro origine africana, ma hanno adottato la cultura arabo-berbera per assimilazione, tuttavia hanno subito un transfert di civilizzazione, come gli antillani o i neri americani pertanto si conoscono poco le loro origini). Gli haratin erano storicamente gli schiavi, poi affrancati (il nome significa proprio “colui che è stato liberato dalla schiavitù”). Tuttavia non esiste differenza tra gli schiavi (abd) e gli affrancati e lo status è identico per entrambe le categorie, a prescindere dal fatto che lo sfruttamento economico sia diretto o indiretto. La differenza si situa proprio nella linea di confine tra schiavitù diretta e indiretta: lo schiavo, colui che ha un debito nei confronti del padrone, costa al padrone per il nutrimento, i vestiti, la sorveglianza ecc…. l’affrancato non costa nulla e frutta molto, vive del suo lavoro ma allo stesso tempo mantiene il suo padrone, paga la zakat (l’imposta legale), la saddagha (l’elemosina) e la hadya (il dono). Gli haratin sono considerati proprietà dei mauri bianchi che sono la minoranza che detiene il potere politico ed economico. Essi non hanno accesso all’educazione e a metodi di sussistenza alternativi ed è molto radicata nella società la convinzione che la loro condizione di schiavi sia volere di Dio. Questo è un grave ostacolo alla protezione dei diritti umani e dei diritti delle donne, oggi estremamente insufficiente, perché se la vittima stessa non riconosce la propria condizione non può essere tutelata.

La sacralizzazione della schiavitù 

Gli haratin schiavi vengono mantenuti analfabeti e non istruiti e di conseguenza non sanno che secondo la legge islamica un musulmano non può rendere schiavo un altro musulmano. Gli schiavisti a loro volta sacralizzano la schiavitù in modo che nessuno la contesti e che le stesse vittime considerino “haram” ribellarsi a quella realtà. Una convinzione radicata nella tradizione e nella visione opportunisticamente distorta dell’Islam da parte di una minoranza al potere che promuove l’ignoranza per mantenere il proprio status invariato. Lo schiavo non si rende conto di essere schiavo perché non ha gli strumenti intellettuali per capire la propria condizione. Gli haratin credono che i beydane (bianchi) siano i discendenti del profeta Maometto o i discendenti delle famiglie marabutte (guaritori islamici), i rappresentanti di Allah sulla terra, i detentori del sapere. Si inculca nello schiavo l’idea che la sua vita dipenda dal padrone e che il suo ingresso in Paradiso dipenda dall’obbedienza al padrone così la sua sottomissione viene trasformata in dovere religioso.

Nonostante l’esistenza di leggi nazionali è molto difficile per le vittime di schiavitù avere accesso alla giustizia in una realtà come questa. L’onere della prova spetta alla vittima e i responsabili non possono essere perseguiti se non è la vittima stessa a denunciarli. Le organizzazioni per i diritti umani, ad esempio, non possono presentare una causa per conto di una vittima. Questo è un problema rilevante, conseguenza del fatto che la maggior parte delle vittime sono analfabeti e non conoscono i loro diritti, molti sono stati indottrinati alla pratica della schiavitù intergenerazionale ed è dunque estremamente difficile per loro perseguire azioni legali contro i loro padroni. Queste ed altre difficoltà si riflettono nei bassi livelli di azioni legali ai sensi delle leggi vigenti. Infine coloro che decidono di intraprendere cause nei confronti dei loro padroni spesso non sono tutelati adeguatamente dal governo, su cui l’informazione circa le misure intraprese è davvero limitata, poco chiara e spesso si limita a proteggere esclusivamente la schiavitù infantile.

Cosa fa il governo al riguardo?

Nonostante la Mauritania abbia ratificato la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW) ha introdotto una serie di riserve che dichiarano applicabili solo gli articoli della Convenzione che si attengono alla Shari’a e alla Costituzione mauritana. Il diritto penale mauritano presenta ancora tutta una serie di enormi violazioni dei diritti delle donne (ad esempio le donne mauritane che sono vittima di stupro possono essere perseguite per il crimine di adulterio).

La Mauritania ha ratificato una serie di importanti trattati internazionali in materia di schiavitù moderna ma non la Convenzione sul lavoro domestico. Il Comitato di esperti dell’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) ha ripetutamente espresso preoccupazione per la situazione vigente e ha invitato il governo a prendere provvedimenti, tra cui: adottare una strategia globale contro la schiavitù, garantire che vengano attivate delle indagini e che le pene detentive vengano effettivamente imposte ai responsabili. La schiavitù è stata vietata nel 1961 quando il governo ha riformulato la Costituzione, dopo l’indipendenza dalla Francia e ha inserito in essa vari principi della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Nel 1981 la Mauritania ha nuovamente dichiarato illegale la schiavitù, tuttavia, il decreto non è mai stato effettivamente attuato e la schiavitù è rimasta come pratica consuetudinaria. Solo nel 2003 fu approvata una legge contro la tratta di persone con una sanzione di reclusione da cinque a dieci anni per i trasgressori. Nel loro insieme queste leggi criminalizzano la tratta di persone e la maggior parte delle forme di schiavitù, prevedendo in alcuni casi un indennizzo per le vittime e l’assistenza per coloro che vengono liberati dalla schiavitù. Il problema però persiste invariato anche grazie alla complicità degli agenti di polizia e dei capi di governo.

Nel marzo del 2013 il presidente della Mauritania, Mohamed Ould Abdel Aziz, ha costituito un’agenzia nazionale per combattere le vestigia della schiavitù e la povertà e per favorire l’integrazione dei rifugiati, tuttavia i risultati pratici di queste azioni sono ancora da verificare.

Le soluzioni possibili

La schiavitù in Mauritania è ancora poco conosciuta a livello internazionale e rimane relegata all’interno delle mura domestiche, delle comunità e dei luoghi di lavoro. I responsabili usano ancora ogni tipo di espediente per giustificare, razionalizzare e nascondere questa realtà e l’abuso di potere implicato in questi meccanismi non è immediatamente apparente. L’esistenza delle caste inoltre comporta ancora oggi delle diseguaglianze di status che sono comunemente accettate e ogni tentativo di cambiamento si scontra con gli interessi politici ed economici coinvolti. Per i bianchi è una questione di sopravvivenza in quanto l’economia moderna, come quella tradizionale, si fonda sul lavoro degli haratin, un cambiamento di status di questa etnia comporterebbe cambiamenti radicali nella società che gli arabo-berberi bianchi non sarebbero disposti ad accettare. D’altra parte l’eliminazione delle caste e la ridistribuzione dei ruoli nella società dei neri-africani permetterebbe una migliore partecipazione al destino della nazione, ma allo stesso tempo sarebbe necessario un lavoro di sensibilizzazione, di informazione e di istruzione sulle realtà più deboli della società, lavoro che il governo sembra non avere alcuna intenzione di fare.

Leggi anche: La lotta nonviolenta contro la schiavitù in Mauritania

Categorie: Africa, Diritti Umani, Internazionale, Opinioni, Questioni internazionali
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